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14 gennaio 2008

Messa nella Cappella Sistina: non una celebrazione preconciliare ma esempio di orientamento ad est


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Come italiana (scritto minuscolo) mi scuso con Papa Benedetto per i "dotti sapienti" e per la rai...

Attenzione, preparano l'agguato al Papa (Farina per "Libero", l'unico che abbia riportato la verità sul discorso del Papa su Galileo)

I battesimi nella Cappella Sistina

Il Papa torna al passato messa celebrata dando le spalle ai fedeli

Giorgio Acquaviva
Roma

Non è stata una messa preconciliare, ma certo il messaggio inviato da papa Benedetto XVI con la celebrazione all'altare antico della Cappella Sistina, con offertorio e liturgia eucaristica svolti col viso a est e le spalle ai fedeli, era chiaro.

Si può fare, e senza alcun imbarazzo, anche perché il rito è stato quello "ordinario", varato da Paolo VI dopo il Concilio; e la lingua usata è stato l'italiano.

Ieri mattina, in occasione del battesimo di 13 bambini (8 femmine e 5 maschietti) figli di dipendenti vaticani, Papa Ratzinger ha voluto pubblicamente riaffermare la propria preferenza per le modalità tradizionali, più volte espressa in scritti e interventi pubblici quando era cardinale e ribadita nel Motu Proprio che "sdoganava" la messa di Pio V (sia pure nella versione "purgata" da Giovanni XXIII). La motivazione ufficiale: la volontà di recuperare «la bellezza e l'armonia» della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, senza ricorrere all'altare su pedana mobile tante volte usato da Giovanni Paolo II.
Al momento dell'omelia, e traendo spunto dalla festività del giorno (il Battesimo di Gesù al Giordano), il Pontefice ha svolto una riflessione sulla vita e sulla morte: «Tutto ciò che ha inizio sulla terra – ha detto – prima o poi finisce, come l'erba del campo, che spunta al mattino e avvizzisce la sera». Ma «mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all'eternità, la morte significa soltanto la fine dell'esistenza sulla Terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la mano».
Alla conclusione del rito, un piccolo incidente tecnico. L'anello del Pescatore, antico simbolo del potere pontificio, è scivolato dal dito di Benedetto XVI, cadendo vicino all'altare. Prontamente monsignor Guido Marini, il cerimoniere, lo ha raccolto e restituito al Papa.

© Copyright Gazzetta del sud, 14 gennaio 2008


E nella Sistina celebra messa spalle ai fedeli

A piccoli passi verso il passato. In occasione del tradizionale battesimo di un gruppo di neonati, Benedetto XVI è tornato ieri a impossessarsi dell'altare pre-conciliare della Cappella Sistina, sotto la parete del Giudizio Universale michelangiolesco.

Da lì ha officiato messa volgendo le spalle ai fedeli durante la parte eucaristica. Ratzinger ha deciso di mettere da parte l'altare su pedana mobile comparso durante il pontificato di Wojtyla che consentiva ai celebranti di essere rivolti ai fedeli anche al momento della consacrazione dell'ostia per recuperare tutta la bellezza e l'armonia della Sistina. Per il resto, la cerimonia del battesimo pontificio dei bambini, che si ripete ogni anno, ha seguito un copione assolutamente conciliare con la messa in italiano. Il rito si è concluso con un fuori programma. Al Papa è scivolato dal dito l'Anello del Pescatore, simbolo pontificio. Momenti di imbarazzo, poi il cerimoniere l'ha raccolto accanto all'altare e riconsegnato subito al proprietario.

© Copyright Il Tempo, 14 gennaio 2008

Ma no! A piccoli passi verso il futuro che non si costruisce senza passato...
R.

9 gennaio 2008

La Chiesa non è “peccatrice” ma solo “santa”. Parola di un peccatore divenuto Papa (Sandro Magister)


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Esce oggi in libreria "Perchè siamo ancora nella Chiesa" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (Rizzoli)

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Intervista di Zenit a Padre Estrada, docente di Nuovo Testamento)

Ratzinger più nuovo del concilio (Baget Bozzo per "La Stampa")

Rosso "malpela" i commenti dei giornaloni al discorso del Papa al Corpo Diplomatico

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: i commenti di "Repubblica" e "Corriere" (articoli di ieri)

Raitre parla di nuovo del Papa senza contraddittorio

A WASHINGTON IL PAPA INCONTRERA' ISLAMICI ED EBREI

Universale, non intollerante. La fede secondo Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», in uscita domani per Rizzoli)

MESSAGGIO PRESIDENZA DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE PAPABOYS PER IL 2008

Card. Saraiva Martins: "Sarà chiesto più rigore nei processi diocesani di canonizzazione" (Osservatore Romano)

Alessio II propone piani pastorali con la Chiesa cattolica (Osservatore Romano)

Famiglia Cristiana, moratoria sull'aborto: le novità del dibattito che si è riacceso in Italia

ECUMENISMO: IL 6 MARZO IL PAPA RICEVE IL PATRIARCA BARTOLOMEO I (ASIANEWS)

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: il commento di Marelli (FOCSIV) e del filosofo Possenti (Radio Vaticana)

La Chiesa non è “peccatrice” ma solo “santa”. Parola di un peccatore divenuto papa

Nell’omelia pronunciata in San Pietro nella messa dell’Epifania, Benedetto XVI ha applicato alla Chiesa questo doppio attributo: “santa e composta di peccatori”.

E l’ha fatto a ragion veduta. Perché non ha detto “santa e peccatrice”, come imporrebbe la formula politicamente corretta, entrata in uso nella vulgata postconciliare.
La formula “santa e peccatrice” – in latino “casta meretrix” – viene abitualmente fatta risalire, da quelli che la usano, ai “Padri della Chiesa”.
Ma in realtà fu uno solo, tra i Padri d’occidente e d’oriente, colui che definì la Chiesa “casta meretrix”: sant’Ambrogio, il grande vescovo di Milano.

Con un significato, però, tutto opposto a quello utilizzato dai suoi odierni, abusivi ripetitori.
Chi ha ha messo la cosa in chiaro è stato uno dei massimi studiosi di sant’Ambrogio, il cardinale Giacomo Biffi, in un saggio pubblicato da Piemme nel 1998.
In un brano del suo commento al Vangelo di Luca, in effetti, sant’Ambrogio applicò alla Chiesa la tipologia anticotestamentaria della prostituta Rahab che a Gerico aiutò gli israeliti e quindi scrisse che la Chiesa è “meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa” (In Lucam III, 23).

In questa frase, ha spiegato Biffi, l’aggettivo “casta” significa “l’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze della Chiesa a Cristo suo sposo”; mentre il sostantivo “meretrix” significa “la volontà della Chiesa di darsi a tutti per portare tutti a salvezza”.

In altre parole, secondo sant’Ambrogio la Chiesa “è santa tanto nell’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (casta) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza (meretrix)”.
Nella Quaresima del 2007, chiamato a Roma a predicare gli esercizi spirituali al papa e alla curia vaticana, il cardinale Biffi tornò a ribadire la cosa.
E Benedetto XVI gliene fu molto grato. Al termine degli esercizi, ringraziò Biffi “per averci aiutato a seguire con maggiore coraggio Cristo e ad amare di più la Chiesa, la ‘Immaculata ex maculatis’, come lei ci ha insegnato con sant’Ambrogio”.

