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6 gennaio 2008

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio? (Un'omelia del cardinale Montini, 1955)


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Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio?

Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia - il testo integrale è in Discorsi e scritti milanesi, Brescia, Istituto Paolo VI, 1997, I, pp. 556-562 - che, nel giorno di Natale del 1955, l'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini pronunciò in duomo soffermandosi in modo particolare sulla tradizione del presepio.

Giovanni Battista Montini

"È il Natale una data che tutti volentieri celebriamo. Ma sappiamo tutti renderci conto della sua essenziale bellezza? Potremmo tutti documentare la sua reale autenticità? Che cosa è, in fondo, il Natale? La festa della famiglia, dei bambini, dei poveri? la festa dei doni? Ecco: vi è intorno al Natale una fioritura di bontà, di umanità, di gentilezza e di carità, che davvero la iscrive fra i momenti più belli dell'annata, anzi della vita, fra quelli che potremmo chiamare caratteristici d'una civiltà, che cristiana si chiama: è così bello questo aspetto del Natale, che nessuno, neppure quelli che ne disconoscono il senso intimo ed operante, lo sanno rifiutare.
Poi viene l'aspetto lirico e sentimentale: a quanta poesia non ha dato origine il Natale? A quante dolci canzoni, a quante pastorali melodie? A quante nostalgie, contemplazioni, drammi interiori, affetti risorgenti, commosse intimità? La natura, la vita hanno un loro linguaggio dolce e innocente del Natale che ci fa assaporare qualcosa della primitiva armonia del creato e che ci restituisce alla gioia delle cose vere, delle cose semplici, delle cose buone, come un incantesimo vivificante.
Ma, subito dietro questo aspetto lirico e romantico, un altro va manifestandosi, che altera la limpidezza e la forza del grande motivo natalizio, ch'è tutto verità per introdurre elementi di fantasia, di leggenda, di gioco spettacolare: ecco l'albero del natale, ecco babbo natale, che vengono a sostituire il presepio, e tentano di risolvere in mito ed in gioco la deliziosa storicità del mistero. La mente si diverte, ma si confonde; si diventa volentieri fanciulli, ma tali si resta; non si comprende più, non si assurge più al sovrumano incontro col Bambino celeste.
E allora con facilità il Natale scivola nel surrogato: nei dolci, nei lumi, negli auguri, nei pranzi, che collegati con l'originaria letizia della festa religiosa hanno anch'essi una loro ragion d'essere, nella misurata espressione d'un gentile costume cristiano. Ma, a sé stanti, che sono? La festa comincia ad accusare il suo vuoto; e, per nasconderlo, comincia la frenesia del divertimento e della dissipazione esteriore e mondana: il Natale allora ha perduto ogni sua autenticità.
Vorrei che, per un istante, voi che qua convenite per ritrovare, nella celebrazione di questi riti sacri, la verità del Natale, aveste appunto a pensare qual è questa verità, questa insurrogabile autenticità.
Il presepio, mi direte.
Sì, il presepio. Il racconto di san Luca è così preciso e lineare, così noto e parlante, che ci fa assistere al dolcissimo, ineffabile avvenimento. Giova rileggerlo e assaporarlo (...) (cfr Luca, 2, 1-14).
La storia evangelica è sempre cordialmente stupenda e sempre ci affascina. Potremmo sostare senza fine, come bambini davanti al presepio, a tutto considerare, a tutto spiegare. Ma ora la nostra questione ci sospinge più oltre: questo è tutto? abbiamo compreso ciò che è avvenuto? qual è la realtà, il significato, il valore del fatto di cui abbiamo sentito la narrazione? La narrazione ci presenta le modalità storiche ed esteriori dell'avvenimento: ma abbiamo noi penetrato nell'essenza di questo avvenimento? Il fatto, in se stesso, che è?
È nato il Salvatore; è nato il Messia, Cristo Signore. Il Vangelo lo dice. Il quadro si allarga su sconfinati orizzonti: il Salvatore, il Messia! Qui c'è l'epilogo di tutta una filosofia, quella dell'uomo, che ha bisogno d'essere salvato; quella dell'uomo che non è sufficiente a se stesso. (...) Qui c'è il centro di tutta una storia, anzi della storia umana tutta quanta, che trova nel Cristo il suo senso e la sua dignità, la sua legge e la sua speranza.
Ma sappiamo di poter oggi osare di più. Chi è questo Salvatore? chi è questo Messia?
E la risposta viene dall'evangelista che ci ha dato la pagina, letta alla prima messa natalizia del rito ambrosiano, alla terza, invece, del rito romano.
Il Salvatore, il Messia, il Gesù di Betlem è il Verbo di Dio fatto uomo. Cadiamo in ginocchio. La meraviglia non ha confine. L'adorazione non ha sufficiente umiltà. La gioia non ha parole bastevoli.
Il cielo si è spalancato. Il mistero della vita interiore di Dio si è manifestato. L'unità trascendentale di Dio si è palesata feconda. Ancor prima della nascita di Cristo nel tempo, la sua nascita eterna fuori del tempo ci è annunciata. Ancor prima della sua esistenza fra noi ci è scoperta la sua preesistenza presso Dio, e Lui, Lui stesso ci è detto essere Dio: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo".
E questo mistero proprio di Dio si rivela a noi simultaneamente con quello dell'incarnazione, proprio di Cristo, Dio e Uomo. "E il Verbo si è fatto carne, e ha dimorato fra noi". I problemi più alti della teologia s'intrecciano in modo mirabile; al centro il mistero di Cristo.
Chi è dunque il Bambino che ammiriamo nel presepio? La formulazione dogmatica della risposta a questa domanda ha impegnato i primi secoli della preghiera e della meditazione cristiana. I grandi concilii di Nicea, di Efeso, di Calcedonia, di Costantinopoli hanno decifrato i termini sorprendenti del mistero di Cristo; Egli è Uno; una sola Persona quella del Verbo di Dio; vivente in due nature, la divina e l'umana; avente perciò Dio per Padre, prima di tutti i secoli; Maria per Madre nel tempo, nel momento preciso della storia evangelica.
Già il nostro sant'Ambrogio, come tutti i Padri, interessati al massimo per dare alla Chiesa il concetto esatto, per quanto è dato a menti umane definirlo, dell'imprevedibile prodigio, aveva detto: "questa è la fede, che Cristo è Figlio di Dio ed eterno del Padre, e che è nato da Maria Vergine" (De Incarnationis dominicae sacramento, V, 35).
Questa strabiliante verità che i cristiani dovrebbero sempre avere presente allo spirito, e che i non cristiani si sforzano di ignorare, è la ragione profonda della festa del Natale; ed è talmente innestata nei nostri destini da riverberare su ogni aspetto della vita i suoi raggi meravigliosi. Tutto sarebbe da meditare e da valutare alla luce del mistero dell'Incarnazione.
Basti dire che da tale mistero sono regolati i nostri rapporti con Dio. Quei rapporti, che faticosamente la mente e il cuore umano andavano divinando fra la vita umana e la divinità, costituendo la chiave di volta del pensiero filosofico e morale, sono posti in termini esatti, nella storia e nello spirito umano, con vivente concretezza; Cristo, Uomo-Dio, è il ponte religioso fra il cielo e la terra. E se tutto si può dire, dipende dalla concezione religiosa - positiva o negativa che l'uomo si fa della vita, tutto dipende per noi da Cristo, dai rapporti cioè che noi abbiamo con Cristo, Egli è il nuovo Adamo; la nuova fonte della vita; il necessario. Egli è la Pietra d'angolo.
E se non siamo restii alla grande rivelazione di Dio fatto uomo, non soltanto le realtà divine ci sono annunciate, ma le realtà umane altresì. La teologia del presepio è la più alta, la più chiara, la più consolante antropologia. La vita umana acquista in Cristo la sua significazione, il suo valore, la sua dignità, il suo carattere sacro, ch'è quanto dire la sua libertà, la sua intangibile personalità.
Il discorso non avrebbe più fine: l'apologia dell'uomo e l'esaltazione della vita scaturiscono proprio, con vena inesauribile, dal mistero del Natale, contemplato nella sua autenticità.
E come del Natale autentico siamo fatti e ci chiamiamo cristiani, così dal Natale sembra venire a noi un invito ad essere autentici cristiani
.
Oggi questo termine di "cristiano" sembra svigorito da quanti ancora lo usano per dare una generalissima ed estrema qualifica alla vita, alla cultura, alla civiltà, le quali dal cristianesimo hanno avuto la benefica impronta; ma che cercano, appena possono, di dimenticarlo o di risolverlo in altre formule, laiche e punto impegnative alle supreme e vitali conseguenze, che il nome cristiano porta con sé.
Un Natale senza Cristo, e un nome cristiano senza la fede in Cristo sono irrisioni alla verità divina e all'intelligenza umana.
Vediamo noi, fedeli, di dare al Natale il suo autentico valore e splendore: la celebrazione del mistero dell'Incarnazione; e di dare al nome cristiano la gloria e la potenza ch'esso deve portare con sé, quelle d'un'autentica vita cristiana. E così sia.

