26 novembre 2007

L'autobiografia del cardinale Biffi: i commenti di Mons. Luigi Negri, Sandro Magister e Don Baget Bozzo (Tempi)


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Primalinea

Un cardinale con i piedi per terra

Negri, Magister e Baget Bozzo hanno letto per Tempi la biografia di Biffi. Che non è una fredda critica del cattoprogressismo, ma un gentile omaggio, ironico e monumentale, alla fede del popolo italiano

di Roberto Persico

Irresistibile. Il libro in cui l'arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, racconta la sua storia e rilegge strada facendo una stagione cruciale per la Chiesa italiana (e non solo per lei) è finito su tutte le scrivanie dei protagonisti e degli osservatori più attenti di queste vicende. Ne abbiamo raggiunto qualcuno, per raccogliere reazioni, giudizi, contraccolpi.

«Un libro assolutamente straordinario», esordisce senza mezzi termini monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, che ha avuto la ventura di incrociare spesso la strada di Biffi, fin da quando, seminarista e poi giovane prete, ebbe l'occasione di assistere ai suoi incontri con don Luigi Giussani e altri grandi sacerdoti usciti dal seminario di Venegono.
«Un libro da leggere e da studiare per capire le vicende socio-culturali dell'Italia e dell'intero Occidente nella seconda metà del Novecento. Perché si tratta di uno specchio di eventi epocali, di cui il cardinal Biffi è stato, pur senza proporselo, protagonista indiscusso. Questa autobiografia è paragonabile, per la statura del personaggio e per la profondità di lettura del nostro passato recente, alla biografia di Giovanni Paolo II scritta da George Weigel.

Lei che lo ha conosciuto, ci racconti chi è, allora, il cardinale Giacomo Biffi.

Biffi è l'ultima espressione matura, l'ultimo frutto, forse, della grande stagione della Chiesa ambrosiana, di quel flusso di fede, carità e cultura che da sant'Ambrogio attraverso san Carlo Borromeo è arrivata fino al cardinale Achille Ratti (poi papa Pio XI), a Schuster, a Montini, a Colombo.
Non a caso Biffi è nato e cresciuto a Milano e appartiene alla piccolissima schiera di milanesi diventati preti a Venegono. Ed è un uomo del popolo, e si vede: la sua fede non ha mai la tentazione della presunzione culturale e intellettuale dell'aristocratico. È una fede largamente amica dell'intelligenza e animata dalla carità che conduce a vivere ogni gesto con impeto missionario. E questo gli ha dato una eccezionale capacità di comprendere, di penetrare tutti gli uomini che ha incontrato, una non comune profondità di giudizio e insieme una totale capacità di condivisione. Non si è mai lasciato fermare da un pregiudizio, mai, in tutta la straordinaria varietà di incontri che hanno segnato la sua vita. I maestri, i discepoli, le più diverse personalità del mondo ecclesiastico e politico, mai li ha affrontati a partire da un pregiudizio.

Nemmeno don Giuseppe Dossetti? Le pagine su di lui sono tra le più dure del libro.

Nemmeno Dossetti. Bisogna leggere le pagine drammatiche in cui Biffi parla di Dossetti. Non si capisce nulla del travaglio della Chiesa italiana del secondo Novecento senza queste pagine. Ma anche qui non ci sono pregiudizi sull'uomo, che viene accostato sempre con simpatia. Il giudizio è tutto sulla sua concezione. In primo luogo sulla sua presunzione di essere un autodidatta della teologia, pretesa che getta un'ombra su tutto. Poi sulla sua concezione della politica, che conosce solo tre snodi: l'individuo, il partito e lo Stato. E la società? Quella società in cui gli uomini esprimono la loro concezione della vita e che lo Stato deve servire? Non c'è. È una concezione ideologica di tipo marxiano, con una premessa di spiritualità individualista che non dà forma alla vita. Come ogni vero, grande intellettuale, Giacomo Biffi non ha mai imposto schemi sopra la realtà. Io gli ho sempre invidiato la capacità di lasciarsi mettere in discussione dai fatti. Ricordo un episodio che risale forse al 1970. Lui stava passando, diretto in arcivescovado, a Milano, per una piazza Fontana gremita da una manifestazione di studenti. A un tratto vide uno striscione, Comunione e liberazione: «Allora il cristianesimo non è ancora morto». E di lì nacque la sua simpatia verso il nostro tentativo. Certo, conosceva bene don Giussani, lo stimava, si incontravano spesso, ma fu da quel fatto che cominciò a stimare anche il tentativo che da lui stava nascendo. Da allora noi di Cl abbiamo sempre tratto moltissimo profitto dai suoi richiami. Perché proprio perché amava i fatti, non aveva timore di correggerli, con la sua sapiente ironia. È un vero pastore, secondo me l'ultimo grande cardinale, accanto a Camillo Ruini, della Chiesa italiana.