Bizantinismi? Tutt’altro. Nell’omelia dello scorso 6 gennaio papa Joseph Ratzinger ha mostrato come il doppio attributo di “santa e composta di peccatori” applicato alla Chiesa sia il riflesso del mistero della storia presente, in cui il piano salvifico di Dio è sì “pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini”.

© Copyright Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister

7 gennaio 2008

Omelia del Papa per l'Epifania: "Un messaggio universale di riconciliazione" (Osservatore Romano)


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Il Papa: "Mea culpa sui preti pedofili". Ratzinger ispiratore della tolleranza zero varata quando era Prefetto della CDF (La Rocca per "Repubblica")

(Leonardo, "Adorazione dei Magi")

Un messaggio universale di riconciliazione

In un mondo ancora lacerato da conflitti e divisioni c'è bisogno di "una speranza più grande".
Il messaggio dell'Epifania - manifestazione dell'amore di Cristo a tutti i popoli della terra - può e deve essere letto oggi come un appello universale a superare contrasti e tensioni, scegliendo il "bene comune di tutti" di fronte al "lusso di pochi" e alla "miseria di molti".
Ed è proprio questo l'appello che Benedetto XVI ha voluto lanciare durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro in occasione della solennità liturgica del 6 gennaio. Nei Magi, simbolo dell'umanità alla ricerca del senso della vita e della verità, il Papa ha indicato il modello di uomini "di grande speranza e coraggio". Doti, queste, che ancora oggi sono necessarie per superare la babele delle divisioni ed instaurare "un ordine di sviluppo giusto e sostenibile". Il rito liturgico, com'è tradizione, è stato caratterizzato dal solenne annuncio del giorno della Pasqua, cantato in latino al termine della proclamazione del passo evangelico di Matteo che narra l'adorazione dei Magi.

Quest'anno la Quaresima inizierà il 6 febbraio, la Risurrezione del Signore sarà celebrata il 23 marzo, l'Ascensione il 1° maggio (in Italia il 4), la Pentecoste l'11 maggio e il Corpus Domini il 22 maggio (in Italia il 25), la prima domenica d'Avvento il 30 novembre.

All'altare della confessione il Papa è stato assistito dai cardinali diaconi Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, e Comastri, Arciprete della basilica di San Pietro. Al rito liturgico erano presenti i cardinali Sodano, decano del Collegio Cardinalizio, Bertone, segretario di Stato, Re, Arinze, Tomko, Poupard, Martínez Somalo, Silvestrini, Szoka, Ruini, De Giorgi, Hummes, Castrillón Hoyos, Stafford, Cacciavillan, Saraiva Martins, Lozano Barragán, Farina, Lajolo, Coppa, Navarrete. Tra i numerosi presuli presenti, gli arcivescovi Filoni, sostituto della segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. Ad accompagnare il Pontefice erano gli arcivescovi Harvey, prefetto della Casa pontificia, e del Blanco Prieto, elemosiniere, insieme con i monsignori De Nicolò, reggente della Prefettura della Casa pontificia, Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, e Xuereb, della segreteria particolare.

(©L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2008)

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Il Papa sferza la globalizzazione
«Preferiamo il bene comune»


«I conflitti per la supremazia economica ostacolano un mondo giusto»

di FRANCA GIANSOLDATI

CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI alleato dei no-global. Tanto fermo in dottrina quanto aperturista in questioni sociali e ambientali, con la sua ultima presa di posizione in materia, Papa Ratzinger scatenerà sicuramente l’entusiasmo dell’intero popolo di Seattle.
Le parole pronunciate durante la messa dell’Epifania, in una basilica gremita di fedeli, sono lo specchio delle preoccupazioni della Chiesa, testimone diretta, col suo esercito di missionari sparsi ai quattro angoli del pianeta, del divario tra il Nord sempre più opulento e il Sud sempre più povero. «Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: una nebbia fitta avvolge le nazioni» ha denunciato. Poi di seguito l’affondo: «Non si può dire che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramanto delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Col movimento anti globalizzazione il pontefice condivide l’analisi sullo strapotere delle multinazionali, un potere a volte così forte da pilotare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale, energetico, in buona sostanza non rispettoso delle peculiarità locali, persino dannoso per le condizioni dei lavoratori. Ciò che il Papa suggerisce ad un Occidente distratto e ripiegato su se stesso è di aprire la porta del cuore alla speranza cristiana, unico antidoto in grado di tenere a bada le sirene dell’egoismo, la ricerca del superfluo, gli eccessi, in fondo la rovina di se stessi: «C’è bisogno - ha ammonito - di una speranza più grande che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». La moderazione - da regola ascetica - si trasforma in una vera e propria «via di salvezza per l’umanità». Condivisione, generosità, giustizia sono i binari sui quali dovrebbero muoversi popoli e governi: «E’ ormai evidente che solo adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per una equa distribuzione delle ricchezze sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile». L’auspicio è di avere governanti lungimiranti e «coraggiosi», capaci di scelte ardite, proprio come i «re Magi che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli doni preziosi». Il tema della globalizzazione - assai caro a Papa Ratzinger - sarà al centro della sua prima enciclica sociale. Secondo quanto filtra dai palazzi vaticani il testo dovrebbe vedere la luce il giorno di San Giuseppe, il prossimo 19 marzo. L’argomento gli sta particolarmente a cuore, come del resto testimoniano i suoi recenti interventi. Dall’appello al G8, nel giugno scorso, con tanto di lettera personale ad Angela Merkel per spronare i Grandi ad aiutare l’Africa e sollecitare la cancellazione del debito ai paesi poveri, fino all’omelia pronunciata nel corso della visita pastorale a Velletri, nel settembre scorso. Quel giorno denunciò la globalizzazione intesa soprattutto come fenomeno economico. Senza condannare il profitto in sè, Papa Ratzinger metteva paletti etici poichè il guadagno non può mai divenire il criterio ultimo dell’agire umano dato che dovrebbe tradursi sempre in condivisione e solidarietà. «La generosità si esprime in un amore sincero per tutti». A fare da battistrada al filone no-global è stato Giovanni Paolo II. Tre encicliche sociali e una sfilza di discorsi tanto che arrivò persino a meritarsi il plauso dell’allora segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti e di Fidel Castro. Ratzinger ha ripreso il cammino no global invitando le nazioni ad aprirsi, ad essere generose nella consapevolezza che le parti sociali, gli stati, i popoli sono interdipendenti, che dallo sviluppo degli uni dipende lo sviluppo degli altri. L’Occidente non può più restare in silenzio davanti al dramma di miliardi di persone affamate. Non vederne le conseguenze significa minare lo sviluppo dell’intero pianeta.

