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16 gennaio 2008

Ossessionati, ridicoli e fermi al Medioevo! Rosso "malpela" i giornaloni di lunedì, il Tg1 e Marco Politi...


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Lupus in pagina

a cura di Rosso Malpelo - Gianni Gennari

Ossessionati, ridicoli e fermi al Medioevo

Ossessioni e pregiudizi? Lunedì tante prime pagine aperte con la notizia sconvolgente: "Messa di Papa Ratzinger con le spalle ai fedeli"!

Si sa: in redazione si svolgono tanti piccoli concili, i laici devoti si accaniscono ogni giorno in discussioni accese sugli altari antichi e moderni.

La regola della privacy non permette di fare nomi: è moderna libertà. E per i pregiudizi da bocciatura all'asilo, la lista è lunga.

Per la verità ha cominciato lunedì il Tg1 delle 20 sulle proteste per il Papa alla Sapienza: «"per la Radio Vaticana questa è un'iniziativa di tipo censorio»!

Ma la Radio Vaticana aveva intervistato il genetista prof. Bruno Dallapiccola, che aveva detto che per lui quella era censura. È diverso? Molto!

Se il Tg1 Rai trasmette un'intervista a Berlusconi che dice: «Prodi se ne deve andare a casa» sarebbe corretto dire che «per la Rai Prodi se ne deve andare a casa»?

È stato così, e l'effetto moltiplicatore ieri mattina ha avuto riscontro sulle prime pagine: «Il Vaticano: censurano il Papa!». Da vergogna professionale e bocciatura all'asilo della Federazione nazionale della stampa.

Leggi e ridi, ma un po' di amarezza rimane, per la categoria e anche per l'offesa al buon senso: ossessione e pregiudizio si sono baciati. Altro esempio perfetto di ambedue?

Lunedì "Repubblica" (p. 1 e 18) racconta che alla fine di "quella" Messa al Papa è scivolato dal dito l'anello, «simbolo del supremo potere», subito ritrovato sul tappeto, e commenta: «nel Medioevo la folla avrebbe provato un brivido».

In realtà nessuno si è scomposto, salvo il cronista di "Repubblica": il solo rimasto al Medioevo.

© Copyright Avvenire, 16 gennaio 2008

Facciamo un passo indietro: l'articolo di Politi sulla "Messa di spalle" che non c'è...


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La messa del Papa spalle ai fedeli

Ritorno al passato nella Sistina. E poi perde l´anello del Pescatore

Eliminato l´altare postconciliare i fedeli hanno visto i paramenti del Papa di spalle

MARCO POLITI

CITTA´ DEL VATICANO - Via la pedana, via l´altare postconciliare. Tre anni dopo la sua elezione papa Ratzinger realizza un suo storico sogno: celebrare messa rivolto all´altare, mostrando le spalle ai fedeli come il pastore che guida il gregge verso il Cristo. Il luogo è simbolico. La cappella Sistina. Qui Benedetto XVI è stato eletto e da qui il pontefice tedesco manda il segnale della sua controriforma. E´ solo un gesto, non c´è nulla di obbligatorio e chi vuole continuerà in tutto il mondo a celebrare messa come si fa da quarant´anni.
Ma la storia secolare della Chiesa è fatta di gesti, di segni, di simboli e quando Joseph Ratzinger - visibile soltanto dai capelli bianchi sulla nuca - ha elevato solennemente l´ostia e il calice verso il crocifisso posto sull´antico altare di marmo, non guardando più i fedeli ma fissando sulla parete il Cristo del Giudizio Universale, tutti hanno capito. Il pontefice non devia dalla rotta scelta: riorientare l´applicazione del Vaticano II.
Perché lui allo «spirito del Concilio», come lo hanno interpretato i riformatori più conseguenti, non ci crede. Lo ha detto da subito: il Concilio non è stato «rottura», ma riforma nella «tradizione» e comunque già da cardinale sosteneva che aver impostato il rito postconciliare con il celebrante rivolto ai fedeli, è un tradimento. Poiché tutti - fedeli e sacerdoti - devono guardare a Oriente, alla Resurrezione.
E dunque le tredici coppie, che in questa domenica di gennaio portano i loro nati a farsi battezzare dal Papa, assistono ad un magniloquente ritorno al passato. Eliminato l´altare postconciliare, Benedetto XVI non ha più fatto il giro della mensa eucaristica ma, entrando lentamente nella Sistina, è andato a inginocchiarsi dinanzi all´altare di marmo, lasciando ai fedeli soltanto la visione dei suoi paramenti di spalle.
Il Papa non ha celebrato il rito in latino né tantomeno nella versione tridentina. Il messale usato è stato quello riformato dal Concilio. Ma per la prima volta Benedetto XVI ha messo pubblicamente in atto quanto suggerito due anni fa da un libro di un suo discepolo, il sacerdote inglese Uwe Michael Lang, testo caldamente raccomandato dallo stesso pontefice nella prefazione: sacerdoti e fedeli stiano di fronte durante una parte dei riti, ma guardino a oriente durante la liturgia eucaristica.
E´ accaduto proprio così. Dal suo tronetto Ratzinger ha parlato con i fedeli e ha detto l´omelia, ma i riti di consacrazione sono avvenuti volgendo le spalle ai banchi. D´altronde papa Ratzinger ha scritto espressamente che nei decreti conciliari non c´è traccia dei «due effetti più evidenti della riforma liturgica del Vaticano II, cioè la scomparsa del latino e l´altare orientato verso il popolo».
L´omelia è stata semplice e suggestiva: di fronte alla voragine, che rischia di inghiottire l´uomo a causa del peccato, il Padre nei cieli tende la mano agli uomini dando loro pienezza di vita con il battesimo. Sorridendo, il pontefice ha versato da una conchiglia d´argento l´acqua benedetta sui tredici neonati.
Soltanto la piccola Svena, la prima, ha strillato. Gli altri sono rimasti docili. Alle fine della messa, però, si è verificato un altro «segno». A Ratzinger è scivolato dal dito, cadendo a terra, l´anello del Pescatore, simbolo del supremo potere papale. Imbarazzato, il nuovo cerimoniere mons. Guido Marini lo ha subito raccolto. Ma nel Medioevo la folla avrebbe provato un brivido.

© Copyright Repubblica, 14 gennaio 2008

Si', Politi, l'Italia e' tornata al Medioevo quando veniva impedito di parlare a chi non la pensava in modo politicamente, religiosamente e culturalmente corretto. Almeno questa e' l'idea che molti hanno del Medioevo dimenticando che la cultura europea nasce da li'...
Perche' ho rispolverato questo articolo che lunedi' avevo volontariamente ignorato? Semplice: mi serve per dopo...:-))
Non si accosti piu' la parola Medioevo a Papa Benedetto XVI! Dopo quello che e' accaduto ieri non sara' piu' "opportuno"
.
Raffaella

14 gennaio 2008

Messa nella Cappella Sistina: non una celebrazione preconciliare ma esempio di orientamento ad est


Vedi anche:

Sbandierata la presenza alla Sapienza di Rivera e la Cortellesi: errore! Gli interessati smentiscono categoricamente!