(©L'Osservatore Romano - 6 gennaio 2008)

27 settembre 2007

Concerto in onore di Paolo VI: gli articoli


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CONSIGLIO DI LETTURA: IL SITO DI FRANCESCO

Bergamo in prima fila al concerto per Paolo VI

Benedetto XVI a Castel Gandolfo per l'Orchestra del Festival pianistico: «Grande Pontefice che segnò il Novecento» Applausi per la compagine di Orizio: musiche di Vivaldi, Bach e Mozart. Presenti anche il vescovo Amadei e il sindaco

Paolo Aresi

Roma Si spengono le note di Mozart nella Sala degli Svizzeri a Castel Gandolfo e parte l'applauso del pubblico che ha seguito l'esibizione dell'Orchestra del Festival pianistico di Bergamo e Brescia senza fiatare, ieri nel tardo pomeriggio a Castel Gandolfo. L'applauso di Papa Benedetto XVI, seduto al centro della prima fila nella poltrona bianca è convinto, prolungato. Poi il Pontefice si alza, prende la parola, ringrazia gli organizzatori del concerto che ha voluto celebrare il centodecimo anniversario della nascita di Papa Paolo VI, l'orchestra, il direttore Agostino Orizio, i solisti, saluta le autorità presenti, tra le quali il nostro vescovo monsignor Roberto Amadei, accompagnato dal segretario monsignor Alessandro Locatelli, e il sindaco Roberto Bruni. Dice il Papa: «Grazie per questa suggestiva serata musicale, grazie per averci regalato questi brani certamente noti, ma sempre capaci di suscitare emozioni, capaci di aiutare il nostro spirito a percepire l'intima armonia della bellezza divina». Il Papa è sinceramente colpito dall'esibizione dell'Orchestra del Festival pianistico Arturo Benedetti Michelangeli di Bergamo e Brescia. Lo confermano le calorose strette di mano finali, l'espansività dei suoi saluti. Ma prima di passare ai saluti il discorso del Papa si è soffermato sulla figura di Paolo VI, il successore di Papa Giovanni, nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897, eletto Pontefice nel giugno del 1963 e morto qui, a Castel Gandolfo, nell'agosto di quindici anni dopo, nel 1978. Ci aveva detto Piercarlo Orizio, figlio del direttore Agostino: «Mio padre era molto legato a Paolo VI, lo conosceva da prima che diventasse Pontefice, ha diretto per lui in Vaticano, lo incontrava nella casa di vacanza della famiglia Montini a Ponte di Legno. Una volta Montini venne a casa nostra. Quel giorno doveva esserci anche il cardinale bergamasco Roncalli ma non riuscì a venire: pochi mesi dopo sarebbe stato eletto Papa». Forse anche per via di questo legame affettivo la direzione di Agostino Orizio nel ricordo di Papa Montini è stata decisa, vibrante.
Di Montini, «un grande Pontefice, che ha segnato la storia del Ventesimo secolo», Benedetto XVI ha sottolineato «lo spirito di saggezza evangelica con cui ha saputo guidare la Chiesa durante e dopo il Concilio Vaticano II, in tempi non facili ed in condizioni sociali caratterizzate da profondi mutamenti culturali e religiosi». «Egli – ha proseguito – ha avvertito, con profetica intuizione, le speranze e le inquietudini degli uomini di quell'epoca; si è sforzato di valorizzarne le esperienze positive cercando di illuminarle con la luce della verità e dell'amore di Cristo, l'unico redentore dell'umanità».
L'amore per l'umanità e per i progressi della scienza e della tecnica non gli ha tuttavia impedito, ha aggiunto Papa Ratzinger, «di porre in evidenza le contraddizioni, gli errori e i rischi di un progresso scientifico e tecnologico sganciato da un saldo riferimento a valori etici e spirituali». «Il suo insegnamento resta pertanto ancor oggi attuale – ha concluso – e costituisce una fonte a cui attingere per meglio comprendere i testi conciliari ed analizzare gli eventi ecclesiali che hanno caratterizzato la seconda parte del Novecento».
Il programma del concerto prevedeva musiche di Vivaldi, Bach e Mozart. Ha detto Andrea Gibellini, presidente del Festival pianistico: «È un'iniziativa importante che siamo felici di avere realizzato, importante per Brescia perché si ricorda Papa Montini, ma importante anche per la nostra città. Il programma è stato scelto anche in base ai gusti del Papa, che conosce bene la musica e che so essere un discreto pianista. Mozart è il compositore preferito da Benedetto XVI». Un evento importante anche per Bergamo. Lo ha confermato il sindaco Roberto Bruni: «Una manifestazione come questa rientra nella volontà di Bergamo di porsi come città della cultura e della musica». Prima che risuonassero le note di Vivaldi ha preso la parola il vescovo ausiliare di Brescia, monsignor Francesco Beschi, presente a Castel Gandolfo insieme al sindaco di Brescia Paolo Corsini, all'onorevole Mino Martinazzoli (presidente onorario del Festival pianistico) e ad altre autorità. Beschi ha ringraziato l'Orchestra del Festival pianistico, ha ricordato il concerto di dieci anni fa per il centesimo anniversario della nascita di Papa Montini, sempre diretto dal maestro Orizio. E ha ringraziato in particolare, oltre al vescovo di Bergamo, il cardinale Giovanni Battista Re, bresciano, e la diocesi di Brescia per la volontà di organizzare questa manifestazione: «L'evento musicale si può inserire nella categoria del mistero per la sua inesauribilità, per la capacità di evocare il mistero di Dio».
Il concerto è entrato nel vivo con le note di Vivaldi, con il suo Concerto in do minore. Quindi l'orchestra, con il solista Marco Rizzi, ha interpretato il Concerto in la minore di Bach. Un'interpretazione a lungo applaudita, che ha manifestato un rapporto armonico e profondo per esempio nella serietà dell'incedere lento dell'orchestra, che accompagnava nel movimento andante il canto del violino, capace di suscitare momenti di malinconia sciolti nel silenzio. E poi la sintonia dell'allegro, dove la voce frizzante del violino è stata accompagnata con sicurezza e forza da parte degli altri archi. Rapporto armonico, incisivo che si è ripetuto nella terza parte, il Concerto in mi bemolle maggiore di Mozart, al pianoforte l'ucraino Alexander Romanovsky, 23 anni, che giovanissimo ha attirato l'attenzione di un maestro come Carlo Maria Giulini.