© Copyright Il Messaggero, 7 gennaio 2008, consultabile online anche qui

Il Papa e la globalizzazione: il commento de "Il Giornale" e "Repubblica"


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J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)

Ratzinger: «La globalizzazione crea guerre»

di Redazione

Globalizzazione non è «sinonimo di ordine mondiale» e oggi i conflitti per «la supremazia economica» e l’accaparramento delle risorse rendono difficile la vita di vuole costruire un mondo più giusto. Lo ha detto ieri il Papa, nell’omelia della messa dell’Epifania celebrata in San Pietro.

Benedetto XVI ha spiegato che «con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli». Ma ha aggiunto subito dopo: «Anche oggi, tuttavia, resta vero quanto diceva il profeta: “Nebbia fitta avvolge le nazioni”. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». «C’è bisogno – ha detto ancora il pontefice – di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». Una speranza, ha continuato, citando la recente enciclica Spe salvi, che «può essere solo Dio... non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano». Se c’è una grande speranza, ha aggiunto, «si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, e si rovina se stessi e il mondo». La moderazione – ha concluso Benedetto XVI – non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio».

C’è attesa per il discorso che questa mattina Benedetto XVI pronuncerà davanti al corpo diplomatico accreditato in Vaticano: un bilancio dell’anno trascorso, la segnalazione delle tante situazioni di disagio e di crisi. Non si attende un esplicito riferimento alla moratoria sull’aborto proposta da Giuliano Ferrara come logica conseguenza di quella sulla pena capitale, ma il pontefice dovrebbe ribadire che quello alla vita è un diritto fondamentale. Da tutelare, in un mondo dove esso appare sempre più a rischio.

© Copyright Il Giornale, 7 gennaio 2008


Il Vaticano

Il Papa: "La globalizzazione porta ingiustizia non benessere"

ORAZIO LA ROCCA

Città del vaticano

«La globalizzazione non è stato, purtroppo, sinonimo di benessere generalizzato. Anzi, nel mondo globalizzato si è accentuata l´ingiusta divisione dei beni ed è così aumentata la disperazione» tra le popolazioni meno abbienti e più bisognose.
Omelia dell´Epifania pronunziata ieri da papa Ratzinger nella basilica di S. Pietro all´insegna del richiamo e della denuncia per «quanti nel mondo soffrono ancora per fame, guerre e distruzioni». Un´omelia tenuta per celebrare l´adorazione dei Magi presso la grotta di Betlemme, ma che Benedetto XVI non ha esitato a trasformare in un forte monito-denunzia in difesa dei «più poveri tra i più poveri», richiamando in primo luogo le responsabilità della Chiesa, che - ha ricordato - «è santa, ma composta anche di peccatori».

Un richiamo che ha indirettamente evocato anche la grande iniziativa di preghiera mondiale e di richiesta di perdono voluta dallo stesso pontefice per le vittime dei preti pedofili, annunciata sabato scorso dal Vaticano.

Il Papa parla davanti a vescovi, cardinali e a una basilica colma di fedeli, mentre in piazza San Pietro sfilano centinaia di figuranti per ricordare l´arrivo dei Re Magi. Malgrado il clima di festa, le parole di Ratzinger invitano a pensare. Ed in primo luogo gli uomini di Chiesa quando, richiamandosi alle letture bibliche, ricorda che «anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt´altro». Nell´omelia, il pontefice rileva ancora che «i conflitti per la supremazia economica e l´accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime, rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Da qui, l´invito a credenti, non credenti e uomini di buona volontà ad operare scelte di vita «che permettano di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». Una sfida quasi utopica che il Papa invita ad affrontare con «la moderazione» che «non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l´umanità». Infatti, «è ormai evidente che solo adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dall´impegno per un´equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto». Ma per cambiare così radicalmente l´ordine economico occorre essere sostenuti da una «grande speranza», che ricorda Benedetto citando la sua recente enciclica, «può essere solo Dio, e non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano, il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto». Tuttavia, ammette Ratzinger, il disegno divino «è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l´umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi». Ma è in questo contesto, assicura il Papa, che la Chiesa vuole porsi «al servizio dell´intera umanità», senza però rinunziare alla sua identità e alla sua fedeltà a Cristo.

© Copyright Repubblica, 7 gennaio 2008

Il Papa esorta a vivere con sobrietà (Chirri per "La Gazzetta del sud")


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Esorta a vivere con sobrietà

Benedetto XVI ammonisce contro l'egoismo della globalizzazione

Giovanna Chirri

CITTÀ DEL VATICANO

Davvero la globalizzazione «non è sinonimo di ordine mondiale» se porta a «preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». E se, denuncia Benedetto XVI, nel mondo «i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Per questo il Papa chiede una «equa distribuzione delle ricchezze» e uno «sviluppo giusto e sostenibile».
«Moderazione» e uno stile di vita «sobrio», ammonisce, non sono solo «regola ascetica», ma «via di salvezza per l'umanità».
Alla vigilia del discorso al corpo diplomatico in cui solitamente affronta le tematiche internazionali più pressanti, papa Ratzinger ha rinnovato la propria preoccupazione per una globalizzazione non governata, che finisce inevitabilmente per essere a vantaggio di pochi e a detrimento dei poveri. Lo ha fatto celebrando in San Pietro la messa dell'Epifania, all'interno di una ampia riflessione sull'umanità sempre al bivio tra «luce e tenebre». La «sobrietà», ha anche ammonito, va collegata con la «speranza»: «se manca la speranza, si cerca la felicità nell'ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo».
Quello sulle sfide della globalizzazione è un tema caro a papa Ratzinger, che in diverse occasioni ha paventato il «rischio» che l'umanità perda la partita nella costruzione di «un nuovo ordine mondiale politico ed economico» e di un «nuovo umanesimo». La globalizzazione, come disse lo scorso settembre a Vienna davanti al corpo diplomatico, deve assolutamente essere «attenta ai paesi più poveri e alle persone più povere dei paesi ricchi». E in questo anche l'Europa ha qualcosa da dire, grazie al suo «modello di vita» che tenta di conciliare «efficacia economica con giustizia sociale» e fatto di «pluralità politica e tolleranza, liberalità e apertura».
La riflessione sulla globalizzazione è giunta a coronamento di una meditazione sull'umanità in lotta tra bene e male, e sul ruolo della Chiesa, all'indomani dell'annuncio da parte del Vaticano di una campagna di preghiera perpetua e mondiale per le vittime dei preti pedofili e abusatori.

© Copyright Gazzetta del sud, 7 gennaio 2008

6 gennaio 2008

Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger (Giovanna Chirri per "La Gazzetta del Mezzogiorno online"


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Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger

Nella celebrazione per l'Epifania, Benedetto XVI ha parlato contro «il lusso di pochi e la miseria di molti» ed a favore di un mondo «giusto e solidale»

Giovanna Chirri

CITTÀ DEL VATICANO – Davvero la globalizzazione «non è sinonimo di ordine mondiale» se porta a «preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti». E se, denuncia Benedetto XVI, nel mondo «i conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale».
Per questo il Papa chiede una «equa distribuzione delle ricchezze» e uno «sviluppo giusto e sostenibile». «Moderazione» e uno stile di vita «sobrio», ammonisce, non sono solo «regola ascetica», ma «via di salvezza per l’umanità».
Alla vigilia del discorso al corpo diplomatico in cui solitamente affronta le tematiche internazionali più pressanti, papa Ratzinger ha rinnovato la propria preoccupazione per una globalizzazione non governata, che finisce inevitabilmente per essere a vantaggio di pochi e a detrimento dei poveri.
Lo ha fatto celebrando in San Pietro la messa dell’Epifania (che celebra la visita dei tre Re Magi al neonato Gesù), all’interno di una ampia riflessione sull'umanità sempre al bivio tra «luce e tenebre».