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Frova (La Sapienza): "Il Papa è ostile alla scienza, non lo vogliamo...avremmo accolto a braccia aperte Roncalli e Wojtyla" (leggere per credere...)

Oscurantismo laicista: alla Sapienza di Roma si ha paura del pensiero del prof. Ratzinger (Stefano Zecchi per "Il Giornale")

I prof censurano il Papa senza mai averlo letto (grazie Tornielli!!! I soloni leggano almeno "Il Giornale"!)

Card. Grocholewski sulle polemiche degli illuminati sapienti: "Un ostracismo incredibile. Ratzinger rivalutò Galileo" (Repubblica)

IL TESTO AUTENTICO DEL DISCORSO DEL CARDINALE RATZINGER SU GALILEO GALILEI (Parma, 15 marzo 1990)

Messa nella Cappella Sistina: i commenti di Agi e Adnkronos. Molto belli i servizi di Marina Ricci, Aldo Maria Valli e Lucio Brunelli

Ruini verso l'addio. A Roma in arrivo un canonista (Rodari)

Ma chi scrive i discorsi del Papa? (Tosatti per "La Stampa")

Frère Alois (Taizé): "Cerchiamo un nuovo soffio che ci animi e ci spinga gli uni verso gli altri" (Osservatore Romano)

Riccardi: contro Ratzinger una parodia scontata ed avvilente del '68 (Corriere della sera)

Il sarto del Papa: Ratzinger? E' di una dolcezza rara...

ALESSIO II: PAPA MEDIATORE TRA PLURISECOLARISMO E ESIGENZE ODIERNE (apprezzamento per il Summorum Pontificum e dialogo ecumenico)

Rubbettino Editore: presentazione del volume "Dialoghi con un Persiano" di Manuele II Paleologo

Come italiana (scritto minuscolo) mi scuso con Papa Benedetto per i "dotti sapienti" e per la rai...

Attenzione, preparano l'agguato al Papa (Farina per "Libero", l'unico che abbia riportato la verità sul discorso del Papa su Galileo)

I battesimi nella Cappella Sistina

Il Papa torna al passato messa celebrata dando le spalle ai fedeli

Giorgio Acquaviva
Roma

Non è stata una messa preconciliare, ma certo il messaggio inviato da papa Benedetto XVI con la celebrazione all'altare antico della Cappella Sistina, con offertorio e liturgia eucaristica svolti col viso a est e le spalle ai fedeli, era chiaro.

Si può fare, e senza alcun imbarazzo, anche perché il rito è stato quello "ordinario", varato da Paolo VI dopo il Concilio; e la lingua usata è stato l'italiano.

Ieri mattina, in occasione del battesimo di 13 bambini (8 femmine e 5 maschietti) figli di dipendenti vaticani, Papa Ratzinger ha voluto pubblicamente riaffermare la propria preferenza per le modalità tradizionali, più volte espressa in scritti e interventi pubblici quando era cardinale e ribadita nel Motu Proprio che "sdoganava" la messa di Pio V (sia pure nella versione "purgata" da Giovanni XXIII). La motivazione ufficiale: la volontà di recuperare «la bellezza e l'armonia» della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, senza ricorrere all'altare su pedana mobile tante volte usato da Giovanni Paolo II.
Al momento dell'omelia, e traendo spunto dalla festività del giorno (il Battesimo di Gesù al Giordano), il Pontefice ha svolto una riflessione sulla vita e sulla morte: «Tutto ciò che ha inizio sulla terra – ha detto – prima o poi finisce, come l'erba del campo, che spunta al mattino e avvizzisce la sera». Ma «mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all'eternità, la morte significa soltanto la fine dell'esistenza sulla Terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la mano».
Alla conclusione del rito, un piccolo incidente tecnico. L'anello del Pescatore, antico simbolo del potere pontificio, è scivolato dal dito di Benedetto XVI, cadendo vicino all'altare. Prontamente monsignor Guido Marini, il cerimoniere, lo ha raccolto e restituito al Papa.

© Copyright Gazzetta del sud, 14 gennaio 2008


E nella Sistina celebra messa spalle ai fedeli

A piccoli passi verso il passato. In occasione del tradizionale battesimo di un gruppo di neonati, Benedetto XVI è tornato ieri a impossessarsi dell'altare pre-conciliare della Cappella Sistina, sotto la parete del Giudizio Universale michelangiolesco.

Da lì ha officiato messa volgendo le spalle ai fedeli durante la parte eucaristica. Ratzinger ha deciso di mettere da parte l'altare su pedana mobile comparso durante il pontificato di Wojtyla che consentiva ai celebranti di essere rivolti ai fedeli anche al momento della consacrazione dell'ostia per recuperare tutta la bellezza e l'armonia della Sistina. Per il resto, la cerimonia del battesimo pontificio dei bambini, che si ripete ogni anno, ha seguito un copione assolutamente conciliare con la messa in italiano. Il rito si è concluso con un fuori programma. Al Papa è scivolato dal dito l'Anello del Pescatore, simbolo pontificio. Momenti di imbarazzo, poi il cerimoniere l'ha raccolto accanto all'altare e riconsegnato subito al proprietario.

© Copyright Il Tempo, 14 gennaio 2008

Ma no! A piccoli passi verso il futuro che non si costruisce senza passato...
R.

9 gennaio 2008

La Chiesa non è “peccatrice” ma solo “santa”. Parola di un peccatore divenuto Papa (Sandro Magister)


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Lo scienziato Bersa­nelli ed il filosofo Esposito si confrontano sulla "Spe salvi"

BENEDETTO XVI: UDIENZA, S. AGOSTINO “MODELLO UNICO” PER LA CULTURA OCCIDENTALE (SIR)

VIOLENZE CONTRO I CRISTIANI IN IRAQ: PREMIER RASSICURA IL PAPA E LO INVITA A BAGHDAD

Esce oggi in libreria "Perchè siamo ancora nella Chiesa" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (Rizzoli)

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Intervista di Zenit a Padre Estrada, docente di Nuovo Testamento)

Ratzinger più nuovo del concilio (Baget Bozzo per "La Stampa")

Rosso "malpela" i commenti dei giornaloni al discorso del Papa al Corpo Diplomatico

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: i commenti di "Repubblica" e "Corriere" (articoli di ieri)

Raitre parla di nuovo del Papa senza contraddittorio

A WASHINGTON IL PAPA INCONTRERA' ISLAMICI ED EBREI

Universale, non intollerante. La fede secondo Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», in uscita domani per Rizzoli)

MESSAGGIO PRESIDENZA DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE PAPABOYS PER IL 2008

Card. Saraiva Martins: "Sarà chiesto più rigore nei processi diocesani di canonizzazione" (Osservatore Romano)

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Famiglia Cristiana, moratoria sull'aborto: le novità del dibattito che si è riacceso in Italia

ECUMENISMO: IL 6 MARZO IL PAPA RICEVE IL PATRIARCA BARTOLOMEO I (ASIANEWS)

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: il commento di Marelli (FOCSIV) e del filosofo Possenti (Radio Vaticana)

La Chiesa non è “peccatrice” ma solo “santa”. Parola di un peccatore divenuto papa

Nell’omelia pronunciata in San Pietro nella messa dell’Epifania, Benedetto XVI ha applicato alla Chiesa questo doppio attributo: “santa e composta di peccatori”.