© Copyright L'Eco di Bergamo, 27 settembre 2007


«Abbiamo parlato di Papa Giovanni»

Incontrare il Papa è sempre un'emozione, lo è stato anche per il sindaco Roberto Bruni, che ieri sera, in occasione del concerto a Castel Gandolfo in onore del centodecimo anniversario della nascita di Paolo VI, ha reso omaggio a Benedetto XVI.
Dopo il concerto offerto dall'Orchestra del Festival internazionale di Brescia e Bergamo, Papa Ratzinger ha scambiato qualche battuta con il primo cittadino: «È una persona molto affabile – ha raccontato Bruni – appena mi sono presentato come sindaco di Bergamo ha subito pensato al Beato Papa Giovanni».
C'è stato il tempo solo di poche battute tra Bruni e il pontefice: «Gli ho ricordato che l'anno prossimo ricorre il cinquantesimo anniversario dell'elezione a Papa di Giovanni XXIII, lui ha sorriso e mi ha raccomandato di fare una grande festa per il nostro Papa bergamasco».
Benedetto XVI ha salutato anche gli altri rappresentanti delle amministrazioni locali presenti, in particolare il sindaco di Brescia, Paolo Corsini, e il presidente della Provincia di Brescia, Alberto Cavalli.
La festa ieri sera era in memoria del Papa bresciano, Paolo VI, nato a Concesio il 26 settembre 1897. A Bergamo toccherà l'anno prossimo con i cinquant'anni dall'elezione di Angelo Giuseppe Roncalli al soglio pontificio. Era infatti il 28 ottobre 1958 quando il cardinale Roncalli diventava Papa Giovanni XXIII. Il Papa bergamasco, morto il 3 giugno 1963, nel 2000 è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II. Sotto il Monte, ma tutta la Bergamasca in generale, compreso il capoluogo, si stanno preparando a celebrare la ricorrenza del cinquantesimo dall'elezione al soglio pontificio: «Abbiamo promesso a Benedetto XVI di fare le cose in grande e così sarà» ha concluso Bruni sorridendo.
Al termine del concerto il Papa aveva ringraziato «per la suggestiva serata musicale, con brani certamente noti, ma sempre capaci di suscitare emozioni, capaci di aiutare il nostro spirito a percepire l'intima armonia della bellezza divina».
L. D.

© Copyright L'Eco di Bergamo, 27 settembre 2007


«Ha segnato la storia del secolo XX»

Il Papa celebra la figura di Paolo VI

Fausto Gasparroni

CASTELGANDOLFO
Benedetto XVI rende omaggio al Papa che «ha saputo guidare la Chiesa durante e dopo il Concilio Vaticano II». «Un grande Pontefice», ha detto ieri sera parlando di Paolo VI nel 110. anniversario della nascita, «che ha segnato la storia del secolo XX» e il cui insegnamento «resta ancor oggi attuale».
Papa Ratzinger ha ricordato il suo predecessore – che lo fece cardinale nel concistoro del 27 giugno 1977 – in occasione del concerto commemorativo offerto nel Palazzo Apostolico di Castelgandolfo dall'Orchestra del Festival Internazionale «Arturo Benedetti Michelangeli» di Brescia e Bergamo. Nel concerto, diretto nella Sala degli Svizzeri dal maestro Agostino Orizio, sono state eseguite musiche di Vivaldi, Bach e Mozart. Tra i presenti al concerto, anche il presidente del gruppo bancario Intesa-San Paolo, Giovanni Bazoli, che al termine ha scambiato alcune parole con papa Ratzinger.
Secondo Benedetto XVI, papa Montini, nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre del 1897 e morto a Castelgandolfo il 6 agosto del 1978, «ha reso alla Chiesa e al mondo un servizio quanto mai prezioso in tempi non facili e in condizioni sociali caratterizzate da profondi mutamenti culturali e religiosi».
«Rendiamo omaggio – ha esortato – allo spirito di saggezza evangelica con cui questo mio amato predecessore ha saputo guidare la Chiesa durante e dopo il Concilio Vaticano II».
Per Benedetto XVI, l'amore che Paolo VI «nutriva per l'umanità con i suoi progressi, le meravigliose scoperte, i vantaggi e le agevolazioni della scienza e della tecnica», non gli ha impedito «di porre in evidenza le contraddizioni, gli errori e i rischi di un progresso scientifico e tecnologico sganciato da un saldo riferimento a valori etici e spirituali».
«Il suo insegnamento – ha aggiunto – resta pertanto ancor oggi attuale, e costituisce una fonte a cui attingere per meglio comprendere i testi conciliari ed analizzare gli eventi ecclesiali che hanno caratterizzato la seconda parte del 1900».
«Preghiamo – ha concluso Benedetto XVI – perché il suo esempio e i suoi insegnamenti siano per noi incoraggiamento e stimolo ad amare sempre più Cristo e la Chiesa, animati da quell'indomita speranza che ha sorretto Papa Montini sino al termine della sua esistenza».

© Copyright Gazzetta del sud, 27 settembre 2007

10 luglio 2007

I titoloni dei giornaloni di domani (di Maga Maghella)


Vedi anche:

Il Papa a Lorenzago: cronaca delle giornate di ieri e di oggi

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

IL TESTO DEL MOTU PROPRIO (in italiano)

LA LETTERA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI PER PRESENTARE IL MOTU PROPRIO.