La «sobrietà», ha anche ammonito, va collegata con la «speranza»: «se manca la speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo».

Quello sulle sfide della globalizzazione è un tema caro a papa Ratzinger, che in diverse occasioni ha paventato il «rischio» che l’umanità perda la partita nella costruzione di «un nuovo ordine mondiale politico ed economico» e di un «nuovo umanesimo».
La globalizzazione, come disse lo scorso settembre a Vienna davanti al corpo diplomatico, deve assolutamente essere «attenta ai Paesi più poveri e alle persone più povere dei paesi ricchi». E in questo anche l'Europa ha qualcosa da dire, grazie al suo «modello di vita» che tenta di conciliare «efficacia economica con giustizia sociale» e fatto di «pluralità politica e tolleranza, liberalità e apertura».
La riflessione sulla globalizzazione è giunta oggi a coronamento di una meditazione sull'umanità in lotta tra bene e male, alla ricerca di senso e alla ricerca di Dio, e sul ruolo della Chiesa. Questa, – ha sottolineato il Pontefice all’indomani dell’annuncio da parte del Vaticano di una campagna di preghiera perpetua e mondiale per le vittime dei preti pedofili e abusatori, – «è santa e composta di peccatori». E la sua «missione» è far sì che «Cristo sia accolto nella storia, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini». Dal peccato originale alla torre di Babele alla Pentecoste, la predicazione papale ha fatto ricorso ai grandi «affreschi» biblici per spiegare il «grande segno della Chiesa poliglotta», che in un movimento di «segno opposto a quello di Babele» indica il passaggio «dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione». La «benedizione» di Dio, ha rimarcato il Papa, intride il «mistero della storia», «il mistero di una benedizione che vuole raggiungere tutti i popoli e tutti gli esseri umani perchè possano vivere come fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre». «La Chiesa – ha aggiunto – è al servizio di questo mistero di benedizione per l’intera umanità e assolve appieno alla sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo».
Un concetto ripreso più tardi, durante l’Angelus, ricordando che «la Chiesa svolge per l’umanità la missione della stella...».

© Copyright Gazzetta del Mezzogiorno online, 6 gennaio 2008

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio? (Un'omelia del cardinale Montini, 1955)


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Il Papa: "Mea culpa sui preti pedofili". Ratzinger ispiratore della tolleranza zero varata quando era Prefetto della CDF (La Rocca per "Repubblica")

La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore"

Si celebra oggi, nella solennità dell'Epifania, la Giornata mondiale dell'infanzia missionaria, incentrata sul tema "Accogliamo Gesù nel mondo"

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“Siamo venuti per adorarlo”: messaggio per la GMG di Colonia

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Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio?

Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia - il testo integrale è in Discorsi e scritti milanesi, Brescia, Istituto Paolo VI, 1997, I, pp. 556-562 - che, nel giorno di Natale del 1955, l'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini pronunciò in duomo soffermandosi in modo particolare sulla tradizione del presepio.