E l’ha fatto a ragion veduta. Perché non ha detto “santa e peccatrice”, come imporrebbe la formula politicamente corretta, entrata in uso nella vulgata postconciliare.
La formula “santa e peccatrice” – in latino “casta meretrix” – viene abitualmente fatta risalire, da quelli che la usano, ai “Padri della Chiesa”.
Ma in realtà fu uno solo, tra i Padri d’occidente e d’oriente, colui che definì la Chiesa “casta meretrix”: sant’Ambrogio, il grande vescovo di Milano.

Con un significato, però, tutto opposto a quello utilizzato dai suoi odierni, abusivi ripetitori.
Chi ha ha messo la cosa in chiaro è stato uno dei massimi studiosi di sant’Ambrogio, il cardinale Giacomo Biffi, in un saggio pubblicato da Piemme nel 1998.
In un brano del suo commento al Vangelo di Luca, in effetti, sant’Ambrogio applicò alla Chiesa la tipologia anticotestamentaria della prostituta Rahab che a Gerico aiutò gli israeliti e quindi scrisse che la Chiesa è “meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa” (In Lucam III, 23).

In questa frase, ha spiegato Biffi, l’aggettivo “casta” significa “l’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze della Chiesa a Cristo suo sposo”; mentre il sostantivo “meretrix” significa “la volontà della Chiesa di darsi a tutti per portare tutti a salvezza”.

In altre parole, secondo sant’Ambrogio la Chiesa “è santa tanto nell’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (casta) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza (meretrix)”.
Nella Quaresima del 2007, chiamato a Roma a predicare gli esercizi spirituali al papa e alla curia vaticana, il cardinale Biffi tornò a ribadire la cosa.
E Benedetto XVI gliene fu molto grato. Al termine degli esercizi, ringraziò Biffi “per averci aiutato a seguire con maggiore coraggio Cristo e ad amare di più la Chiesa, la ‘Immaculata ex maculatis’, come lei ci ha insegnato con sant’Ambrogio”.

Bizantinismi? Tutt’altro. Nell’omelia dello scorso 6 gennaio papa Joseph Ratzinger ha mostrato come il doppio attributo di “santa e composta di peccatori” applicato alla Chiesa sia il riflesso del mistero della storia presente, in cui il piano salvifico di Dio è sì “pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini”.

© Copyright Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister

8 gennaio 2008

La Chiesa ha bisogno dei gesuiti all'incrocio tra fede e cultura (Osservatore Romano)


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I cristiani dell'Iraq nel mirino della guerriglia (Osservatore Romano)

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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO ( 5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

Grazie al Tg1 per la correttezza

Per avere giustizia e pace non si può escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia (Osservatore Romano)

Omelia del Papa per l'Epifania: "Un messaggio universale di riconciliazione" (Osservatore Romano)

INDISCREZIONE: L'ENCICLICA SOCIALE USCIRA' IL 19 MARZO? ("IL MESSAGGERO")

Benedetto, il Papa no-global (Franca Giansoldati per "Il Messaggero")

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: il commento di don Paolo Padrini e di Asianews

Metropolita Kirill: "Possibile un incontro fra Benedetto XVI e Alessio II in campo neutro"

SI APRE 'CONCLAVE' GESUITI, DA CARD.RODE' RICHIAMO A OBBEDIENZA AL PAPA ED ALLA CHIESA

Il Papa al Corpo Diplomatico: "La Santa Sede non si stancherà di riaffermare i diritti dell'uomo"

CHIESA E PEDOFILIA: LA TOLLERANZA ZERO DI PAPA BENEDETTO XVI: LO SPECIALE DEL BLOG

Prefazione del metropolita Kirill (Patriarcato di Mosca) a "Introduzione al Cristianesimo" del Prof. Joseph Ratzinger

Messa del cardinale Franc Rodé in apertura della Congregazione generale della Comapagnia di Gesù

La Chiesa ha bisogno dei gesuiti all'incrocio tra fede e cultura

Fabrizio Contessa

Un lavoro e anche una distrazione. Questo erano al tempo di Ignazio di Loyola le Congregazioni Generali, il massimo organo di governo dei gesuiti, poiché - affermava lo stesso Ignazio - venivano a interrompere momentaneamente i normali impegni apostolici. Ora, dopo quasi cinquecento anni, evidentemente, non è più così. E la trentacinquesima Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, che si è aperta lunedì 7 a Roma, con all'ordine del giorno in primo luogo la scelta del successore del preposito generale, padre Peter-Hans Kolvenbach, si presenta soprattutto come un impegno "difficile", "scomodo" e "rischioso", come un "compito necessario per la Chiesa".

Soprattutto perché appare sempre più urgente la presenza generosa di religiosi che, fedeli al carisma ignaziano, si pongano all'"incrocio tra la Chiesa e la società, tra la fede e la cultura" e nella fedeltà al Papa sappiano respingere con decisione, principalmente in campo dottrinale, quel "relativismo senza orizzonte" che tanto "disorienta i fedeli".