ECCO LA VERA FACCIA DI MELLONI

Messa tridentina: la parola a Baget Bozzo

Messa tridentina: la reazione del rabbino Laras e la risposta di Don Paolo Padrini

IL PAPA A LORENZAGO: I VIDEO DI SKY

Qualche "chicca" offerta dal Papa all'arrivo a Lorenzago

IL PAPA IN CADORE: LO SPECIALE DEL BLOG

Il Papa a Lorenzago: cronaca e curiosita'

Rassegna stampa del 10 luglio 2007 [Il Papa a Lorenzago]

Aggiornamento della rassegna stampa del 10 luglio 2007 [Il Papa a Lorenzago]

Messa tridentina: lo stile di Benedetto XVI

Messa tridentina: il commento del card. Lehmann e l'intervista di Fabio Colagrande al teologo Vitiello per Radio Vaticana

Radio Vaticana intervista Mons. Amato sul documento della congregazione per la dottrina della fede

Il Concilio Vaticano II non ha cambiato la dottrina della Chiesa

"L'intervista" rilasciata dal Papa all'arrivo a Lorenzago

Documento vaticano sulle Chiese: un servizio obiettivo

Cari amici, la vostra amata (???) Maga Maghella e' tornata in servizio dopo un periodo di apparente disoccupazione :-)
Stasera, pero', urge la mia presenza perche' la palla di cristallo freme per anticiparci i titoloni dei giornaloni di domani. Ecco qui
:

Il Papa schiaffeggia Ortodossi e Protestanti.

Benedetto XVI affossa il Concilio: l'unica Chiesa e' quella Cattolica.

Papa Ratzinger all'attacco: i migliori siamo noi.

Passo indietro del Papa: approvato un documento che affossa il dialogo ecumenico.

I Protestanti e gli Ortodossi al Papa: ci ha offesi.

Vaticano. Il Papa: noi siamo una Chiesa, voi no.

Stop al dialogo ecumenico.

Devo continuare? Spero di essere smentita ma non credo...
A domani
.
Maga Maghella

5 luglio 2007

Tre anni di prova per la Messa tridentina


Vedi anche:

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO CHE LIBERALIZZA LA MESSA IN LATINO

Messa tridentina: Melloni perde le staffe ed insulta il Papa

La "perfidia" di certe notiziole sulla Messa tridentina

Messa tridentina: precisazioni sul Messale

Rassegna stampa del 5 luglio 2007

Motu proprio "SUMMORUM PONTIFICUM' che liberalizza la Messa tridentina

La "provocazione" di Magdi Allam: perche' un Musulmano fa cio' che dovrebbe fare un Cattolico?


Vedi anche:

VATICANO: MESSA PRECONCILIARE, TRE ANNI DI PROVA. SABATO IL MOTU PROPRIO

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 5 lug - Quasi certamente sabato prossimo il Vaticano rendera' pubblica la disposizione con la quale Benedetto XVI concedera' per i prossimi tre anni la possibilita', a chi lo volesse, di poter partecipare alla messa celebrata secondo il rito tridentino. Si tratta della messa in latino secondo il rito stabilito da san Pio V, celebrata dai sacerdoti con le spalle ai fedeli, fino al 1965, quando nella prima domenica di quaresima entro' in vigore il nuovo rito approvato da Paolo VI per dare seguito alla riforma liturgica conciliare. All'apparenza puo' sembrare un nostalgico ritorno all'indietro, ma una valutazione completa della disposizione papale sara' possibile solo con una lettura integrale del ''Motu proprio'' e della lettera firmata da Papa Ratzinger per accompagnare il documento inviato a tutti i vescovi cattolici del mondo. Qualche fonte vaticana sostiene che la lettera del papa non e' meno importante del documento stesso poiche' spiega i motivi pastorali di una scelta che ha sempre causato molte dispute nell'ambito cattolico tra i progressisti e i conservatori. Da quanto l'Asca ha potuto apprendere l'iniziativa di Papa Ratzinger non punta a un ritorno al passato, ma cerca di sbloccare una situazione di stallo tuttora esistente tra progressisti e conservatori su un nervo scoperto della Chiesa: la liturgia. Benedetto XVI non punta a indebolire la riforma conciliare, ma intende accompagnare piu' dolcemente tutti, anche i piu' nostalgici del passato (la punta di diamante di questa sensibilita' si trova tra i seguaci di mons.Lefebvre che sono giunti a consumare uno scisma) dal vecchio rito al nuovo rito. Accogliere infatti il nuovo rito senza demonizzare quello precedente, crea le condizioni per una piu' facile ricomposizione ecclesiale tra i fedeli legati all'antico e quelli piu' sensibili alla modernita'. Il rito tridentino (e non la semplice messa in latino che non e' stata cancellata neppure dal nuovo rito conciliare, anzi e' prevista in alcune specifiche circostanze) non sostituira' affatto percio' la messa nelle lingue moderne introdotta dal Concilio vaticano II che continuera' e restera' la messa tipica della chiesa cattolica.
Semplicemente sara' prevista la possibilita', per quei gruppi di fedeli che lo volessero e che capiscono il latino, la possibilita' di partecipare alla messa secondo il vecchio rito che non sara' piu' guardato con sospetto.
L'iniziativa di Benedetto XVI non riguarda solamente ne' principalmente i seguaci di Lefebvre: con costoro infatti le condizioni per una ricomposizione dello scisma restano invariate: possibilita' di celebrare la messa secondo il rito tridentino, ma accoglienza piena di tutta la dottrina contenuta nel Concilio Vaticano II, compreso il nuovo rito. Infatti se ai cattolici conciliari si richiede di non guardare con sospetto al vecchio rito, ai cattolici nostalgici si chiede di smettere la loro ostilita' e le loro accuse di apostasia nei confronti del nuovo rito voluto da Paolo VI. Benedetto XVI e' sempre stato convinto, anche da teologo, vescovo e cardinale, della bonta' della riforma liturgica conciliare,ma ha sempre pure avanzato riserve su alcuni metodi troppo decisi che hanno dato l'impressione di voler liquidare anche il valore positivo e religioso della tradizione con la quale per tanti secoli si e' espressa la preghiera della Chiesa.
Ora tenta di ricucire questo strappo, senza tuttavia concedere nulla agli anticonciliari. E ha dato un segno di non voler imporre una decisione solitaria su un tema che pure ha avuto particolarmente a cuore. Nei giorni scorsi il direttore della Sala Stampa vaticana aveva informato i giornalisti della riunione di 13 cardinali e vescovi rappresentanti di vari paesi del mondo messi al corrente del documento e della lettera del Papa. In quella riunione dove lo stesso pontefice si era intrattenuto per un'ora a dialogare con i partecipanti, sostanziali obiezioni non sono emerse. Comune ai vescovi invece, la preoccupazione, accolta da papa Benedetto, di regolarizzare la celebrazione del vecchio rito, senza sfasciare il delicato equilibrio pastorale che si e' ormai costituito nelle parrocchie di tutto il mondo specialmente con la celebrazione domenicale partecipata secondo il rito rinnovato dal concilio. E in questo senso ha preso forza la decisione di riaprire al vecchio rito per un tempo limitato e sperimentale di tre anni. Al termine del quale i vescovi dovranno riferire le esperienze in base alle quali a Roma si prendera' una decisione definitiva. ''Non bisogna affatto considerare il ripristino della messa in latino, come una prova del tradizionalismo del papa - ha scritto su Repubblica il notissimo antropologo Rene' Girard, favorevole ed estimatore della messa in latino -. Il suo conservatorismo e' una forzatura, un grottesco luogo comune.
Che cosa ha fatto di conservatore Ratzinger da quando e' divenuto papa? Nulla. Finora ha dato solo prova di lucidita', di saggezza ed elasticita' mentale, alleggerendo molte delle problematiche che affliggono la Chiesa''.
Con tutta probabilita' i testi che saranno pubblicati sabato prossimo daranno conferma di questo stile di papa Ratzinger, forza tranquilla ancorata certamente alla tradizione cattolica, ma aggiornata senza equivoci ai documenti conciliari e alle disposizioni dei papi che ne hanno promosso l'applicazione.

