28 novembre 2007

Card. Antonelli per l'Osservatore Romano: "Il traguardo dell'uomo che voleva diventare Dio"


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Una nuova edizione della «Storia di Cristo» di Giovanni Papini

Il traguardo dell'uomo che voleva diventare Dio

A ventidue anni dall'ultima edizione torna nelle librerie la "Storia di Cristo"
L'opera segna l'approdo letterario di una ricerca interiore che, anche nei periodi di maggiore scetticismo,
fu animata da un'insopprimibile nostalgia dell'Assoluto
Anticipiamo la presentazione del cardinale arcivescovo di Firenze


Ennio Antonelli

È impressionante constatare come il grido verso l'Assoluto attraversi la letteratura del ventesimo secolo, anche l'opera di molti autori che a prima vista potrebbero essere catalogati come atei e agnostici.
Giovanni Papini, già nella fase della sua ribellione, implicitamente invocava Dio, con tutta la veemenza del suo carattere. La sua ostilità già portava il segno di un'insopprimibile nostalgia.
Non si comprende questa Storia di Cristo - riproposta oggi dalla casa editrice Vallecchi - se non si tiene presente che la ricerca dell'autore prende avvio dall'humus culturale di uno scetticismo che, pur brancolando nel buio, non può fare a meno di sentire il richiamo dell'Assoluto.
È lo scetticismo di Montale che si appella comunque a "un imprevisto come unica speranza"; di Quasimodo che si interroga se l'unica certezza per l'uomo sia l'immortalità della morte (thànatos athànatos) ma che finisce per riconoscere che "la vita non è sogno" e per invocare "il Dio del silenzio perché apra la solitudine"; di Cesare Pavese che si uccide, ma, mentre porta alle estreme conseguenze la sua fatica di vivere, grida: "O Tu abbi pietà!".
Il desiderio di sapere tutto, di conoscere tutto, "la vita dura e magnifica dell'onnisapiente" è l'ingenuo sogno giovanile di Papini, che lo porta al progetto, subito abortito, di scrivere un'enciclopedia universale.
In Un uomo finito egli si sente ferito dal desiderio dell'Assoluto, come da una malattia.
"Chi ha voluto tutto come può accontentarsi del poco? Chi ricercò il cielo come può compiacersi della terra? Chi s'inoltrò sulla via della divinità come può rassegnasi all'umanità? Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare... io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio".
In un certo senso, si potrebbe dire che Papini era inconsapevolmente credente anche prima di diventarlo e che la sua fede implicita lo ha portato a quella esplicita.
È significativo ciò che egli scrive nell'introduzione alla Storia di Cristo: "L'autore di questo libro ne scrisse un altro, anni fa, per raccontare la malinconica vita d'un uomo che volle, un momento, diventar Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo".
Con queste parole lo scrittore attesta di aver raggiunto il traguardo tanto sospirato, perché l'uomo raggiunge Dio solo quando Dio diventa uomo. L'uomo raggiunge la sua irrinunciabile meta, non quando si lancia prometeicamente verso il cielo impossibile, ma quando Dio scende sulla terra e si fa uomo, quando l'Infinito entra nel finito; in altre parole, l'uomo diventa divino e immortale solo accogliendo Gesù, il Figlio di Dio fatto carne.
"In quel tempo di febbre e d'orgoglio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure, dopo sei anni appena - ma sei anni che furono di gran travaglio e devastazione fuor di lui e dentro di lui - dopo lunghi mesi di concitati ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui, cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente espiazione di quella colpa".
Quel "tempo di febbre e d'orgoglio" era anche tempo di una ricerca che lo ha portato alla confessione umile della sua colpa, e all'amore appassionato di Cristo, dopo che si era affacciato sull'abisso del nulla e ne aveva sperimentato la terribile vertigine. "Se Cristo ha sbagliato, non ci resta che la negazione assoluta e universale e il volontario annullamento. O l'ateismo rigoroso e perfetto - non quello ipocrita e monco dei pusilli scettici d'oggi - o la fede operante nel Cristo che salva e risuscita nell'Amore".
Di fronte a un percorso così doloroso, ma anche così coraggioso e leale, possiamo essere comprensivi anche nei confronti di un linguaggio che a noi oggi può suonare un po' ridondante ed enfatico.
Qualcuno, a motivo di tale linguaggio, considera Papini uno scrittore decisamente datato. Esso però non è dovuto solo al temperamento dell'autore e all'epoca in cui visse, ma anche alla sua volontà esplicita di sorprendere, di aggredire, di scuotere le coscienze, per coinvolgerle in quell'esperienza vitale che egli ha fatto con la scoperta di Cristo. "L'autore chiede perdono ai suoi austeri contemporanei, se, più spesso che non convenga, si lasciò andare a quella che oggi si chiama, quasi con ribrezzo, eloquenza, germana carnale della rettorica e madre adulterina dell'enfasi e di altre idropisie della distinta elocuzione.
Ma forse si ammetterà che non si poteva scrivere la storia di Cristo collo stesso stile piano e pacato che va bene per quella di don Abbondio. Lo stesso Manzoni, quando cantò il Natale e la Risurrezione, non ricorse ai modi del fiorentino parlato ma alle più solenni immagini del Vecchio e Nuovo Testamento". Tanto più che qui si tratta della storia di Cristo secondo Papini e l'autore vi è coinvolto in prima persona. Qui si racconta l'impatto violento e sconvolgente che le parole e gli atti di Cristo hanno provocato nel suo cuore vivo e appassionato. Vengono in mente le parole di don Bensi a proposito di don Milani: "Ha fatto un'indigestione di Gesù Cristo; dopo una gioventù trascorsa nell'ateismo pratico ha incontrato Cristo e gli si è consegnato totalmente, radicalmente; per questo non ha potuto non andare un po' sopra le righe". Qualcosa di analogo è accaduto a Papini: veniva da una stagione di ribellione e di disprezzo, che in poco tempo si mutarono in stupore, adorazione e amore. Di qui il tono appassionato e quasi aggressivo, "sopra le righe".
Che questa Storia di Cristo non sia vuota retorica lo conferma la forte testimonianza di fede che l'autore ha dato nella fase finale della sua vita. Tre anni prima di morire, fu colpito da una terribile paralisi progressiva che lo privò dell'uso delle gambe e delle braccia e poi perfino della parola. Allora dal suo cuore di credente uscì un famoso testo, "La felicità dell'infelice", in cui risplende la sua serenità, fondata sulla fiducia in Dio.
"Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l'uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono diventato quasi cieco e quasi muto. Non posso dunque camminare né stringere la mano di un amico né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare... Ma non bisogna tenere in piccolo conto quello che mi è rimasto ed è molto ed è il meglio... riesco ancora a godere una festosa invasione di sole e la sfera di luce che s'irraggia da una lampada. Posso inoltre intravedere, quando vengono molto avvicinate all'occhio destro, le macchie colorate dei fiori e le fattezze di un volto... E tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancor più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l'intelligenza, la memoria, l'immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione".

(©L'Osservatore Romano - 28 novembre 2007)

2 commenti:

paola ha detto...

Che bella notizia! Papini è stato un grande amore letterario della mia giovinezza ,ma non ho mai letto la Storia di Cristo,la cui ultima edizione risaliva al 1921 ed era praticamente introvabile,finalmente potrò leggerla Paola

Raffaella ha detto...

Mi fa molto piacere, cara Paola :-)