Lo ha affermato con chiarezza il cardinale Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, che ha presieduto nella storica chiesa del Gesù - tanto cara alla Compagnia e che custodisce le spoglie del fondatore - la messa per l'inizio della Congregazione Generale.
Insieme con il porporato hanno celebrato il padre Kolvenbach, il segretario della Compagnia, padre Francis Case, e i 222 delegati - dei quali 218 con diritto di voto - che già dal pomeriggio di oggi e poi nelle prossime settimane proseguiranno i lavori della Congregazione generale nella sede di Borgo Santo Spirito. Presenti al rito - celebrato in latino, ma con letture bibliche e preghiere pronunciate in diverse altre lingue - i cardinali gesuiti Roberto Tucci, Urbano Navarrete e Tomás Spidlik. Tutti al termine della celebrazione - con l'accensione da parte di padre Kolvenbach di una lampada votiva davanti all'altare che accoglie per la venerazione il corpo di sant'Ignazio - hanno posto nelle mani del fondatore i lavori della Congregazione Generale perché "possiamo in tutto amare e servire il Signore".
È la seconda volta nella plurisecolare storia della Compagnia di Gesù che una Congregazione Generale si riunisce per eleggere un nuovo preposito generale mentre è ancora in vita il suo predecessore. Accadde già nel 1983, quando la trentatreesima Congregazione accettò la rinuncia di padre Arrupe, costretto da una grave infermità a rinunciare all'esercizio delle funzioni di governo. Il cardinale Rodé nell'omelia pronunciata in spagnolo - la lingua che fu di sant'Ignazio - ha come prima cosa inteso esprimere "a nome della Chiesa e mio personale" un vivo ringraziamento al padre Kolvenbach che per quasi venticinque anni ha diretto la Compagnia di Gesù con "sapienza, prudenza, impegno e lealtà". Un esempio, ha detto, di "umiltà e povertà".
Oltre all'elezione del nuovo preposito generale - ha sottolineato il cardinale Rodé - "questa Congregazione si riunisce anche per trattare materie importanti e molto difficili che riguardano tutto il corpo della Compagnia, come pure il modo in cui attualmente essa procede. Le tematiche sulle quali rifletterà la Congregazione Generale vertono su elementi fondamentali per la vita della Compagnia. Vi interrogherete certamente sull'identità del Gesuita oggi, sul significato e valore del voto di obbedienza al Santo Padre che da sempre ha qualificato la vostra Famiglia religiosa, la missione della Compagnia nel contesto della globalizzazione, dell'emarginazione, la vita comunitaria, l'obbedienza apostolica, la pastorale vocazionale, ed altre tematiche importanti".
Si tratta, dunque, di un compito impegnativo, che certamente "non è una "distrazione" dalla vostra attività apostolica", ha detto il cardinale facendo riferimento alla citata espressione ignaziana. Anche perché l'impegno per discernere i segni dei tempi, le difficoltà e le responsabilità di operare delle decisioni finali sono tutte attività alla base "di una nuova primavera dell'essere religioso e dell'impegno apostolico di ogni confratello della Compagnia di Gesù".
Ma i gesuiti, ha ricordato il porporato, non lavorarono solo per loro stessi: "Sono molti gli Istituti di vita consacrata che, partecipando alla spiritualità ignaziana, guardano con attenzione alle vostre scelte; sono molti i futuri sacerdoti che nelle vostre università e atenei si preparano ad esercitare un ministero; sono molte le persone che dentro e fuori la Chiesa frequentano i vostri centri di insegnamento con il desiderio di trovare una risposta alle sfide che la scienza, la tecnica, la globalizzazione, l'inculturazione, il consumismo e la miseria, pongono all'umanità, alla Chiesa e alla fede, con la speranza di ricevere una formazione che li renda capaci di costruire un mondo di verità e di libertà, di giustizia e di pace".
Lo sguardo si apre all'orizzonte vasto della vita consacrata dove ogni giorno migliaia di religiosi e religiose generosamente rispondono al Signore e si consacrano con "cuore indiviso".

Tuttavia, il porporato non ha potato nascondere la "tristezza" e l'"inquietudine" per un certo sensibile decadimento in molte famiglie religiose del "sentire cum Ecclesia di cui parla il vostro fondatore". Proprio per questo, ha proseguito, la "Chiesa aspetta da voi una luce per restaurare il sensus Ecclesiae".

Parimenti - ha rilevato ancora il cardinale - "con tristezza e inquietudine vedo anche un crescente allontanamento dalla Gerarchia. La spiritualità ignaziana di servizio apostolico "sotto il Romano Pontefice" non accetta questa separazione.

Nelle Costituzioni che vi ha lasciato come norma di vita, Ignazio volle veramente plasmare il vostro animo e nel libro degli Esercizi scrisse: "Dobbiamo tenere un animo apparecchiato e pronto per ubbidire in tutto alla vera Sposa di Cristo nostro Signore, che è la Santa Madre Chiesa gerarchica". L'obbedienza religiosa si concepisce soltanto come obbedienza nell'amore. Il nucleo fondamentale della spiritualità ignaziana consiste nel riunire l'amore di Dio con l'amore alla Chiesa gerarchica".
I tempi sono cambiati e l'intera Chiesa ha certamente bisogno del carisma ignaziano per affrontare nuove e urgenti necessità. Il cardinale ne individua una, quella di "presentare ai fedeli e al mondo l'autentica verità rivelata nella Scrittura e nella Tradizione", poiché "la diversità dottrinale di coloro che a tutti i livelli, per vocazione e missione, sono chiamati ad annunciare il Regno di verità e di amore, disorienta i fedeli e conduce verso un relativismo senza orizzonte". Anche per questo il cardinale ha auspicato che "coloro che, secondo la vostra legislazione, devono vigilare sulla dottrina delle vostre riviste, delle pubblicazioni, lo facciano alla luce e secondo le "regole per sentire cum Ecclesia" con amore e rispetto".

Così, di fronte alla sempre crescente separazione tra fede e cultura che costituisce uno dei principali ostacoli all'evangelizzazione, il cardinale ha richiamato la grande tradizione della Compagnia di Gesù che "si è posta sempre all'incrocio tra la Chiesa e la società, tra la fede e la cultura, tra la religione e il secolarismo.

Recuperate tali posizioni di avanguardia così necessarie per trasmettere la verità eterna al mondo di oggi, con un linguaggio di oggi. Non abbandonate questa sfida. Siamo coscienti che il compito è difficile, scomodo e rischioso, e a volte poco apprezzato, se non addirittura mal compreso, ma è un compito necessario per la Chiesa".

(©L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2008)

7 gennaio 2008

Omelia del Papa per l'Epifania: "Un messaggio universale di riconciliazione" (Osservatore Romano)


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Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger (Giovanna Chirri per "La Gazzetta del Mezzogiorno online"

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La Chiesa cattolica lancia una preghiera per le vittime dei preti pedofili (Gazzetta del sud)

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Il Papa: "Mea culpa sui preti pedofili". Ratzinger ispiratore della tolleranza zero varata quando era Prefetto della CDF (La Rocca per "Repubblica")

(Leonardo, "Adorazione dei Magi")

Un messaggio universale di riconciliazione

In un mondo ancora lacerato da conflitti e divisioni c'è bisogno di "una speranza più grande".
Il messaggio dell'Epifania - manifestazione dell'amore di Cristo a tutti i popoli della terra - può e deve essere letto oggi come un appello universale a superare contrasti e tensioni, scegliendo il "bene comune di tutti" di fronte al "lusso di pochi" e alla "miseria di molti".
Ed è proprio questo l'appello che Benedetto XVI ha voluto lanciare durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro in occasione della solennità liturgica del 6 gennaio. Nei Magi, simbolo dell'umanità alla ricerca del senso della vita e della verità, il Papa ha indicato il modello di uomini "di grande speranza e coraggio". Doti, queste, che ancora oggi sono necessarie per superare la babele delle divisioni ed instaurare "un ordine di sviluppo giusto e sostenibile". Il rito liturgico, com'è tradizione, è stato caratterizzato dal solenne annuncio del giorno della Pasqua, cantato in latino al termine della proclamazione del passo evangelico di Matteo che narra l'adorazione dei Magi.