28 giugno 2007

Il Papa incoraggia la ricerca «etica»


Vedi anche:

Oggi Benedetto XVI indice l'anno paolino

Le priorita' del Papa: predicazione, liturgia, "Gesu' di Nazaret". Sulla curia a lui "poco amica" Benedetto XVI "soprassiede"

Motu proprio sulla Messa in latino: altri particolari

E' UFFICIALE: IL MOTU PROPRIO SULLA MESSA IN LATINO VERRA' PUBBLICATO ENTRO LA PROSSIMA SETTIMANA

L'autogol di Dario Fo e la satira mediocre

Rassegna stampa del 28 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 28 giugno 2007 (1)

Aggiornamento della rassegna stampa del 28 giugno 2007 (2)

Benedetto XVI, le ragioni di una elezione...




Il Papa incoraggia la ricerca «etica»

L'argine sulle staminali garanzia di successo

Carlo Bellieni

«Sì alla scienza»: l'ha ribadito il Papa nel suo saluto di ieri a un congresso romano sulle cellule staminali adulte. Per essere chiaro ha spiegato che "sì" alla scienza vuol dire sì alla ricerca, e sì ai limiti che la scienza ha in sé per non diventare autodistruttiva.
Ma perché il limite non va considerato un ostacolo? Bisogna domandarlo a chi di quest'affermazione fa una bandiera. Basti pensare a tanti ecologisti che vedono come il fumo negli occhi l'uso indiscriminato di manipolazioni genetiche su ogni aspetto della natura. Per Enzo Tiezzi, laico, cui è stato assegnato il corrispettivo del Nobel per l'ambiente, «un esempio eclatante degli apprendisti stregoni di questo inizio millennio è rappresentato dal tentativo di clonare esseri umani, mentre la clonazione o la replicazione di specie viventi (vegetali o animali) è del tutto in controtendenza con l'evoluzione biologica e con la stessa origine della vita, ambedue basate sulla biodiversità e sulla diversificazione di forme, individui e specie biologiche». Ma anche in casa femminista si sottolineano i limiti che la scienza deve porsi per non tradire se stessa: ricordo le campagne contro il traffico di ovociti umani (con lo slogan Hands off our ovaries, «Giù le mani dalle nostre ovaie»), o le denunce sulla pericolosità dei nuovi metodi chimici di aborto, spacciati come "dolci". Brigitte-Fanny Cohen, popolare responsabile dei programmi di medicina del canale tv France 2, ha scritto un libro intitolato Un bambino sì, ma non a ogni costo in cui narra le peripezie che ha passato per avere un figlio artificialmente (finì poi per concepirne uno in modo naturale), arrivando a chiedere - lei giornalista scientifica laica - un argine agli eccessi in questo campo.
Quello del Papa è dunque il richiamo ultramoderno della scienza che vuole essere davvero tale: «La ricerca scientifica va giustamente incoraggiata e promossa - ha detto ieri il Santo Padre - sempre che non avvenga a scapito di altri esseri umani la cui dignit à è intangibile fin dai primi stadi dell'esistenza». La stessa fecondazione artificiale fu inventata da un sacerdote: l'abate Lazzaro Spallanzani, che nel 1700 fecondava in vitro i batraci per ricavarne girini e usava il seme dei cani per concepimenti non naturali. Con la sola differenza, rispetto a quanto avviene oggi, che si guardava bene dall'inserire nei suoi programmi scientifici gli esseri umani. Il limite alla ricerca infatti non è un'artificiosa barriera ma l'argine che il fiume costruisce per poter marciare sereno e portare lontano le sue acque. Se l'argine intrinseco alla scienza fosse rispettato non si dovrebbero rincorrere i problemi per la salute provocati dagli eccessi: come la necessità di limitare in qualche modo il numero di embrioni da trasferire nei cicli di fecondazione assistita. Considerare la dignità umana come confine proprio della ricerca significa a ricordare che la scienza ha ragion d'essere proprio perché «è per l'uomo». È lo studio del Dna a spiegarci che è il concepimento e null'altro l'inizio della vita. Ma richiamare quest'argine vuol anche dire che c'è un appiglio per la ricerca scientifica cui essa si aggrappa per non venire sommersa: la ricerca sulle malattie rare (che non trova sponsor), le cure ai gravi prematuri (che qualcuno in Europa vorrebbe sospendere), l'indagine sulle staminali adulte (cui mancano i fondi che vanno alle embrionali).
Esulterà dunque il mondo accademico per la difesa della scienza che ha offerto ieri il Papa? Se così non fosse mostrerebbe di essere impantanato, di lasciarsi tirare per la giacca da infiniti stimoli esterni, e di sentirsi poco attratto dalla costruttiva curiosità animata dalla ricerca del vero.

© Copyright Avvenire, 28 giugno 2007


Quell'affrancamento dalla marcatura biologica

Le sperimentazioni della scienza sul corpo femminile

Paola Ricci Sindoni

Ancora una volta il corpo della donna e il suo apparato riproduttivo viene fatto oggetto di ingegnose sperimentazioni scientifiche e farmacologiche; l'ipotesi di lavoro suffragata da risultati attendibili - è stata annunciata qualche giorno fa' in Gran Bretagna - risponde ad una logica di tipo matematico: se è stato possibile rendere sterile la donna nel periodo fertile, perché non provare a renderla fertile nel periodo sterile, posponendo la menopausa? La scienza, ancora una volta, sembra votata ad esaudire le più disparate rivendicazioni femministe; la donna, affrancata ormai dal dominio della sua marcatura biologica, può così liberamente progettare la propria vita, spostando a piacimento nel tempo l'arrivo del primo - forse unico - figlio, non prima di essersi assestata in ambito lavorativo. Scopo nobile, si dirà, se queste sono le attuali dinamiche pubbliche, al cui interno il mercato del lavoro richiede braccia fresche, socialmente produttive, salvo rimandare alla sfera privata il posticipo delle proprie aspirazioni alla maternità. C'è da chiedersi al riguardo se la logica della ricerca scientifica non segua invece strade differenti dalla "logica" della vita umana che, segnata dai ritmi temporali "naturalmente" impressi al suo processo evolutivo, si aspetta dalla scienza - secondo il principio bioetico della "beneficenza" - gli aiuti necessari per vivere meglio realizzando le giuste aspettative di maternità, oltre che le giuste attese del nuovo nato, che di certo è ricchezza nella vita privata delle giovani famiglie, ma anche una grande risorsa sociale. Quand'anche fosse provata la piena tolleranza di questo farmaco sia sulla madre, il cui apparato riproduttivo appare ormai sinistramente vicino ad una macchina da smontare e da rimontare, sia sul figlio, esposto ad annidarsi su di un corpo stanco da continue sollecitazioni ormonali, resterebbero ancora aperti alcuni grandi problemi bioetici. Anche quando la libertà, troppo spesso colta come un atto per gestire la propria autonomia e non come apertura all'impegno di accoglienza di una nuova vita, deve fare i conti con le difficoltà oggettive segnate dai movimenti del mercato lavorativo che impongono di rimandare la scelta di mettere al mondo un figlio, occorre chiedersi se e quanto si è provveduto a sostenere il peso necessario, carico di responsabilità, che attiene alla maternità, che dovrebbe ricostituirsi nel suo valore prioritario anche dentro lo stato sociale. Quasi che, questo è il paradosso, non debbano essere più le esigenze affettive delle giovani famiglie a pretendere le assicurazioni sociali per condurre in porto il loro progetto di realizzazione familiare e consegnare alla società un nuovo nato, piuttosto che, come accade oggi, attendere che il mercato del lavoro e le sue inappellabili esigenze pieghino il destino della vita con la complicità della scienza.