Giovanni Battista Montini

"È il Natale una data che tutti volentieri celebriamo. Ma sappiamo tutti renderci conto della sua essenziale bellezza? Potremmo tutti documentare la sua reale autenticità? Che cosa è, in fondo, il Natale? La festa della famiglia, dei bambini, dei poveri? la festa dei doni? Ecco: vi è intorno al Natale una fioritura di bontà, di umanità, di gentilezza e di carità, che davvero la iscrive fra i momenti più belli dell'annata, anzi della vita, fra quelli che potremmo chiamare caratteristici d'una civiltà, che cristiana si chiama: è così bello questo aspetto del Natale, che nessuno, neppure quelli che ne disconoscono il senso intimo ed operante, lo sanno rifiutare.
Poi viene l'aspetto lirico e sentimentale: a quanta poesia non ha dato origine il Natale? A quante dolci canzoni, a quante pastorali melodie? A quante nostalgie, contemplazioni, drammi interiori, affetti risorgenti, commosse intimità? La natura, la vita hanno un loro linguaggio dolce e innocente del Natale che ci fa assaporare qualcosa della primitiva armonia del creato e che ci restituisce alla gioia delle cose vere, delle cose semplici, delle cose buone, come un incantesimo vivificante.
Ma, subito dietro questo aspetto lirico e romantico, un altro va manifestandosi, che altera la limpidezza e la forza del grande motivo natalizio, ch'è tutto verità per introdurre elementi di fantasia, di leggenda, di gioco spettacolare: ecco l'albero del natale, ecco babbo natale, che vengono a sostituire il presepio, e tentano di risolvere in mito ed in gioco la deliziosa storicità del mistero. La mente si diverte, ma si confonde; si diventa volentieri fanciulli, ma tali si resta; non si comprende più, non si assurge più al sovrumano incontro col Bambino celeste.
E allora con facilità il Natale scivola nel surrogato: nei dolci, nei lumi, negli auguri, nei pranzi, che collegati con l'originaria letizia della festa religiosa hanno anch'essi una loro ragion d'essere, nella misurata espressione d'un gentile costume cristiano. Ma, a sé stanti, che sono? La festa comincia ad accusare il suo vuoto; e, per nasconderlo, comincia la frenesia del divertimento e della dissipazione esteriore e mondana: il Natale allora ha perduto ogni sua autenticità.
Vorrei che, per un istante, voi che qua convenite per ritrovare, nella celebrazione di questi riti sacri, la verità del Natale, aveste appunto a pensare qual è questa verità, questa insurrogabile autenticità.
Il presepio, mi direte.
Sì, il presepio. Il racconto di san Luca è così preciso e lineare, così noto e parlante, che ci fa assistere al dolcissimo, ineffabile avvenimento. Giova rileggerlo e assaporarlo (...) (cfr Luca, 2, 1-14).
La storia evangelica è sempre cordialmente stupenda e sempre ci affascina. Potremmo sostare senza fine, come bambini davanti al presepio, a tutto considerare, a tutto spiegare. Ma ora la nostra questione ci sospinge più oltre: questo è tutto? abbiamo compreso ciò che è avvenuto? qual è la realtà, il significato, il valore del fatto di cui abbiamo sentito la narrazione? La narrazione ci presenta le modalità storiche ed esteriori dell'avvenimento: ma abbiamo noi penetrato nell'essenza di questo avvenimento? Il fatto, in se stesso, che è?
È nato il Salvatore; è nato il Messia, Cristo Signore. Il Vangelo lo dice. Il quadro si allarga su sconfinati orizzonti: il Salvatore, il Messia! Qui c'è l'epilogo di tutta una filosofia, quella dell'uomo, che ha bisogno d'essere salvato; quella dell'uomo che non è sufficiente a se stesso. (...) Qui c'è il centro di tutta una storia, anzi della storia umana tutta quanta, che trova nel Cristo il suo senso e la sua dignità, la sua legge e la sua speranza.
Ma sappiamo di poter oggi osare di più. Chi è questo Salvatore? chi è questo Messia?
E la risposta viene dall'evangelista che ci ha dato la pagina, letta alla prima messa natalizia del rito ambrosiano, alla terza, invece, del rito romano.
Il Salvatore, il Messia, il Gesù di Betlem è il Verbo di Dio fatto uomo. Cadiamo in ginocchio. La meraviglia non ha confine. L'adorazione non ha sufficiente umiltà. La gioia non ha parole bastevoli.
Il cielo si è spalancato. Il mistero della vita interiore di Dio si è manifestato. L'unità trascendentale di Dio si è palesata feconda. Ancor prima della nascita di Cristo nel tempo, la sua nascita eterna fuori del tempo ci è annunciata. Ancor prima della sua esistenza fra noi ci è scoperta la sua preesistenza presso Dio, e Lui, Lui stesso ci è detto essere Dio: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo".
E questo mistero proprio di Dio si rivela a noi simultaneamente con quello dell'incarnazione, proprio di Cristo, Dio e Uomo. "E il Verbo si è fatto carne, e ha dimorato fra noi". I problemi più alti della teologia s'intrecciano in modo mirabile; al centro il mistero di Cristo.
Chi è dunque il Bambino che ammiriamo nel presepio? La formulazione dogmatica della risposta a questa domanda ha impegnato i primi secoli della preghiera e della meditazione cristiana. I grandi concilii di Nicea, di Efeso, di Calcedonia, di Costantinopoli hanno decifrato i termini sorprendenti del mistero di Cristo; Egli è Uno; una sola Persona quella del Verbo di Dio; vivente in due nature, la divina e l'umana; avente perciò Dio per Padre, prima di tutti i secoli; Maria per Madre nel tempo, nel momento preciso della storia evangelica.
Già il nostro sant'Ambrogio, come tutti i Padri, interessati al massimo per dare alla Chiesa il concetto esatto, per quanto è dato a menti umane definirlo, dell'imprevedibile prodigio, aveva detto: "questa è la fede, che Cristo è Figlio di Dio ed eterno del Padre, e che è nato da Maria Vergine" (De Incarnationis dominicae sacramento, V, 35).
Questa strabiliante verità che i cristiani dovrebbero sempre avere presente allo spirito, e che i non cristiani si sforzano di ignorare, è la ragione profonda della festa del Natale; ed è talmente innestata nei nostri destini da riverberare su ogni aspetto della vita i suoi raggi meravigliosi. Tutto sarebbe da meditare e da valutare alla luce del mistero dell'Incarnazione.
Basti dire che da tale mistero sono regolati i nostri rapporti con Dio. Quei rapporti, che faticosamente la mente e il cuore umano andavano divinando fra la vita umana e la divinità, costituendo la chiave di volta del pensiero filosofico e morale, sono posti in termini esatti, nella storia e nello spirito umano, con vivente concretezza; Cristo, Uomo-Dio, è il ponte religioso fra il cielo e la terra. E se tutto si può dire, dipende dalla concezione religiosa - positiva o negativa che l'uomo si fa della vita, tutto dipende per noi da Cristo, dai rapporti cioè che noi abbiamo con Cristo, Egli è il nuovo Adamo; la nuova fonte della vita; il necessario. Egli è la Pietra d'angolo.
E se non siamo restii alla grande rivelazione di Dio fatto uomo, non soltanto le realtà divine ci sono annunciate, ma le realtà umane altresì. La teologia del presepio è la più alta, la più chiara, la più consolante antropologia. La vita umana acquista in Cristo la sua significazione, il suo valore, la sua dignità, il suo carattere sacro, ch'è quanto dire la sua libertà, la sua intangibile personalità.
Il discorso non avrebbe più fine: l'apologia dell'uomo e l'esaltazione della vita scaturiscono proprio, con vena inesauribile, dal mistero del Natale, contemplato nella sua autenticità.
E come del Natale autentico siamo fatti e ci chiamiamo cristiani, così dal Natale sembra venire a noi un invito ad essere autentici cristiani
.
Oggi questo termine di "cristiano" sembra svigorito da quanti ancora lo usano per dare una generalissima ed estrema qualifica alla vita, alla cultura, alla civiltà, le quali dal cristianesimo hanno avuto la benefica impronta; ma che cercano, appena possono, di dimenticarlo o di risolverlo in altre formule, laiche e punto impegnative alle supreme e vitali conseguenze, che il nome cristiano porta con sé.
Un Natale senza Cristo, e un nome cristiano senza la fede in Cristo sono irrisioni alla verità divina e all'intelligenza umana.
Vediamo noi, fedeli, di dare al Natale il suo autentico valore e splendore: la celebrazione del mistero dell'Incarnazione; e di dare al nome cristiano la gloria e la potenza ch'esso deve portare con sé, quelle d'un'autentica vita cristiana. E così sia.

(©L'Osservatore Romano - 6 gennaio 2008)

Si celebra oggi, nella solennità dell'Epifania, la Giornata mondiale dell'infanzia missionaria, incentrata sul tema "Accogliamo Gesù nel mondo"


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L'Epifania alla luce delle omelie e dei discorsi del Papa a Colonia (una riflessione del Prof. Lucio Coco)

La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore": cosi' il Papa durante la Santa Messa nella solennità dell'Epifania

Si celebra oggi la Giornata missionaria mondiale dell’infanzia, voluta nel 1843 dal vescovo di Nancy, mons. Charles de Forbii Janson, e ratificata da Papa Pio XII nel 1950. Senza discriminazione di razza, cultura o religione, i bambini dell’infanzia missionaria partecipano a progetti in favore di milioni di bambini che vivono situazioni di disagio. La Pontificia opera dell’infanzia missionaria, diffusa in 150 Paesi, aiuta fanciulli e ragazzi a “prendere coscienza della propria vocazione cristiana”, a diventare “membri attivi nella vita della Chiesa e del mondo” e a sviluppare “il senso di responsabilità e solidarietà universale”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell’Epifania, anche i bambini sono chiamati ad essere un “segno”, a seguire i passi dei re Magi, ad illuminare i sentieri che conducono all’incontro con il Signore e a fortificare il loro senso di responsabilità e solidarietà. Sul legame tra missionarietà e la festa dell’Epifania, ascoltiamo al microfono di Susan Hodges, della redazione inglese della nostra emittente, padre Patrick Byrne, segretario generale della Pontificia Opera della Santa Infanzia:

"Noi celebriamo in tutto il mondo la Giornata Mondiale della Santa Infanzia sempre il 6 gennaio, nella solennità dell’Epifania. E’ una festa molto importante per noi: è l'occasione per sottolineare l’importanza della dimensione missionaria dell’infanzia. Noi lavoriamo affinchè tutti i bambini del mondo abbiano una consapevolezza forte della vocazione missionaria e sentano la necessità di aiutare spiritualmente e materialmente i loro fratelli e sorelle dei Paesi poveri del mondo".