Un grande pastore. Cosa vuol dire?

Vuol dire che è stato una guida sicura, perché ha sempre avuto una totale chiarezza di giudizio. Quella chiarezza di giudizio che sola genera un'amicizia. Perché l'amicizia o è fondata sui grandi ideali, o soccombe all'instabilità degli affetti. Così è stato con Giovanni Paolo II: dalla sua fedeltà al ruolo di Pietro è nata una totale affezione alla persona di Karol Wojtyla. E Biffi come i grandi pastori ha avuto una totale libertà di parola. Ha sempre detto, liberamente, ad alta voce, quello che pensava, non ha lasciato passare un solo avvenimento della vita sociale senza giudicarlo. Si pensi, solo per fare un esempio, a quel che disse già quindici anni fa sui migranti, a come fu denigrato e a come oggi si riconoscono le sue ragioni. E a come staremmo meglio se le avessimo ascoltate prima. Ma lui non si è mai posto il problema se le sue parole fossero opportune e no. Aveva fatto suo il motto di Ambrogio, "ubi fides ibi libertas". Che vibrazione risuona nelle sue parole quando parla di Ambrogio, dal quale ha imparato questo nesso, senza soluzione di continuità, tra la fede e la libertà.

Sandro Magister, dal 1974 vaticanista dell'Espresso, dal 2002 editor del sito www.chiesa, alle origini legato alla "Chiesa del dissenso", poi approdato con il pontificato di Giovanni Paolo II a posizioni molto più vicine a quelle vaticane, è oggi uno dei più acuti osservatori del mondo cattolico e della sua politica. Gli domandiamo dunque come valuta il giudizio che il cardinal Biffi dà di questo mondo e di questa politica. «Il libro non vuole essere un'analisi del percorso della Chiesa nell'ultimo mezzo secolo - precisa -, il che però non vuol dire che non emergano giudizi espliciti, nelle parole e, forse ancor di più, nei silenzi».

Quali sono i giudizi più espliciti secondo lei?

Degli eventi di cui parla sicuramente la critica alle interpretazioni "progressiste" del Concilio Vaticano II, che lui vide subito cariche di equivoci rischiosi. E, strettamente legata alla critica al Concilio, quella a Dossetti e al dossettismo. E pensare che ricorda che, da giovani seminaristi, a Venegono, guardavano a Dossetti con simpatia, come all'esempio di un politico cristiano coerente. Poi però Biffi si accorse che questa sua attitudine politica finiva per politicizzare tutto, compreso il Concilio. È stato lo stesso Dossetti infatti, ricorda il cardinale, ad aver esplicitamente rivendicato il merito di avere utilizzato l'esperienza maturata durante i lavori della Costituente per "indirizzare" quelli del Concilio. Una deriva che finiva per travisare ogni cosa in termini politici. Una deriva alle cui origini sta una teologia debole: Biffi punta il dito contro il vanto di Dossetti di non avere avuto maestri in campo teologico. Perché tutti i grandi teologi hanno sempre avuto un grande maestro. È questo per esempio il grande merito di Venegono: una scuola in cui la fede si è trasmessa con continuità da un maestro all'altro. Almeno fino a un certo punto.

Cosa intende dire?

Niente. Come niente dice, appunto, Biffi. I silenzi del libro, impressionanti, sono più eloquenti di mille parole. Lui scrive che Giovanni Colombo è stato l'ultimo grande vescovo del Novecento. Poi, su Martini solo dodici righe, quasi incidentali. Su Tettamanzi, nemmeno una parola. Sui teologi che hanno insegnato a Venegono* dopo i suoi grandi maestri niente, nemmeno una citazione, se non per Inos Biffi, uno a cui la diocesi di Milano ha sempre guardato con diffidenza. E quattro righe, causticamente dubbiose, sull'ex rettore dei seminari maggiori milanesi, don Luigi Serenthà. Quale sia lo stato attuale della teologia, non solo italiana, emerge del resto da un fatto di cui, secondo Biffi, non si è valutata tutta la portata, la pubblicazione dell'istruzione Dominus Jesus.

Non era mai successo, neppure nei tempi più bui, dopo Ario, dopo Lutero, che la Chiesa avesse dovuto ribadire questa elementare verità, che Gesù è il solo Signore. Eppure la Dominus Jesus è stata criticata perfino in ambito cattolico.