© Copyright Avvenire, 28 giugno 2007

13 giugno 2007

La scommessa culturale di Benedetto XVI


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La scommessa culturale di Benedetto XVI

Secondo il Sottosegretario del Dicastero dedicato a questo settore

ROMA, mercoledì, 6 giugno 2007 (ZENIT.org).- La scommessa di Benedetto XVI sulla ragione aperta ad ogni sua dimensione consente l’incontro fra le culture, constata monsignor Melchor Sánchez de Toca.

Il Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Cultura ha tracciato le caratteristiche intellettuali del Papa in occasione di una delle conferenze organizzate dall’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, in omaggio a Benedetto XVI per il suo 80° compleanno e per il 2° anniversario della sua elezione al Soglio Pontificio.

“La cultura e Benedetto XVI” è il tema che monsignor Sánchez de Toca si è incaricato di affrontare il 30 maggio, presentando il Papa Joseph Ratzinger come “uomo di cultura”, e collocando il suo profilo sullo sfondo dei suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Definendolo come un “umanista cristiano”, il sacerdote ha ricordato che fu con Paolo VI che “per la prima volta l’uomo moderno era arrivato al pontificato”.

“Il suo grande desiderio è di parlare all’uomo moderno che, a causa degli eventi della storia, si trova lontano dalla Chiesa”, ha constatato.

Come Pontefice, Paolo VI “si incontra con gli artisti nella Basilica di San Pietro nel 1964, un evento fino ad allora inedito; inaugura la galleria di arte moderna nei musei vaticani, un gesto audace; riceve i membri dell’Accademia delle Scienze; è il primo Pontefice che si presenta all’Assemblea delle Nazioni Unite e si presenta come esperto in umanità, ovvero come portavoce della saggezza bimillenaria della Chiesa, esperta di umanità”, ha precisato monsignor Sánchez de Toca.

Si tratta anche - ha aggiunto - del “primo Pontefice dei tempi moderni che attraversa i confini dell’Italia e apre il cammino ai viaggi internazionali di Giovanni Paolo II”.

Sulla base della grande tradizione classica, elaborata nei seminari e nelle Facoltà della Chiesa, Paolo VI “desidera entrare in dialogo con la cultura moderna”. In questo senso si colloca il suo discorso di chiusura dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, “un discorso memorabile - ha riconosciuto il sacerdote - quando dice: mai come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, di coglierla e di ripercorrerla nella sua rapida e continua evoluzione”.

Il seme del Pontificio Consiglio della Cultura

Se Paolo VI è il primo uomo moderno che è arrivato alla Cattedra di Pietro, Karol Wojtyla è, in compenso, il primo intellettuale moderno - filosofo, poeta, teologo, professore di etica - che è arrivato al papato”, ha proseguito.

A suo avviso, “la parola che meglio definisce Giovanni Paolo II - Karol Wojtyla è quella di ‘filosofo’, un filosofo originale, creativo”.

Lo stesso Joseph Ratzinger ha scritto che la prima volta che aveva sentito parlare di Karol Wojtyla è stato attraverso il suo amico filosofo Joseph Pieper, che aveva conosciuto il porporato polacco in un congresso di filosofia in Italia.

“Pieper diceva, entusiasta, che finalmente aveva incontrato un autentico filosofo, uno capace di porre le domande essenziali con una freschezza e con un intuito geniale, senza intrecciarsi in teorie accademiche, animato anzitutto dalla passione per la conoscenza e dalla volontà di conoscere la verità. E Pieper diceva a Joseph Ratzinger: ‘segnati questo nome perché farà parlare di sé’. Era l’anno 1975”, ha ricordato monsignor Sánchez de Toca.

Karol Wojtyla “è anzitutto un creatore”, ha chiarito; “per questo ha coltivato la poesia, il teatro, in via occasionale, ma sempre molto originale”.

È stato detto che, essendo stato attore, Karol Wojtyla “aveva facilità nel comunicare con la gente”, ma “credo che sia il contrario - ha sottolineato -: essendo un uomo creativo e un grande comunicatore, ha voluto fare l’attore”. In questo senso ci troviamo di fronte ad “un attore non nel senso moderno della parola, ma nel suo senso originario: un attore che agisce, un uomo d’azione”.

Per questo, “i gesti che inventava in lui risultavano spontanei; non erano una strategia di comunicazione”, ha affermato.

Nel suo rapporto con la cultura, Karol Wojtyla si muove contemporaneamente come su due piani: mantiene il contatto, come Arcivescovo di Cracovia, con artisti, intellettuali, fisici, scienziati.

E “questa è l’esperienza che ha voluto riportare a Roma, nella Santa Sede, quanto è stato eletto Papa, e che ha plasmato nel creare il Pontificio Consiglio della cultura - ha spiegato l’attuale Sottosegretario di tale Dicastero -, esattamente 25 anni or sono: come un ponte e un cammino di dialogo, perché la Santa Sede possa far arrivare la sua voce al mondo della cultura, e questo possa a sua volta far giungere la sua voce alla Chiesa”.

Intellettuale illustre e trasparente

Con Joseph Ratzinger, “arriva per la prima volta al papato un teologo nel senso stretto del termine - ha constatato monsignor Sánchez de Toca -, che ha coltivato questa disciplina nell’università, nei suoi anni di gioventù, e poi come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede”.

Ma è difficile – ha continuato – catalogare Joseph Ratzinger in quanto teologo: “non è un dogmatico, non è un bibblista, né un liturgista; è un teologo aperto a tutte le dimensioni della rivelazione”.

In questo senso, Joseph Ratzinger “è soprattutto un intellettuale, nel senso più nobile della parola, perché è uomo di pensiero”, e come “teologo e pensatore è intervenuto in molteplici fori, affrontando discussioni corpo a corpo con gli interlocutori più diversi”.

Tratto caratteristico dell’attuale Papa “è l’onestà intellettuale”. Non è “l’uomo di ferro”, come lo si voleva presentare – ha ricordato monsignor Sánchez de Toca –, ma un uomo che ascolta e che prende sul serio la posizione del suo interlocutore”.