Quest'anno la Quaresima inizierà il 6 febbraio, la Risurrezione del Signore sarà celebrata il 23 marzo, l'Ascensione il 1° maggio (in Italia il 4), la Pentecoste l'11 maggio e il Corpus Domini il 22 maggio (in Italia il 25), la prima domenica d'Avvento il 30 novembre.

All'altare della confessione il Papa è stato assistito dai cardinali diaconi Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, e Comastri, Arciprete della basilica di San Pietro. Al rito liturgico erano presenti i cardinali Sodano, decano del Collegio Cardinalizio, Bertone, segretario di Stato, Re, Arinze, Tomko, Poupard, Martínez Somalo, Silvestrini, Szoka, Ruini, De Giorgi, Hummes, Castrillón Hoyos, Stafford, Cacciavillan, Saraiva Martins, Lozano Barragán, Farina, Lajolo, Coppa, Navarrete. Tra i numerosi presuli presenti, gli arcivescovi Filoni, sostituto della segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. Ad accompagnare il Pontefice erano gli arcivescovi Harvey, prefetto della Casa pontificia, e del Blanco Prieto, elemosiniere, insieme con i monsignori De Nicolò, reggente della Prefettura della Casa pontificia, Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, e Xuereb, della segreteria particolare.

(©L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2008)

Benedetto, il Papa no-global (Franca Giansoldati per "Il Messaggero")


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Il Papa sferza la globalizzazione
«Preferiamo il bene comune»


«I conflitti per la supremazia economica ostacolano un mondo giusto»

di FRANCA GIANSOLDATI

CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI alleato dei no-global. Tanto fermo in dottrina quanto aperturista in questioni sociali e ambientali, con la sua ultima presa di posizione in materia, Papa Ratzinger scatenerà sicuramente l’entusiasmo dell’intero popolo di Seattle.
Le parole pronunciate durante la messa dell’Epifania, in una basilica gremita di fedeli, sono lo specchio delle preoccupazioni della Chiesa, testimone diretta, col suo esercito di missionari sparsi ai quattro angoli del pianeta, del divario tra il Nord sempre più opulento e il Sud sempre più povero. «Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: una nebbia fitta avvolge le nazioni» ha denunciato. Poi di seguito l’affondo: «Non si può dire che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramanto delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Col movimento anti globalizzazione il pontefice condivide l’analisi sullo strapotere delle multinazionali, un potere a volte così forte da pilotare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale, energetico, in buona sostanza non rispettoso delle peculiarità locali, persino dannoso per le condizioni dei lavoratori. Ciò che il Papa suggerisce ad un Occidente distratto e ripiegato su se stesso è di aprire la porta del cuore alla speranza cristiana, unico antidoto in grado di tenere a bada le sirene dell’egoismo, la ricerca del superfluo, gli eccessi, in fondo la rovina di se stessi: «C’è bisogno - ha ammonito - di una speranza più grande che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». La moderazione - da regola ascetica - si trasforma in una vera e propria «via di salvezza per l’umanità». Condivisione, generosità, giustizia sono i binari sui quali dovrebbero muoversi popoli e governi: «E’ ormai evidente che solo adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per una equa distribuzione delle ricchezze sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile». L’auspicio è di avere governanti lungimiranti e «coraggiosi», capaci di scelte ardite, proprio come i «re Magi che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli doni preziosi». Il tema della globalizzazione - assai caro a Papa Ratzinger - sarà al centro della sua prima enciclica sociale. Secondo quanto filtra dai palazzi vaticani il testo dovrebbe vedere la luce il giorno di San Giuseppe, il prossimo 19 marzo. L’argomento gli sta particolarmente a cuore, come del resto testimoniano i suoi recenti interventi. Dall’appello al G8, nel giugno scorso, con tanto di lettera personale ad Angela Merkel per spronare i Grandi ad aiutare l’Africa e sollecitare la cancellazione del debito ai paesi poveri, fino all’omelia pronunciata nel corso della visita pastorale a Velletri, nel settembre scorso. Quel giorno denunciò la globalizzazione intesa soprattutto come fenomeno economico. Senza condannare il profitto in sè, Papa Ratzinger metteva paletti etici poichè il guadagno non può mai divenire il criterio ultimo dell’agire umano dato che dovrebbe tradursi sempre in condivisione e solidarietà. «La generosità si esprime in un amore sincero per tutti». A fare da battistrada al filone no-global è stato Giovanni Paolo II. Tre encicliche sociali e una sfilza di discorsi tanto che arrivò persino a meritarsi il plauso dell’allora segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti e di Fidel Castro. Ratzinger ha ripreso il cammino no global invitando le nazioni ad aprirsi, ad essere generose nella consapevolezza che le parti sociali, gli stati, i popoli sono interdipendenti, che dallo sviluppo degli uni dipende lo sviluppo degli altri. L’Occidente non può più restare in silenzio davanti al dramma di miliardi di persone affamate. Non vederne le conseguenze significa minare lo sviluppo dell’intero pianeta.

© Copyright Il Messaggero, 7 gennaio 2008, consultabile online anche qui

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Ratzinger: «La globalizzazione crea guerre»

di Redazione

Globalizzazione non è «sinonimo di ordine mondiale» e oggi i conflitti per «la supremazia economica» e l’accaparramento delle risorse rendono difficile la vita di vuole costruire un mondo più giusto. Lo ha detto ieri il Papa, nell’omelia della messa dell’Epifania celebrata in San Pietro.

Benedetto XVI ha spiegato che «con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli». Ma ha aggiunto subito dopo: «Anche oggi, tuttavia, resta vero quanto diceva il profeta: “Nebbia fitta avvolge le nazioni”. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». «C’è bisogno – ha detto ancora il pontefice – di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». Una speranza, ha continuato, citando la recente enciclica Spe salvi, che «può essere solo Dio... non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano». Se c’è una grande speranza, ha aggiunto, «si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, e si rovina se stessi e il mondo». La moderazione – ha concluso Benedetto XVI – non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio».

C’è attesa per il discorso che questa mattina Benedetto XVI pronuncerà davanti al corpo diplomatico accreditato in Vaticano: un bilancio dell’anno trascorso, la segnalazione delle tante situazioni di disagio e di crisi. Non si attende un esplicito riferimento alla moratoria sull’aborto proposta da Giuliano Ferrara come logica conseguenza di quella sulla pena capitale, ma il pontefice dovrebbe ribadire che quello alla vita è un diritto fondamentale. Da tutelare, in un mondo dove esso appare sempre più a rischio.

