10 marzo 2008

Profili di donne nel variegato panorama della mistica medievale: La sposa del Signore non sia sciocca. Parola di san Bernardo (Osservatore Romano)


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Profili di donne nel variegato panorama della mistica medievale

La sposa del Signore non sia sciocca
Parola di san Bernardo


Dal 9 al 14 marzo si terrà a Lisbona un seminario su "Prospettive di una Theologia Cordis oggi" organizzato dalla congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani). Pubblichiamo una sintesi dell'intervento di André Perroux, responsabile del centro studi della congregazione.

di Rinaldo Paganelli

La spiritualità del cuore di Cristo - tradizionalmente chiamata del Sacro Cuore - è stata valutata in modo diverso dalla cultura moderna e anche dalla teologia contemporanea. Molti la considerano intimista, superata e pertanto irrilevante per la odierna riflessione ed esperienza di fede. Inoltre alcuni prendono le sue espressioni tradizionali - ora santa, atti di riparazione, ecc. - e le propongono, lasciando da parte le questioni su ermeneutica e adeguamento ai nuovi tempi. Altri si concentrano sugli elementi biblici, cristologici e antropologici fondamentali, distinguendoli dalle espressioni di epoca e promuovendo una attualizzazione del linguaggio e del culto. Nonostante le diverse sensibilità, "Il Cuore" mantiene una ricca simbologia, specialmente nell'occidente giudaico-cristiano: sede dell'amore, della generosità e del coraggio; manifestazioni dell'interiorità profonda dell'espressione umana. Oltre a ciò, negli ultimi anni c'è stata una riscoperta della mistica femminile cistercense medioevale, molto significativa nelle persone come Gertrude di Helfta e Matilde di Magdeburgo. È, quindi, in questo ambiente che si sviluppa la spiritualità mistica del cuore di Cristo o, più propriamente, del suo costato trafitto.

Nel corso dei primi dieci secoli della sua storia, in continuità immediata con il periodo apostolico, per vivere la sua adesione a Cristo la comunità cristiana, si è nutrita principalmente della sacra scrittura, alla scuola di coloro che si chiamano a giusto titolo "padri della Chiesa".

Una relativa decadenza segna i secoli successivi, fino ad arrivare ai secoli oscuri di inizio millennio - decimo e undicesimo.

È a partire dall'estensione del monachesimo, soprattutto con la riforma suscitata da Gregorio VII (1020-1085), che si traccia un nuovo percorso che conoscerà il suo massimo sviluppo con Anselmo (1033-1109) e soprattutto con Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).

Senza perdere la sua unità di fondo, e in relazione stretta con l'evoluzione della società che introduce il medioevo, questo cammino si diversifica in due assi principali. Un primo asse insisterà sull'aspetto intellettuale: attorno alle "scuole" e alle cattedrali fin verso la fine del dodicesimo secolo, e poi con le università dal tredicesimo al quattordicesimo secolo - Bologna, Parigi, Oxford. Il secondo asse, complementare al precedente, cresce attorno all'istituzione monastica, anch'essa molto diversificata, e svilupperà la mistica medioevale, secondo l'ispirazione della regola di san Benedetto (480-547). La personalità che prenderà in mano la situazione sarà san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), fondatore e maestro incontrastato della scuola cistercense. Bernardo fa della comunione al mistero di Gesù Cristo la linea unificante del suo pensiero e della sua vita. Per la presa di coscienza molto personale del suo peccato e nell'accettazione appassionata della redenzione in Cristo, egli approfondisce la conoscenza per mezzo del cuore ordinandolo al possesso di Dio nell'amore, questo amore "che non passerà mai". Con lui il dodicesimo secolo nasce realmente alla "spiritualità affettiva": il posto dell'affettività nella vita spirituale è messa in rilievo, e per la teologia mistica l'unione a Dio è più nell'ordine dell'amore - affectus - che dell'intelligenza - intellectus.

Con san Bernardo la vita monastica tende a divenire soprattutto "scuola di carità", nel senso della "devozione" e del fervore che unifica e pacifica tutto l'essere. A partire dal dodicesimo secolo questa mistica più affettiva che intellettuale troverà il suo terreno privilegiato nei monasteri femminili, dove tuttavia la "teologia" rimane importante, ma è una teologia che si caratterizza come una fervente ricerca di Dio, a partire da una profonda esperienza spirituale. Una teologia interamente al servizio della contemplazione.

Essa si guarda bene, soprattutto ad Helfta, dal disprezzare la scienza e la cultura, secondo il deciso avviso di san Bernardo: "La sposa del Signore non deve essere sciocca". Santa Gertrude ne è un esempio qualificato, e più che lei la geniale Hildegarde de Bingen (1098-1179).
Questa teologia pratica molto poco l'astrazione e la dialettica. Molto più vicina al linguaggio biblico, essa si esprime di preferenza con il simbolo e la poesia. Comunica il valore di un incontro scoraggiando tutte le espressioni, e lo fa percepire con il linguaggio delle immagini, dell'entusiasmo e dell'amore, rivelandone la gratuità e la straordinaria ricchezza. L'intenzione di fondo rimane la ricerca di Dio, l'attenzione alla sua Parola, la comunione alla sua vita ma non con la discussione e la riflessione sistematica. Nella semplicità e nell'umiltà del cuore, si veglia per guardarsi dall'orgoglio e dall'enfasi che genera spesso il sapere (cfr 1 Corinti, 8, 1-2), si rinuncia decisamente a "percorrere il cammino delle cose grandi e delle meraviglie che ci superano". Al contrario, nel desiderio di una lode rinnovata e nutrita quotidianamente dalla preghiera liturgica, questa "teologia" conduce al riposo in Dio nella pace e al silenzio del cuore, "come il bambino sul cuore di sua madre" (Salmi, 130). Questi due testi biblici sono spesso commentati in questo senso. Attraverso questa tradizione mistica l'esperienza interiore e personale non si preoccupa di manifestare alcuna espressione, perché si tratta prima di tutto di "gustare" e assaporare la realtà del mistero di Dio, lasciandosi penetrare dalla presenza di Cristo. Ancora san Bernardo dice: è "nel libro dell'esperienza del vostro cuore, piuttosto che in un manoscritto, che bisogna leggere". Perché "ciò che rende saggi, non è la conoscenza, ma il timore che tocca il cuore".