E dà testimonianza di questo: “Alcune Conferenze episcopali, al termine della loro visita ‘ad limina’, stilano una sorta di valutazione: quasi sistematicamente l’incontro che risultava maggiormente apprezzato dai Vescovi era quello con il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per la qualità umana dell’accoglienza, per la profondità del dialogo e per l’attenzione con la quale il Cardinale Joseph Ratzinger ascoltava le domande e offriva le risposte chiarificatrici”.

“Intellettuale illustre e trasparente, apprezza il dibattito – ha poi constata –; abbiamo una dimostrazione preziosa di questo nel suo libro ‘Gesù di Nazaret’, nel quale egli instaura un dibattito attraverso il tempo con il rabbino Jacob Neusner, il quale a sua volta entra in dialogo e in discussione con Gesù di Nazaret”.

A ben delineare lo stile del Papa è il Cardinale Paul Poupard – ha ricordato monsignor Sánchez de Toca – che lo descrive come “benedettino nella sua spiritualità e agostiniano nel suo pensiero”.

“Che il Papa Benedetto sia benedettino è evidente, a partire dal suo nome - ha constatato -. San Benedetto, il Patriarca d’Occidente, è una figura di riferimento e il Papa ha fatto del benedettino ‘ora et labora’ un programma di vita. Sant’Agostino, d’altra parte, che è stato oggetto della sua tesi, è il suo autore preferito. È il Padre della Chiesa più citato nei discorsi del Papa”.

La ragione, essenza della cultura

Per approfondire il pensiero di Ratzinger, il Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura ha ricordato che “San Benedetto e i monaci benedettini”, piuttosto che “dal lamentarsi per la caduta dell’impero romano, trasmettono il patrimonio intellettuale della stessa Roma che aveva perseguitato la Chiesa”.

“In sintonia con questa spiritualità benedettina, Joseph Ratzinger sottolinea la necessità di riconciliarsi con l’eredità dell’Illuminismo”, che “ha fortemente perseguitato la Chiesa ed ha cercato di emarginarla”, ha ricordato.

In questo senso si spiega il forte discorso del Cardinale Ratzinger a Subiaco, alla vigilia della morte di Giovanni Paolo II.

Allora aveva affermato che l’Illuminismo, nonostante tutto, continua ad essere un fenomeno di origine cristiana, e che il Concilio Vaticano II, in particolare nella “Gaudium et Spes”, ha posto in rilievo la profonda corrispondenza tra Cristianesimo e Illuminismo cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità.

“Ciò è possibile perché il Papa è convinto che l’elemento essenziale della cultura è il Logos, la scommessa sulla ragione, una ragione aperta ad ogni sua dimensione, che è ciò che consente il contatto e l’incontro fra tutte le culture”, ha confermato monsignor Sánchez de Toca.
La visione del Papa “sulla cultura e l’incontro tra Chiesa e cultura”, si riflette - ha segnalato il sacerdote - nel discorso di apertura della V Conferenza Generale dell’Episcopato latinoamericano ad Aparecida (Brasile), dello scorso 13 maggio.

Nel suo discorso, il Santo Padre “si interrogava sull’incontro tra la fede portata dai missionari e le culture delle popolazioni americane”.

“L’annuncio di Gesù e del suo Vangelo – affermava il Papa – non comportò, in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu un'imposizione di una cultura straniera, perché le autentiche culture non sono chiuse in se stesse [...] sperano di raggiungere l'universalità nell'incontro e nel dialogo con altre forme di vita”.

In questo contesto – ha insistito monsignor Sánchez de Toca – il Papa ha voluto così affermare che “Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, ‘l'amore fino alla fine’, non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona”.

Zenit

3 marzo 2007

Aggiornamenti...


Benedetto XVI ricorda Paolo VI: guidò la Chiesa in anni difficili senza farsi condizionare dalle critiche, tenendo lo sguardo fisso su Cristo

L’amore per Cristo è stato “il segreto dell’azione pastorale” di Paolo VI durante i difficili anni post-conciliari: è quanto ha detto stamane Benedetto XVI ricevendo i membri dell'Istituto Paolo VI, un Centro internazionale di ricerca fondato nel 1979 per favorire lo studio della vita, del pensiero e dell’attività di Papa Montini. Il servizio di Sergio Centofanti.

Benedetto XVI tratteggia la figura di quello che definisce un “indimenticabile Pontefice”, al quale, tra l’altro, resta legato per il fatto che fu lui a nominarlo arcivescovo di Monaco di Baviera e cardinale. Paolo VI – rileva il Papa - “fu chiamato dalla Provvidenza divina a guidare la barca di Pietro in un periodo storico segnato da non poche sfide e problematiche” distinguendosi per la sua saggezza e prudenza. Di Papa Montini ricorda “l'ardore missionario … che lo spinse ad intraprendere impegnativi viaggi apostolici anche verso nazioni lontane, a compiere gesti profetici di alta valenza ecclesiale, missionaria ed ecumenica”. Fu infatti il primo Papa a recarsi in Terra Santa, indicando “alla Chiesa che la via della sua missione è di ricalcare le orme di Cristo”:

“In effetti, il segreto dell'azione pastorale che Paolo VI svolse con instancabile dedizione, adottando talora decisioni difficili e impopolari, sta proprio nel suo amore per Cristo: amore che vibra con espressioni toccanti in tutti i suoi insegnamenti. Il suo animo di Pastore era tutto preso da una tensione missionaria alimentata da sincero desiderio di dialogo con l’umanità. Il suo invito profetico, più volte riproposto, a rinnovare il mondo travagliato da inquietudini e violenze mediante 'la civiltà dell’amore', nasceva da un totale suo affidamento a Gesù, Redentore dell’uomo”.

Il Papa ricorda le celebri parole pronunciate da Paolo VI all'apertura della Seconda Sessione del Concilio Vaticano II nel 1963 e che anche lui ebbe modo di ascoltare essendo presente ai lavori conciliari come Perito:

“Cristo nostro principio - proclamò con intimo trasporto Paolo VI -, Cristo nostra via e nostra guida! Cristo nostra speranza e nostro termine... Nessun'altra luce si libri in questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo; nessun'altra verità interessi gli animi nostri, che non siano le parole del Signore, unico nostro Maestro; nessun'altra aspirazione ci guidi, che non sia il desiderio di essere a Lui assolutamente fedeli. (Insegnamenti di Paolo VI, I [1963], 170-171). E fino all'ultimo respiro il suo pensiero, le sue energie, la sua azione furono per Cristo e per la Chiesa”.

“Il nome di questo Pontefice, che l’opinione pubblica mondiale comprese nella sua grandezza proprio in occasione della morte – ha sottolineato Benedetto XVI - resta soprattutto legato al Concilio Vaticano II”:

“Se infatti fu Giovanni XXIII a indirlo e a iniziarlo, toccò a lui, suo successore, portarlo a compimento con mano esperta, delicata e ferma. Non meno arduo fu per Papa Montini reggere la Chiesa nel periodo post-conciliare. Non si lasciò condizionare da incomprensioni e critiche, anche se dovette sopportare sofferenze e attacchi talora violenti, ma restò in ogni circostanza fermo e prudente timoniere della barca di Pietro”.