© Copyright Il Giornale, 7 gennaio 2008


Il Vaticano

Il Papa: "La globalizzazione porta ingiustizia non benessere"

ORAZIO LA ROCCA

Città del vaticano

«La globalizzazione non è stato, purtroppo, sinonimo di benessere generalizzato. Anzi, nel mondo globalizzato si è accentuata l´ingiusta divisione dei beni ed è così aumentata la disperazione» tra le popolazioni meno abbienti e più bisognose.
Omelia dell´Epifania pronunziata ieri da papa Ratzinger nella basilica di S. Pietro all´insegna del richiamo e della denuncia per «quanti nel mondo soffrono ancora per fame, guerre e distruzioni». Un´omelia tenuta per celebrare l´adorazione dei Magi presso la grotta di Betlemme, ma che Benedetto XVI non ha esitato a trasformare in un forte monito-denunzia in difesa dei «più poveri tra i più poveri», richiamando in primo luogo le responsabilità della Chiesa, che - ha ricordato - «è santa, ma composta anche di peccatori».

Un richiamo che ha indirettamente evocato anche la grande iniziativa di preghiera mondiale e di richiesta di perdono voluta dallo stesso pontefice per le vittime dei preti pedofili, annunciata sabato scorso dal Vaticano.

Il Papa parla davanti a vescovi, cardinali e a una basilica colma di fedeli, mentre in piazza San Pietro sfilano centinaia di figuranti per ricordare l´arrivo dei Re Magi. Malgrado il clima di festa, le parole di Ratzinger invitano a pensare. Ed in primo luogo gli uomini di Chiesa quando, richiamandosi alle letture bibliche, ricorda che «anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt´altro». Nell´omelia, il pontefice rileva ancora che «i conflitti per la supremazia economica e l´accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime, rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Da qui, l´invito a credenti, non credenti e uomini di buona volontà ad operare scelte di vita «che permettano di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». Una sfida quasi utopica che il Papa invita ad affrontare con «la moderazione» che «non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l´umanità». Infatti, «è ormai evidente che solo adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dall´impegno per un´equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto». Ma per cambiare così radicalmente l´ordine economico occorre essere sostenuti da una «grande speranza», che ricorda Benedetto citando la sua recente enciclica, «può essere solo Dio, e non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano, il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto». Tuttavia, ammette Ratzinger, il disegno divino «è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l´umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi». Ma è in questo contesto, assicura il Papa, che la Chiesa vuole porsi «al servizio dell´intera umanità», senza però rinunziare alla sua identità e alla sua fedeltà a Cristo.

© Copyright Repubblica, 7 gennaio 2008

Il Papa esorta a vivere con sobrietà (Chirri per "La Gazzetta del sud")


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La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore"

“Siamo venuti per adorarlo”: messaggio per la GMG di Colonia

«Pregate per le vittime dei preti pedofili». Pugno di ferro di Papa Benedetto contro chi si macchia di questi delitti (Il Tempo)

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Card. Ratzinger: "Lo sguardo dei Magi arrivava lontano: erano persone che andavano alla ricerca di Dio e quindi di se stesse..." (Sul Natale)

J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)

Esorta a vivere con sobrietà

Benedetto XVI ammonisce contro l'egoismo della globalizzazione

Giovanna Chirri

CITTÀ DEL VATICANO

Davvero la globalizzazione «non è sinonimo di ordine mondiale» se porta a «preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». E se, denuncia Benedetto XVI, nel mondo «i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Per questo il Papa chiede una «equa distribuzione delle ricchezze» e uno «sviluppo giusto e sostenibile».
«Moderazione» e uno stile di vita «sobrio», ammonisce, non sono solo «regola ascetica», ma «via di salvezza per l'umanità».
Alla vigilia del discorso al corpo diplomatico in cui solitamente affronta le tematiche internazionali più pressanti, papa Ratzinger ha rinnovato la propria preoccupazione per una globalizzazione non governata, che finisce inevitabilmente per essere a vantaggio di pochi e a detrimento dei poveri. Lo ha fatto celebrando in San Pietro la messa dell'Epifania, all'interno di una ampia riflessione sull'umanità sempre al bivio tra «luce e tenebre». La «sobrietà», ha anche ammonito, va collegata con la «speranza»: «se manca la speranza, si cerca la felicità nell'ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo».
Quello sulle sfide della globalizzazione è un tema caro a papa Ratzinger, che in diverse occasioni ha paventato il «rischio» che l'umanità perda la partita nella costruzione di «un nuovo ordine mondiale politico ed economico» e di un «nuovo umanesimo». La globalizzazione, come disse lo scorso settembre a Vienna davanti al corpo diplomatico, deve assolutamente essere «attenta ai paesi più poveri e alle persone più povere dei paesi ricchi». E in questo anche l'Europa ha qualcosa da dire, grazie al suo «modello di vita» che tenta di conciliare «efficacia economica con giustizia sociale» e fatto di «pluralità politica e tolleranza, liberalità e apertura».
La riflessione sulla globalizzazione è giunta a coronamento di una meditazione sull'umanità in lotta tra bene e male, e sul ruolo della Chiesa, all'indomani dell'annuncio da parte del Vaticano di una campagna di preghiera perpetua e mondiale per le vittime dei preti pedofili e abusatori.

© Copyright Gazzetta del sud, 7 gennaio 2008

6 gennaio 2008

Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger (Giovanna Chirri per "La Gazzetta del Mezzogiorno online"


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Prefazione del metropolita Kirill (Patriarcato di Mosca) a "Introduzione al Cristianesimo" del Prof. Joseph Ratzinger

La Chiesa cattolica lancia una preghiera per le vittime dei preti pedofili (Gazzetta del sud)

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio? (Un'omelia del cardinale Montini, 1955)

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EPIFANIA: I VIDEO

Ogni autentico credente, con la piccola luce che porta dentro di sé, può e deve essere di aiuto a chi si trova al suo fianco

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Un invito alla pace ed alla concordia...

Card. Ratzinger: "Lo sguardo dei Magi arrivava lontano: erano persone che andavano alla ricerca di Dio e quindi di se stesse..." (Sul Natale)

J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)

Nella ricerca dei Magi la nascosta inquietudine di ogni essere umano (Mons. Ravasi per "L'Osservatore Romano")

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Nella celebrazione per l'Epifania, Benedetto XVI ha parlato contro «il lusso di pochi e la miseria di molti» ed a favore di un mondo «giusto e solidale»

Giovanna Chirri

CITTÀ DEL VATICANO – Davvero la globalizzazione «non è sinonimo di ordine mondiale» se porta a «preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». E se, denuncia Benedetto XVI, nel mondo «i conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale».
Per questo il Papa chiede una «equa distribuzione delle ricchezze» e uno «sviluppo giusto e sostenibile». «Moderazione» e uno stile di vita «sobrio», ammonisce, non sono solo «regola ascetica», ma «via di salvezza per l’umanità».
Alla vigilia del discorso al corpo diplomatico in cui solitamente affronta le tematiche internazionali più pressanti, papa Ratzinger ha rinnovato la propria preoccupazione per una globalizzazione non governata, che finisce inevitabilmente per essere a vantaggio di pochi e a detrimento dei poveri.
Lo ha fatto celebrando in San Pietro la messa dell’Epifania (che celebra la visita dei tre Re Magi al neonato Gesù), all’interno di una ampia riflessione sull'umanità sempre al bivio tra «luce e tenebre».