Certo, Biffi non parla neppure di Ruini, ma è evidente la condivisione del modo in cui quest'ultimo ha guidato la Chiesa italiana, in continuità con l'azione di Giovanni Paolo II. Biffi stimò totalmente l'opera di Wojtyla, il suo rilancio della fierezza per la grande tradizione della Chiesa. E per questo ebbe anche la libertà di criticarla quando non era d'accordo. Come quando il papa polacco fece i famosi "mea culpa": Biffi ricorda che gli aveva fatto esplicitamente alcune riserve, e il Papa ne fece tesoro, ricorda, «ma non fino in fondo».

Anche don Gianni Baget Bozzo ha attraversato da protagonista tante stagioni della politica italiana, ma la sua lettura si concentra piuttosto sugli aspetti teologici del libro, sulla solidità della fede che sta alla fonte delle posizioni del cardinale. «La prima cosa che colpisce del libro del cardinal Biffi è il sottotitolo: perché "un italiano cardinale" e non viceversa? Perché qui sta il significato del libro: Biffi vuole mostrare che la fede cristiana entra nel cammino della storia e costituisce un popolo. Il popolo cristiano è "opera di Cristo", come affermò Pio XII.

Non solo il popolo italiano.

No, ma in Italia è particolarmente evidente: la fede, il fatto cattolico entra nella vita della gente e si vede. Il popolo italiano è la storia della Chiesa vissuta. Non per nulla l'Italia è stato il primo paese dove il partito dei cattolici si è chiamato Partito popolare. La fede si identificava con l'anima del popolo. Cioè in Italia si vede con maggior integralità che altrove come la fede pervade la vita comune, ne rivela il senso, forma un'identità. La fede è arrivata a Biffi, uomo del popolo, attraverso questo flusso. Per questo si definisce "un italiano cardinale", perché vede bene che la sua fede è nata nel seno di quella del popolo italiano. Poi al suo interno ha avuto ancora una caratterizzazione più particolare, quella della tradizione ambrosiana. La svolta della sua vita è avvenuta quando è stato scelto dal cardinal Colombo come collaboratore per curare l'edizione delle opere di sant'Ambrogio e per preparare il nuovo messale ambrosiano: qui nasce Biffi come persona, nell'incontro con la tradizione della Chiesa universale che prende forma nella Chiesa ambrosiana. E qui matura quella sua concezione della Chiesa fondata sulla tradizione e sulla liturgia, della liturgia come eco della tradizione, che trova una consonanza particolare con quella di Benedetto XVI.

E Biffi cosa ci ha messo di suo?

Una teologia tutta fondata sulla lettera di san Paolo ai Colossesi, quella che spiega che la Chiesa è una nuova realtà dentro il mondo, una nuova creazione in cui il temporale si incontra con l'eterno, una realtà cosmica in cui tutto è piantato. Perché è il corpo di Cristo, Cristo in cui tutte le cose trovano la loro consistenza. Questa è altissima cristologia, e in questo Biffi è unico: nessuno, né prima né dopo il Concilio, si è azzardato a fondare tutto sulla lettera ai Colossesi. Ma questo gli ha permesso di avere un criterio di giudizio solidissimo per affrontare la vita quotidiana con grande lucidità. È stato un grande pastore perché è stato un grande teologo.
E pensare che un tale erede della tradizione milanese è finito a Bologna.
Nella Bologna di Dossetti e di Alberigo, il centro della sinistra intellettuale cattolica, di una lettura tutta secolarizzata del cattolicesimo, che diluisce la fede nella storia, una fede soggettiva che fluisce nella storia senza darle forma, un chiaro esempio di come la concezione protestante sia penetrata anche nel mondo cattolico. Dossetti era un grande seduttore. Anch'io, per un breve periodo (erano gli anni Cinquanta) ne sono stato affascinato. E Lercaro, il predecessore di Biffi sulla cattedra di Bologna, ne era stato completamente sedotto. Il dossettismo, pericolosissimo, era arrivato fin nella stanza dei bottoni, a inquinare la sorgente della cultura intellettuale della Chiesa. Io credo che Giovanni Paolo II abbia mandato Biffi a Bologna proprio per questo. E lui ha subito visto lucidamente dove stava la sorgente dell'errore.

E dove stava l'errore di Dossetti?

Nell'orgogliosa rivendicazione di non avere avuto maestri. Perfino san Tommaso d'Aquino, sottolinea Biffi, dichiara il suo debito verso i suoi maestri. Non si può essere teologi autodidatti, altrimenti ci si inventa una fede che non è quella della Chiesa. E qui torniamo all'inizio. La fede della Chiesa è la tradizione, una tradizione che ci raggiunge attraverso un popolo.