“Con il passare degli anni – ha affermato Benedetto XVI - appare sempre più evidente l'importanza per la Chiesa e per il mondo” del pontificato di Paolo VI, “come pure il valore del suo alto magistero, a cui si sono ispirati i suoi Successori”, ed al quale - ha concluso - anche lui continua a far riferimento.

Radio Vaticana

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Credo che si possa fare un paragone fra gli anni difficili del Pontificato di Paolo VI e quelli odierni, ugualmente difficili.
Come Papa Montini, anche Benedetto XVI e' Pastore mite e fermo della sua Chiesa e non si lascia condizionare dalla critiche, spesso, troppo spesso, feroci.



Il coraggio di seguire Cristo in terra, guardando alle cose del cielo: Benedetto XVI ha ringraziato il cardinale Biffi al termine degli esercizi spirituali

Una settimana di riflessioni che hanno aiutato il cuore a spingersi in alto, verso le cose di Dio, e a seguire Cristo “con maggiore coraggio”. Con queste parole, pronunciate questa mattina al termine dell’ultima meditazione quaresimale, Benedetto XVI ha voluto ringraziare il cardinale arcivescovo emerito di Bologna, Giacomo Biffi, a conclusione degli esercizi spirituali predicati dal porporato davanti al Papa e alla Curia Romana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Un grazie “di tutto cuore” ripetuto a più riprese anche a nome dei presenti. L’omaggio di Benedetto XVI al cardinale Giacomo Biffi ha suggellato la riflessione conclusiva del porporato, dopo una settimana di ritiro spirituale di grande intensità. Osservando come “nella Santa Messa, prima della preghiera eucaristica, ogni giorno rispondiamo all’invito ‘In alto i nostri cuori’ con la risposta ‘Sono rivolti al Signore”’, Bendetto XVI ha detto di temere che questa risposta “spesso sia più rituale che esistenziale”. “Ma lei – ha aggiunto, rivolto al cardinale Biffi - ci ha insegnato in questa settimana realmente ad alzare, ad elevare il nostro cuore, a salire in alto verso l’invisibile, verso la vera realtà. E ci ha donato anche la chiave per rispondere alle sfide della realtà di ogni giorno”:


“Durante la sua prima conferenza, mi sono accorto che negli intarsi del mio inginocchiatoio è raffigurato il Cristo risorto, circondato da angeli che volano. Ho pensato che questi angeli possono volare perché non si trovano nella gravitazione delle cose materiali della terra, ma nella gravitazione dell’amore del Risorto; e che noi potremmo volare se uscissimo un po’ dalla gravitazione del materiale ed entrassimo nella gravitazione nuova dell’amore del Risorto. Lei realmente ci ha aiutati ad uscire da questa gravitazione delle cose di ogni giorno e ad entrare in questa altra gravitazione del Risorto e così salire in alto. Per questo le diciamo grazie”.

E un altro cenno particolare di gratitudine, Benedetto XVI lo ha sottolineato riconoscendo un altro merito alle meditazioni svolte dal cardinale Biffi, le cui diagnosi sulla situazione odierna, ha detto, sono state “acute e precise”:


“Soprattutto ci ha mostrato come dietro tanti fenomeni del nostro tempo, apparentemente molto lontani dalla religione e dal Cristo, dietro questi fenomeni ci sia una domanda, un’attesa, un desiderio, e che l’unica vera risposta a questo desiderio, onnipresente proprio nel nostro tempo, è Cristo”.

Radio Vaticana


BENEDETTO XVI NOMINA NUOVO ARCIVESCOVO VARSAVIA

(ASCA-AFP) - Varsavia, 3 mar - Benedetto XVI ha indicato in Kazimierz Nycz, vescovo della Polonia settentrionale, il successore del cardinale Jozef Glemp come arcivescovo di Varsavia. Lo ha annunciato un portavoce dell'episcopato polacco.
Monsignor Kaziemerz Nycz, 57 anni, succede a mons.Wielgus, sollevato dal suo incarico a gennaio dopo lo scandalo dei preti spia in Polonia. Nycz e' attualmente vescovo ordinario della diocesi di Kolobrzeg-Koszalin. Era considerato il braccio destro del cardinale Macharski, e si era fatto conoscere come ottimo organizzatore dei viaggi pontifici in Polonia.

Posso dire una cosa cattivissima? Mons. Nycz non era nella lista dei "papabili" per l'arcivescovado di Varsavia. Si tratta di un'altra prova del fatto che il Papa decide in assoluta liberta' e autonomia...


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ALL’EM.MO CARD. GIACOMO BIFFI A CONCLUSIONE DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI , 03.03.2007

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato all’Em.mo Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna (Italia), a conclusione degli Esercizi Spirituali:


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Al Venerato Fratello
il Signor Cardinale Giacomo Biffi
Arcivescovo emerito di Bologna

Mentre giungono felicemente a conclusione gli Esercizi Spirituali, con il presente mio Messaggio desidero attestare a Lei, Venerato Fratello, cordiale riconoscenza e vivo apprezzamento per il servizio che ha reso a me e ai miei Collaboratori della Curia Romana, guidandoci con le Sue stimolanti meditazioni.

Con la ricchezza e la profondità di pensiero a noi ben note, Ella ci ha spinti a volgere la mente ed il cuore verso "le cose di lassù" (Col 3,1-2), come indicava il tema – di ispirazione paolina – di queste giornate di preghiera e di riflessione. Prendendo le mosse dai due inviti liturgici che, per così dire, danno l’avvio al cammino quaresimale: "Convertitevi e credete al Vangelo" – "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai", Ella ci ha aiutato a meditare sulla signoria di Cristo sul cosmo e sulla storia, sulla sua beata Passione, sul mistero della Chiesa e sull’Eucaristia, come pure sul rapporto di queste Realtà soprannaturali con il mondo. A completare e avvalorare le riflessioni teologiche e spirituali di ciascun giorno, Ella ha sapientemente presentato alcune figure di "testimoni" che, in diversi modi e con stili differenti, hanno orientato e sostenuto il nostro itinerario verso Cristo, pienezza di vita per ogni persona e per l’intero universo.

Come ringraziarLa, caro Signor Cardinale, per un dono tanto prezioso? Solo il Signore saprà e potrà degnamente ricompensarLa. Da parte mia e, ne sono certo, anche di quanti hanno beneficiato delle meditazioni da Lei dettateci, vogliamo assicurarLe un fervido ricordo nella preghiera per la Sua persona e per le intenzioni che maggiormente Le stanno a cuore. E perché questo vincolo orante sia più valido ed efficace, lo affido alla celeste intercessione di Maria Santissima. "Sia in ciascuno l’anima di Maria": questa bella esortazione, che Ella, riecheggiando sant’Ambrogio, ha posto al culmine degli Esercizi, vorrei a mia volta rivolgere come sentito augurio a Lei, Venerato Fratello, mentre di cuore Le rinnovo la Benedizione Apostolica, estendendola a quanti Le sono cari.

Dal Vaticano, 3 Marzo 2007

BENEDICTUS PP. XVI