Le offerte per questa giornata saranno destinate a vari progetti nei diversi Continenti. Tra questi, ci sono quest’anno la realizzazione di un centro di formazione per bambine in Albania, la costruzione di un centro parrocchiale in Thailandia e la creazione di piantagioni e allevamenti destinati al sostegno di bambini orfani nella Repubblica Democratica del Congo. La solidarietà aiuta poi il bambino ad uscire anche dal proprio egocentrismo. Ma dall’impatto con la povertà, con le sofferenze, quali sentimenti nascono e sbocciano in un bambino? Risponde suor Maria Teresa Crescini, da 23 anni nell’animazione missionaria a livello internazionale:

"La solidarietà e la missionarietà invitano il bambino ad affacciarsi alla finestra e a guardare nel mondo. Il movimento dei bambini forma alla pace, alla fraternità, all’ecumenismo, frutti meravigliosi. Non è tanto il frutto economico, che è comunque rilevante, ma è fondamentale questo abbraccio di fraternità che muove i bambini e li educa a uscire da se stessi e a guardare il mondo".

Il tema dell’odierna giornata è “Accogliamo Gesù nel mondo”. Un'accoglienza e una missionarietà che assumono una dimensione rilevante soprattutto in Stati segnati da profonde divisioni. E’ una realtà, questa, che si può cogliere in particolare in Brasile, come ci riferisce suor Maria Teresa Crescini:

"Io adesso mi trovo in Brasile; credo che questo sia il Paese più 'vivace' per quanto attiene alla Santa infanzia perché il Brasile, tutta l’America Latina, hanno fatto un passo in avanti. Si accolgono e si educano alla missionarietà e alla fraternità anche gli adolescenti".

La generosità dei bambini, spesso priva di riserve, diventa poi anche uno stimolo ‘contagioso’ per tutti.

"Diventa un’evangelizzazione per gli adulti. I bambini evangelizzano la realtà adulta che magari esce da un’esperienza di dittatura. Il recente convegno a Brño dei bambini della infanzia missionaria della Repubblica Ceca ha riempito ad esempio la cattedrale e ha commosso gli anziani vescovi che hanno detto: durante il regime non avremmo mai pensato che un giorno questa cattedrale sarebbe stata piena di bambini oranti, di bambini disposti ad aprire il cuore a tutto il mondo".

Con la solidarietà dei bambini si possono finanziare migliaia di progetti in un anno. Con i fondi raccolti vengono realizzati scuole, orfanotrofi, centri di recupero che la Pontificia opera infanzia missionaria sostiene in favore dei bambini meno fortunati sparsi nei cinque Continenti. Suor Maria Teresa Crescini:

"Riusciamo a finanziare qualcosa come tremila progetti, con piccoli finanziamenti. Quest’anno i bambini hanno raccolto più di 22 milioni di dollari. In questo fondo di solidarietà ci sono i 3 milioni di dollari della Germania, ma ci sono anche i 50 dollari dei bambini del Kenya e i 200 euro dei bambini dell’Albania; si tratta di contributi che rappresentano moltissimo in termini di solidarietà".

Sono mani tese verso quel popolo di milioni e milioni di piccoli in gravi difficoltà, spesso senza famiglia, nascosti nell’ombra della clandestinità, feriti nel cuore e nel corpo da piaghe terribili, come la malnutrizione, l’istruzione negata, il flagello dell’AIDS ed il turpe fenomeno dei bambini soldato.

© Copyright Radio Vaticana

4 gennaio 2008

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Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo:

L'avvicinarsi dell'Epifania mi ha portato a rileggere le omelie e i discorsi di papa Benedetto XVI relative al suo primo viaggio in Germania nell'agosto del 2005 quando, in occasione della XX GMG, si era recato a Colonia come "pellegrino" sulle orme dei Magi, le cui reliquie sono conservate nel Duomo di quella città.
L'esperienza dei Magi - dice papa Benedetto - è significativa. Essi erano partiti per incontrare un Re e la loro ricerca di questo Re neonato finisce davanti a un bimbo di povera gente. Possiamo immaginare - commenta il papa - lo stupore dei Magi davanti al Bambino in fasce! Solo la fede permise loro di riconoscere nei tratti di quel bambino il Re che cercavano. Il Dio verso il quale la stella li aveva orientati (Discorso, 18.8.05).
Il Dio che si mostra ai Magi è un Dio differente da come se lo erano immaginato, un Dio che manifesta la sua potenza nella debolezza, un Dio che sceglie di donarsi piuttosto che di farsi servire, un Dio che trasforma radicalmente anche l'idea che essi hanno dell'uomo e di se stessi, un Dio che fa capire loro che devono essere e sentire diversamente se vogliono davvero adorare questo Dio: I Magi - egli osserva - dovevano cambiare la loro idea sul potere, su Dio e sull'uomo (Discorso, 20.8.05).
Il Dio della mangiatoia ci insegna infatti che dobbiamo imparare a servire piuttosto che a farci servire, a fare dono di noi stessi - un dono minore non basta per questo Re (ib.) -, che dobbiamo imparare che il potere si esercita non con la forza - a Gesù nell'Orto degli ulivi, Dio non manda dodici legioni di angeli per aiutarlo (ib.) - ma nella verità, nella bontà, nel perdono, nella misericordia; questo Dio ci insegna che dobbiamo imparare a perdere noi stessi e così a trovare noi stessi. Sono questi paradossi che costituiscono l'essenza del cristiano, che ne fanno uno che è disposto a ricominciare, a perdonare, a fare dono di sé, a rinunciare oppure ad intraprendere sull'esempio di Gesù che nella sua Epifania annuncia al mondo questo modo assolutamente nuovo, contrario alle aspettative della gente, di essere re e di essere uomini.

Prof. Lucio Coco

A nome del blog vorrei ringraziare il professor Coco per la bellezza delle sue riflessioni cosi' pertinenti ed approfondite.
Raffaella

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Vaticano, effetto Ratzinger: per incontrarlo sono arrivati in 3 milioni. Successo in libreria. Offerte raddoppiate (Bartoloni per Corriere della sera)

Nel segno di Madre Teresa, la prima visita di Benedetto XVI del 2008:domani il Papa si recherà nella Casa “Dono di Maria” in Vaticano

Moratoria sull'aborto: gli editoriali di Giuliano Ferrara

Anselma Dell’Olio (intellettuale e moglie di Giuliano Ferrara): "Io femminista, d’accordo con Giuliano"

Per ridere di gusto: la esilarante "cronomail" di "Avvenire" per il 2008 :-)

(Gentile da Fabriano, "Adorazione dei Magi")


L’enigma della cometa

scienza e fede

Corpo celeste proveniente dalla nube di Oort? Rara congiunzione di pianeti?
Forse, ma la 'stella' vista a Betlemme eccede le categorie astronomiche