La «sobrietà», ha anche ammonito, va collegata con la «speranza»: «se manca la speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo».

Quello sulle sfide della globalizzazione è un tema caro a papa Ratzinger, che in diverse occasioni ha paventato il «rischio» che l’umanità perda la partita nella costruzione di «un nuovo ordine mondiale politico ed economico» e di un «nuovo umanesimo».
La globalizzazione, come disse lo scorso settembre a Vienna davanti al corpo diplomatico, deve assolutamente essere «attenta ai Paesi più poveri e alle persone più povere dei paesi ricchi». E in questo anche l'Europa ha qualcosa da dire, grazie al suo «modello di vita» che tenta di conciliare «efficacia economica con giustizia sociale» e fatto di «pluralità politica e tolleranza, liberalità e apertura».
La riflessione sulla globalizzazione è giunta oggi a coronamento di una meditazione sull'umanità in lotta tra bene e male, alla ricerca di senso e alla ricerca di Dio, e sul ruolo della Chiesa. Questa, – ha sottolineato il Pontefice all’indomani dell’annuncio da parte del Vaticano di una campagna di preghiera perpetua e mondiale per le vittime dei preti pedofili e abusatori, – «è santa e composta di peccatori». E la sua «missione» è far sì che «Cristo sia accolto nella storia, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini». Dal peccato originale alla torre di Babele alla Pentecoste, la predicazione papale ha fatto ricorso ai grandi «affreschi» biblici per spiegare il «grande segno della Chiesa poliglotta», che in un movimento di «segno opposto a quello di Babele» indica il passaggio «dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione». La «benedizione» di Dio, ha rimarcato il Papa, intride il «mistero della storia», «il mistero di una benedizione che vuole raggiungere tutti i popoli e tutti gli esseri umani perchè possano vivere come fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre». «La Chiesa – ha aggiunto – è al servizio di questo mistero di benedizione per l’intera umanità e assolve appieno alla sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo».
Un concetto ripreso più tardi, durante l’Angelus, ricordando che «la Chiesa svolge per l’umanità la missione della stella...».

© Copyright Gazzetta del Mezzogiorno online, 6 gennaio 2008

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio? (Un'omelia del cardinale Montini, 1955)


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EPIFANIA: I VIDEO

Ogni autentico credente, con la piccola luce che porta dentro di sé, può e deve essere di aiuto a chi si trova al suo fianco

Il Papa: "Mea culpa sui preti pedofili". Ratzinger ispiratore della tolleranza zero varata quando era Prefetto della CDF (La Rocca per "Repubblica")

La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore"

Si celebra oggi, nella solennità dell'Epifania, la Giornata mondiale dell'infanzia missionaria, incentrata sul tema "Accogliamo Gesù nel mondo"

SOLENNE MESSA A SAN PIETRO PER L'EPIFANIA

“Siamo venuti per adorarlo”: messaggio per la GMG di Colonia

«Pregate per le vittime dei preti pedofili». Pugno di ferro di Papa Benedetto contro chi si macchia di questi delitti (Il Tempo)

La Chiesa chiede perdono alle vittime dei preti pedofili (Tornielli per "Il Giornale")

Un invito alla pace ed alla concordia...

Card. Ratzinger: "Lo sguardo dei Magi arrivava lontano: erano persone che andavano alla ricerca di Dio e quindi di se stesse..." (Sul Natale)

J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)

Nella ricerca dei Magi la nascosta inquietudine di ogni essere umano (Mons. Ravasi per "L'Osservatore Romano")

Preghiera di riparazione per le vittime dei preti pedofili: il commento di Mons. Giuliodori (Radio Vaticana)

Antonio Socci: «Benedetto è il Papa dell’"illuminismo cristiano" e della libertà»

L'Epifania alla luce delle omelie e dei discorsi del Papa a Colonia (una riflessione del Prof. Lucio Coco)

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio?

Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia - il testo integrale è in Discorsi e scritti milanesi, Brescia, Istituto Paolo VI, 1997, I, pp. 556-562 - che, nel giorno di Natale del 1955, l'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini pronunciò in duomo soffermandosi in modo particolare sulla tradizione del presepio.