Nel linguaggio dei mistici, e soprattutto nella testimonianza di santa Gertrude, è attorno al valore dell'interiorità che il cuore è ricordato. Compreso in questo senso esso è molto spesso in stretto rapporto con la prospettiva biblica.

Nella Bibbia il cuore, distinto dalla népésh e dal ruah, designa prima di tutto il centro più profondo dell'essere, l'essere intimo e segreto dove lo sguardo umano non penetra mai completamente. Il cuore si lascia percepire sempre indirettamente, attraverso emozioni, intelligenza, orientamento della volontà e comportamenti. Sorgente di tutte le modalità di presenza e di azione, egli ne è l'autore invisibile. Qualifica la persona in quello che è di originale, unica e unificata nelle sue diverse potenzialità, in quello che comporta di responsabilità, con se stessa, nella relazione con gli altri, e più profondamente nel rapporto con Dio, che solo conosce veramente il cuore umano.
È proprio secondo questa accezione che il cuore acquisisce una dimensione propriamente teologica. Perché in questo cuore è diffuso dallo Spirito l'amore di Dio (Romani, 5, 5); su di lui e non più su tavole di pietra è scolpita la legge nuova per la riuscita del progetto dell'Alleanza. È l'uomo nuovo, e i mistici lo riconoscono come "l'uomo interiore": il cuore è per eccellenza il luogo del desiderio, dell'attesa e dell'incontro, è la sorgente dell'autentica fedeltà, il santuario della preghiera. La grande preghiera di san Paolo, in Efesini 3, 16-19, riunisce in una meravigliosa armonia queste risonanze convergenti. Il cuore è per eccellenza il luogo del combattimento contro l'avversario, per accedere progressivamente attraverso Cristo e lo Spirito alla verità profonda dell'essere. Questo comporta di riconoscere e assumere nell'abbandono alla grazia di Dio la propria povertà e fragilità, per rimanere saldi nella fede e aprirsi all'amore che senza posa ci sopravanza, trasforma e completa. È proprio questo dinamismo di relazione e d'amore che sottende tutta la ricerca mistica. Nella stessa epoca la scolastica affina pian piano la via della conoscenza per analogia: essa precisa in quale misura possiamo passare dalla conoscenza della creatura a quella del suo autore. Dal cuore dell'uomo al cuore stesso di Dio: una espressione abbastanza tardiva nella Bibbia, che però diviene frequente nel medioevo. Ma l'originalità della tradizione mistica rimane il radicamento costante nella tradizione della Parola per suggerire in modo imperfetto cosa è l'incontro di Dio per un cuore umano. Nella Chiesa, "popolo che riceve la sua unità dall'unità del Padre e del Figlio nello Spirito" (san Cipriano, cfr Lumen gentium, 4), la mistica medioevale soprattutto nella sua particolarità femminile è testimone della "speranza" e del "tesoro di gloria" che l'amore di Dio fa nascere e crescere nel cuore che si apre al suo invito e se ne lascia impregnare. Ma è precisamente la libertà del cuore che si sottolinea, una libertà che prende la sua forza dall'incontro con Cristo. Questo comporta di riconoscere nell'abbandono alla grazia di Dio la propria povertà e fragilità. È grazie al cuore che si viene a conoscere la libertà alla quale, secondo l'esperienza di Paolo, siamo stati chiamati e che ci è donata in Cristo. Essa si traduce in un clima di serenità impregnato di lucidità e umiltà, un clima di gioia, benevolenza e confidenza, nel profondo del nostro essere e attorno a noi: tutte le varianti dei frutti dello Spirito - (secondo Galati, 5, 22) vengono naturalmente alla mente quando si vive nello spirito della mistica medioevale.
In un contesto di ricerca di una antropologia più unitaria, concreta e integrale, che considera la persona umana in tutte le sue dimensioni - sensibile, storica, corporale, affettiva e anche intellettuale - ci si può chiedere se una filosofia e una teologia (simbolica, metaforica) del "Cuore" - compreso il cuore di Gesù - non troverebbe nuove possibilità di sviluppo, capaci di offrire un contributo attuale e pertinente alla fede vissuta, esperimentata e professata ai nostri giorni. Tale riflessione potrebbe superare le dicotomie che, in gran parte, portarono la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la sua teologia a certi empasse, come la dicotomia tra cuore e persona di Cristo, tra affettività e storicità del verbo incarnato, tra devozione affettiva e prassi effettiva. Una rinnovata teologia del Cuore di Cristo può contribuire a un significativo approccio del mistero umano del Dio incarnato, in sintonia con il carattere integrale dell'antropologia e teologia cristiana, di fronte alle dicotomie e frammentazioni moderne.

(©L'Osservatore Romano - 9 marzo 2008)

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