DI PIERO BENVENUTI

Quasi ogni anno, all’approssimarsi del Natale e dell’Epifania, qualche collega astronomo dichiara di aver individuato con certezza il fenomeno astronomico riportato da Matteo nel suo Vangelo come la 'stella' che annunciava ai Magi d’oriente la nascita di Gesù. Ogni anno mi chiedo quale sarebbe il vantaggio, ai fini della comprensio­ne del mistero del Logos fatto carne, il sapere che la 'stella' vista dai Magi era la cometa pe­riodica Churyumov-Gerasimenko oppure una Supernova esplosa nella Costellazione di Orio­ne o una rara congiunzione di Giove e Satur­no. Mi sembra davvero un inutile sforzo, simi­le a quello di chi cerca disperatamente di sco­prire il nome della donna ritratta da Leonardo nella 'Gioconda', come se il conoscere quel nome ci permettesse di penetrare maggior­mente nel mistero del suo enigmatico sorriso.
In realtà, se fine a se stesso, lo sforzo dell’astro­nomo di turno potrebbe anche essere danno­so, perché utilizzando un linguaggio scientifi­co (garanzia di veridicità per molti), riduce il ruolo dello Scrittore Sacro a semplice cronista di eventi cosmici, distogliendo il lettore dal chiedersi perché Matteo, nel ricostruire il rac­conto della nascita dai pochi elementi di informazione tramandatigli, abbia intessuto proprio 'quella' storia che ancor oggi entra nelle nostre case con il Presepe. In altre parole questi annunci potrebbero intralciare la no­stra spinta esegetica a tentare di scoprire il messaggio, ispirato dallo Spirito, che Matteo voleva e vuole trasmetterci: invitano, 'senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero'.
Partendo dal Documento Dei Verbum del Concilio Vaticano II, in particolare da quell’il­luminante 'nostrae salutis causa', pluripo­tente ablativo latino che qualifica la Verità da ricercare nelle Scritture, proponiamo un’ana­lisi alternativa del racconto di Matteo, senza rinunciare alle conoscenze astronomiche at­tuali, ma evitando che queste ne oscurino il messaggio. C hiediamoci innanzitutto come veniamo a conoscenza, oggi, di un qualunque fe­nomeno astronomico, sia questo una nuova cometa, una esplosione cosmica o qualche altro evento celeste. La risposta è im­mediata: attraverso i giornali, la radio o la tele­visione i quali, a loro volta, riportano una noti­zia ottenuta dagli 'astronomi' o dagli 'astrofi­li', una piccola cerchia di persone dedicate per professione e per passione all’osservazio­ne dei fenomeni celesti. Indirettamente dob­biamo ammettere che non siamo più in grado di accorgerci da soli di quanto avviene in Cie­lo: le luci della civiltà tecnologica e le nostre a­bitudini di vita ci hanno definitivamente di­staccato dal cielo stellato. Non era così ai tem­pi di Gesù: non era necessario che gli astrono­mi annunciassero l’apparizione di una nuova stella cometa perché tutti, alzando gli occhi al cielo, semplicemente la vedevano! I fuochi dei bivacchi e le flebili luci delle lucerne non riu­scivano ad offuscare la visione della nuova stella, soprattutto se, come spesso avviene, la sua tenue coda si estendeva per gran parte della volta celeste. Ecco un primo elemento di riflessione: quando Matteo inserisce la 'stella' nel suo racconto del Natale, sa di parlare di un evento naturalmente familiare ai suoi ascolta­tori. Conseguentemente, anche sulla base del­le attuali conoscenze astronomiche, è del tutto ragionevole identificare la stella di Matteo con una cometa, come d’altronde ha fatto sin dal­l’inizio la Tradizione; infatti nessuno degli altri possibili eventi cosmici inattesi ha lo stesso impatto visivo e suscita lo stesso senso di am­mirazione ed angoscia come l’apparizione di una grande cometa, che di notte in notte muta d’aspetto nella sua algida silenziosità. Inoltre, tra tutti i fenomeni celesti, la cometa è quello che più di ogni altro ha le caratteristiche del messaggio, sembra che il Cielo, interrompen­do la regolarità del suo corso, voglia avvertirci di qualcosa che sta per avvenire: che questa fosse l’opinione diffusa al tempo di Gesù ce lo testimoniano i trattati di allora, per esempio il libro dedicato alle comete di Seneca, e i primi esegeti, come Origene che, nel secondo secolo scriveva: «…avendo appreso dai trattati scien­tifici che questi corpi celesti fanno la loro ap­parizione quando qualcosa di importante av­viene nella storia degli uomini,… perché mai dovremmo meravigliarci se alla nascita di Chi stava per introdurre una nuova dottrina per il genere umano, una stella sia apparsa per ren­dere noto l’evento non solo ai Giudei, ma an­che ai Greci e a tutte le Nazioni?».
Oggi sappiamo che le comete provengo­no da un grande 'serbatoio' cosmico, chiamato nube di Oort, che si trova agli estremi confini del nostro sistema solare, a più di 100.000 volte la distanza che separa la Terra dal Sole. Costituite di una particolare forma di ghiaccio, molto poroso, il nucleo delle comete trattiene al suo interno le molecole di gas e i grani di polvere che facevano parte della nube originaria dalla quale ebbero origine i pianeti.
Dal punto di vista scientifico esse sono dei veri e propri messaggeri, che ci offrono preziose informazioni sulla composizione della nube O proto-planetaria. Avvicinandosi al Sole, il ghiaccio sublima liberando gas e polveri che per effetto della radiazione solare si allontana­no formando la caratteristica coda. Nella nube di Oort le comete si muovono lentissimamen­te e la maggior parte di esse rimarrà per sem­pre ai confini: solo poche, per effetto di mini­me perturbazioni gravitazionali, inizieranno il lungo viaggio che le porterà, dopo centinaia di milioni di anni, a stagliarsi nei nostri cieli. Tra queste, alcune rimarranno 'intrappolate' dal­l’azione gravitazionale dei pianeti maggiori e diverranno 'periodiche', come la famosa co­meta di Halley.
A questo punto, ritornando al racconto di Matteo, possiamo chiederci: ai fini del messaggio di Salvezza, era più effi­cace che Dio intervenisse, milioni di anni pri­ma della nascita di Gesù, perturbando l’orbita di una cometa nella nube di Oort in modo che apparisse al momento opportuno per annun­ciare ai Magi d’oriente l’atteso evento, oppure era più utile che lo Spirito Santo ispirasse Mat­teo a scrivere il suo racconto, utilizzando im­magini e conoscenze familiari ai suoi contem­poranei, per sottolineare come la Buona No­vella fosse accolta con gioia e speranza dai sa­pienti non Giudei (i Magi) e con sgomento e sospetto dai 'fondamentalisti' del Tempio e dal potere costituito (tutta Gerusalemme ed E­rode)?
Per il credente (anche per l’astronomo creden­te!) entrambe le interpretazioni sono possibili, ma non c’è dubbio che oggi la seconda sia molto più efficace ai fini di una riflessione profonda che ci metta in sintonia con il pen­siero ispirato dell’Evangelista. Probabilmente, ai tempi di Origene, la prima lettura era più vi­cina alla comprensione comune e quindi maggiormente efficace. Non credo che dob­biamo scandalizzarci se l’esegesi evolve nel tempo, ciò non fa che dimostrare la ricchezza inesauribile e la continua attualità della Sacra Scrittura.
Speriamo quindi che tutti, anche gli astrono­mi, si convincano che la Stella di Betlemme è sì una cometa reale che, divenuta periodica duemila anni fa, continua ad entrare nelle no­stre case con precisione astronomica, ma lo fa 'nostrae salutis causa', per rinnovare la nostra speranza nella possibilità di Salvezza, e non per riempire di dati orbitali le pagine di un al­manacco astronomico.