Giovanni Battista Montini

"È il Natale una data che tutti volentieri celebriamo. Ma sappiamo tutti renderci conto della sua essenziale bellezza? Potremmo tutti documentare la sua reale autenticità? Che cosa è, in fondo, il Natale? La festa della famiglia, dei bambini, dei poveri? la festa dei doni? Ecco: vi è intorno al Natale una fioritura di bontà, di umanità, di gentilezza e di carità, che davvero la iscrive fra i momenti più belli dell'annata, anzi della vita, fra quelli che potremmo chiamare caratteristici d'una civiltà, che cristiana si chiama: è così bello questo aspetto del Natale, che nessuno, neppure quelli che ne disconoscono il senso intimo ed operante, lo sanno rifiutare.
Poi viene l'aspetto lirico e sentimentale: a quanta poesia non ha dato origine il Natale? A quante dolci canzoni, a quante pastorali melodie? A quante nostalgie, contemplazioni, drammi interiori, affetti risorgenti, commosse intimità? La natura, la vita hanno un loro linguaggio dolce e innocente del Natale che ci fa assaporare qualcosa della primitiva armonia del creato e che ci restituisce alla gioia delle cose vere, delle cose semplici, delle cose buone, come un incantesimo vivificante.
Ma, subito dietro questo aspetto lirico e romantico, un altro va manifestandosi, che altera la limpidezza e la forza del grande motivo natalizio, ch'è tutto verità per introdurre elementi di fantasia, di leggenda, di gioco spettacolare: ecco l'albero del natale, ecco babbo natale, che vengono a sostituire il presepio, e tentano di risolvere in mito ed in gioco la deliziosa storicità del mistero. La mente si diverte, ma si confonde; si diventa volentieri fanciulli, ma tali si resta; non si comprende più, non si assurge più al sovrumano incontro col Bambino celeste.
E allora con facilità il Natale scivola nel surrogato: nei dolci, nei lumi, negli auguri, nei pranzi, che collegati con l'originaria letizia della festa religiosa hanno anch'essi una loro ragion d'essere, nella misurata espressione d'un gentile costume cristiano. Ma, a sé stanti, che sono? La festa comincia ad accusare il suo vuoto; e, per nasconderlo, comincia la frenesia del divertimento e della dissipazione esteriore e mondana: il Natale allora ha perduto ogni sua autenticità.
Vorrei che, per un istante, voi che qua convenite per ritrovare, nella celebrazione di questi riti sacri, la verità del Natale, aveste appunto a pensare qual è questa verità, questa insurrogabile autenticità.
Il presepio, mi direte.
Sì, il presepio. Il racconto di san Luca è così preciso e lineare, così noto e parlante, che ci fa assistere al dolcissimo, ineffabile avvenimento. Giova rileggerlo e assaporarlo (...) (cfr Luca, 2, 1-14).
La storia evangelica è sempre cordialmente stupenda e sempre ci affascina. Potremmo sostare senza fine, come bambini davanti al presepio, a tutto considerare, a tutto spiegare. Ma ora la nostra questione ci sospinge più oltre: questo è tutto? abbiamo compreso ciò che è avvenuto? qual è la realtà, il significato, il valore del fatto di cui abbiamo sentito la narrazione? La narrazione ci presenta le modalità storiche ed esteriori dell'avvenimento: ma abbiamo noi penetrato nell'essenza di questo avvenimento? Il fatto, in se stesso, che è?
È nato il Salvatore; è nato il Messia, Cristo Signore. Il Vangelo lo dice. Il quadro si allarga su sconfinati orizzonti: il Salvatore, il Messia! Qui c'è l'epilogo di tutta una filosofia, quella dell'uomo, che ha bisogno d'essere salvato; quella dell'uomo che non è sufficiente a se stesso. (...) Qui c'è il centro di tutta una storia, anzi della storia umana tutta quanta, che trova nel Cristo il suo senso e la sua dignità, la sua legge e la sua speranza.
Ma sappiamo di poter oggi osare di più. Chi è questo Salvatore? chi è questo Messia?
E la risposta viene dall'evangelista che ci ha dato la pagina, letta alla prima messa natalizia del rito ambrosiano, alla terza, invece, del rito romano.
Il Salvatore, il Messia, il Gesù di Betlem è il Verbo di Dio fatto uomo. Cadiamo in ginocchio. La meraviglia non ha confine. L'adorazione non ha sufficiente umiltà. La gioia non ha parole bastevoli.
Il cielo si è spalancato. Il mistero della vita interiore di Dio si è manifestato. L'unità trascendentale di Dio si è palesata feconda. Ancor prima della nascita di Cristo nel tempo, la sua nascita eterna fuori del tempo ci è annunciata. Ancor prima della sua esistenza fra noi ci è scoperta la sua preesistenza presso Dio, e Lui, Lui stesso ci è detto essere Dio: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo".
E questo mistero proprio di Dio si rivela a noi simultaneamente con quello dell'incarnazione, proprio di Cristo, Dio e Uomo. "E il Verbo si è fatto carne, e ha dimorato fra noi". I problemi più alti della teologia s'intrecciano in modo mirabile; al centro il mistero di Cristo.
Chi è dunque il Bambino che ammiriamo nel presepio? La formulazione dogmatica della risposta a questa domanda ha impegnato i primi secoli della preghiera e della meditazione cristiana. I grandi concilii di Nicea, di Efeso, di Calcedonia, di Costantinopoli hanno decifrato i termini sorprendenti del mistero di Cristo; Egli è Uno; una sola Persona quella del Verbo di Dio; vivente in due nature, la divina e l'umana; avente perciò Dio per Padre, prima di tutti i secoli; Maria per Madre nel tempo, nel momento preciso della storia evangelica.
Già il nostro sant'Ambrogio, come tutti i Padri, interessati al massimo per dare alla Chiesa il concetto esatto, per quanto è dato a menti umane definirlo, dell'imprevedibile prodigio, aveva detto: "questa è la fede, che Cristo è Figlio di Dio ed eterno del Padre, e che è nato da Maria Vergine" (De Incarnationis dominicae sacramento, V, 35).
Questa strabiliante verità che i cristiani dovrebbero sempre avere presente allo spirito, e che i non cristiani si sforzano di ignorare, è la ragione profonda della festa del Natale; ed è talmente innestata nei nostri destini da riverberare su ogni aspetto della vita i suoi raggi meravigliosi. Tutto sarebbe da meditare e da valutare alla luce del mistero dell'Incarnazione.
Basti dire che da tale mistero sono regolati i nostri rapporti con Dio. Quei rapporti, che faticosamente la mente e il cuore umano andavano divinando fra la vita umana e la divinità, costituendo la chiave di volta del pensiero filosofico e morale, sono posti in termini esatti, nella storia e nello spirito umano, con vivente concretezza; Cristo, Uomo-Dio, è il ponte religioso fra il cielo e la terra. E se tutto si può dire, dipende dalla concezione religiosa - positiva o negativa che l'uomo si fa della vita, tutto dipende per noi da Cristo, dai rapporti cioè che noi abbiamo con Cristo, Egli è il nuovo Adamo; la nuova fonte della vita; il necessario. Egli è la Pietra d'angolo.
E se non siamo restii alla grande rivelazione di Dio fatto uomo, non soltanto le realtà divine ci sono annunciate, ma le realtà umane altresì. La teologia del presepio è la più alta, la più chiara, la più consolante antropologia. La vita umana acquista in Cristo la sua significazione, il suo valore, la sua dignità, il suo carattere sacro, ch'è quanto dire la sua libertà, la sua intangibile personalità.
Il discorso non avrebbe più fine: l'apologia dell'uomo e l'esaltazione della vita scaturiscono proprio, con vena inesauribile, dal mistero del Natale, contemplato nella sua autenticità.
E come del Natale autentico siamo fatti e ci chiamiamo cristiani, così dal Natale sembra venire a noi un invito ad essere autentici cristiani
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Oggi questo termine di "cristiano" sembra svigorito da quanti ancora lo usano per dare una generalissima ed estrema qualifica alla vita, alla cultura, alla civiltà, le quali dal cristianesimo hanno avuto la benefica impronta; ma che cercano, appena possono, di dimenticarlo o di risolverlo in altre formule, laiche e punto impegnative alle supreme e vitali conseguenze, che il nome cristiano porta con sé.
Un Natale senza Cristo, e un nome cristiano senza la fede in Cristo sono irrisioni alla verità divina e all'intelligenza umana.
Vediamo noi, fedeli, di dare al Natale il suo autentico valore e splendore: la celebrazione del mistero dell'Incarnazione; e di dare al nome cristiano la gloria e la potenza ch'esso deve portare con sé, quelle d'un'autentica vita cristiana. E così sia.

(©L'Osservatore Romano - 6 gennaio 2008)