© Copyright Avvenire, 4 gennaio 2008


E i Re Magi fecero una sosta in Brianza

tradizione

Per secoli Brugherio (Mi) fu l’unica città italiana ad avere reliquie dei tre Sapienti.
Grazie a Marcellina, sorella di sant’Ambrogio


DI ROBERTO BERETTA

Cammina cammina, i Re Magi arrivarono a Bru­gherio in tangenziale... Beh, forse sarebbe un po’ pro­vinciale quale incipit per una storia dai sentori così misterio­si come quella dei tre sovrani d’Oriente. Ma non era anche Betlemme, del resto, un’oscura località dell’hinterland di Ge­rusalemme, almeno quanto Brugherio oggi fa parte della grigia corona urbanistica che cinge Milano?
Infatti nemmeno Federico Bar­barossa se ne occupò più di tan­to, allorché nel 1164 fece trafu­gare le reliquie dei Magi (pre­ziosissimi segni di regalità divi­na) conservate nella metropoli lombarda; e così per vari seco­li – ovvero fino al 1903, quando alcune reliquie di Melchiorre, Gaspare e Baldassare furono re­stituite simbolicamente da Co­lonia a Milano – la piccola Bru­gherio fu l’unica località italia­na a poter vantare il possesso di qualche resto dei no­bili cammellati dell’E­pifania. Un privilegio che fa data addirittura dal IV secolo e che ora – dopo tempi di deca­denza – i locali mostra­no di voler riscoprire e nuovamente valorizza­re.
Pare che il tutto sia co­minciato da sant’Ambrogio e dalla sorella maggiore Marcel­lina, che gli aveva fatto da ma­dre e che nel 374 – quando il congiunto si ritrovò inopi­natamente vescovo di Mila­no – l’aveva seguito nella città lombarda. Anzi, per la precisione si era stabilita a Brugherio, in una villa di campagna sulla via romana verso Aquileia, abitazione che poi (trasformata prima in convento, quindi in casa colonica) prese il nome di Cascina Sant’Ambrogio; an­cora oggi all’interno del cor­tile è rimasto un tratto del­l’absidiola della primitiva cappella. Forse lì vennero deposte e venerate le tre fa­langi dei Re Magi che il ve­scovo milanese avrebbe do­nato per devozione alla so­rella monaca, la quale morì po­chi mesi dopo di lui nel 397.
Reliquie preziosissime, ancor­ché sulla loro autenticità si pos­sano fare tutte le eccezioni del mondo. In certi periodi del­l’antichità e del Medioevo ave­vano un’importanza politica eccezionale: esse erano infatti la prova e insieme la base della sa­cralità del potere temporale, in quanto i sovrani orientali costi­tuivano l’immagine evidente dell’investitura ereditata dal­l’imperatore sacro e romano addirittura dalla grotta di Be­tlemme; non per nulla Barba­rossa, in epoca di lotta contro le disgreganti autonomie locali, pensò bene di portarsi – con un viaggio di eccezionale rapidità e sfidando gli anatemi del Papa – le reliquie fino a Colonia, a prova della legittimità anche «religiosa» della sua corona. Al­lo stesso modo Eustorgio (che, parimenti al successore Am­brogio, era stato alto funziona­rio imperiale) assurgendo nel 343 alla sede episcopale di Mi­lano – all’epoca capitale del­l’Impero d’Occidente – avreb­be potuto giovarsi dell’argo­mento sacro per consolidare u­na potestà che saldava indub­biamente trono e altare.
Ma perché, allora, tali reliquie «politiche» potevano interessa­re alla pia vergine Marcellina? Difficile saperlo, a meno di con­siderare la leggenda ambrosia­na come l’«antichizzazione» di un fatto posteriore: anche per­ché – a detta dello storico Fran­co Cardini – «fino al XII secolo inoltrato non v’è notizia di un culto delle reliquie dei magi a Milano». Più o meno il periodo in cui, complice il boom dei pel­legrinaggi a Colonia, la devo­zione per Melchiorre, Baldas­sare e Gaspare si diffonde in tut­ta l’Europa. Sull’architrave del­la case si dipingono le «magi­che » iniziali del trio, in un ca­ratteristico acrostico (C+M+B) tutt’altro che scomparso; al cor­teo orientale vengono dedicate chiese ma anche locande, co­me omaggio alla loro fama di viaggiatori...
Alla luce di questi dati, però, rie­sce ancor più arduo capire che ci facessero le tre reliquie dei Magi a Brugherio. Ammesso in­fatti che gli ossicini si trovasse­ro nella piccola località già pri­ma del furto del Barbarossa, com’è possibile che Milano – dove pure i Visconti coltivarono alla grande la devozione dei Re, commissionando ai Maestri Campionesi il pregevole trittico marmoreo gotico che si ammira tut­tora in Sant’Eustor­gio – abbia tollerato di lasciare gli unici resti superstiti nella cappella di un umi­le convento femmi­nile dell’hinterland? Chissà. L’unica cosa certa – oltre all’atte­stazione di una chiesa dedicata a San Bartolomeo e ai Re Magi all’epoca della visita pastora­le di san Carlo Bor­romeo (1578) – è un documento auto­grafo in cui il parro­co di Brugherio don Francesco Bernardino Paleari certifica (siamo nel 1613) nell’oratorio di Sant’Ambrogio affidato alle monache di Santa Caterina al­la Chiusa la presenza di «alcu­ne reliquie in un altare portabi­le con pietra consecrata le qua­li piamente si crede che sieno dei S.ti Re Magi».
Il documento è stato redatto in occasione del solenne traspor­to dei resti nella parrocchiale di Brugherio, dove si trovano tut­tora, conservati in un reliquia­rio barocco d’argento sul qua­le campeggiano le figure a tre quarti dei Magi; per questo, ri­ferendosi alla loro modesta al­tezza, i locali le hanno ribattez­zate in dialetto umitt ( «omini»). Fino a qualche decennio fa, ad ogni Epifania il bacio degli «o­mini » attirava fedeli da tutta la Brianza; in particolare i conta­dini credevano che le reliquie proteggessero dalla grandine. Adesso un gruppo di brughe­riesi sta tentando di rilanciare il culto e anche la ricerca sui re­perti, ristampando tra l’altro lo studio della storica locale Tina Magni su I Magi, unico esisten­te in materia e da tempo esau­rito. Un bel dono – chissà – per la prossima Epifania...

© Copyright Avvenire, 4 gennaio 2008