© Copyright Tempi num.47 del 22/11/2007

*Il seminario di Venegono si trova in provincia di Varese, diocesi di Milano.
R.

13 commenti:

francesco ha detto...

con tutto il rispetto per i personaggi in questione... sia il card. Biffi, che mons. Negri, e anche gli altri sinistri figuri (un cattivo magister e poi anche uno che è stato sospeso a divinis e addirittura è andato contro la legge della Chiesa impegnandosi direttamente in politica!) non conoscono e non sanno neanche lontanamente chi sia Dossetti...
da come ne parlano sembrano i comunisti che parlano del Papa senza neanche sapere l'ABC del cristianesimo o come i testimoni di Geova che citano le Scritture a mozzichi e bocconi per tirarle dalla loro parte...
che tristezza!!!
e, se permetti, raffaella, che cosa c'entrino col blog e col Papa queste cose irrispettose di chiarissime figure di Chiesa sinceramente non lo capisco...

Raffaella ha detto...

Caro Francesco, in questo blog si da' spazio a tutti: da Kung a Magister, da Melloni a Messori, da Socci a Bianchi, da Tornielli a Politi...
Ciascuno poi la pensa come vuole, ma non e' possibile pubblicare le parole di Melloni senza il commento di Magister (tanto per fare un esempio...)

Anonimo ha detto...

Lucide le chiavi di lettura delle memorie di Biffi.

Lucidissime, ironiche, accorate le memorie stesse. Una lettura fondamentale per chiunque abbia a cuore la Chiesa e l'Italia.

Le derive (o i frutti malati?) del dossettismo, caro Francesco, da circa 2 anni abbiamo modo di verificarle quasi ogni giorno negli atti e nelle parole di chi ci governa...

(e il mio grande rammarico è di avere concesso la mia fiducia - sbagliando clamorosamente - a chi si autoproclamava cattolico adulto...e chiedo scusa per la divagazione "politica")

Luigi

francesco ha detto...

raffaella...
qui non è la questione della pluralità (anche se, voglio dire, è sempre limitata perché mica si postano la teologia di viottoli - ma perché unavox sì? - , il chiacchiericcio di dagospia o le idee di Grillini)
il mio problema è la presenza di argomenti (l'autobiografia di un cardinale) che esulano dal contenuto proprio del blog e dal fatto che il modo in cui sono presentate le cose è un parlar male - in modo gratuito, non documentato e non informato - di persone come don Giuseppe Dossetti che alla Chiesa italiana (e non) non hanno fatto altro che bene...
poi possiamo anche dire che alcuni suoi epigoni hanno delle posizioni discutibili ecc. ma dare spazio a chi intende infangare una figura luminosissima della Chiesa dello scorso secolo non mi sembra un buon servizio
...neanche a Benedetto XVI

Luisa ha detto...

Ho esitato prima di scrivere questo commento,avendo deciso di non reagire più davanti all`arroganza di don Francesco.
Francesco non solo sa chi è un buon giornalista e chi non lo è anzi è pessimo, chi è un buon sacerdote, e chi non lo è (vi ricordate il suo commento su mons.Ranjith?), ma oggi sa anche meglio di Raffaella quale deve essere il contenuto del SUO blog.
Don Francesco lei è libero di avere le sue opinioni, e anche di esporle qui ,ma perchè sempre distribuire buone o cattive note , sentenze definitive? Lei sembra sapere meglio di chiunque dove si trova la qualità, la verità,ma spingere la sua arroganza sino a criticare Raffaella, sulle sue scelte,come se lei don Francesco conoscesse meglio di Raffaella il contenuto e scopo del SUO blog,mi sembra andare oltre il ragionevole.
Ma ogni tanto si rilegge?

Cara Raffaella,non cambiare niente, io ti ringrazio e so di non essere la sola per permettermi di avere accesso a TUTTE le opinioni, anche a quelle di chi critica Dossetti, e non lo mette su un piedestallo!

Anonimo ha detto...

Benissimo hai fatto Raffaella a postare questo bellissimo articolo di Tempi, che esalta la figura di un grande Cardinale, la cui mente e i consigli la Chiesa ha ancora estremamente bisogno.

Ottimi anche i commenti sulla disgraziata "politica" di Dossetti che ha creato in seno alla Chiesa quella frattura tra pre-conciliare e post-conciliare che non era mai stata nelle intenzioni né di Giovanni XXIII né di Paolo VI e sul quale Benedetto XVI si è espresso in modo chiarissimo nel discorso alla Curia del 22 dicembre 2005:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia_it.html

Si spera che gli ammiratori di Dossetti si leggano questo interessantissimo discorso del Papa che condanna senza mezzi termini l'interpretazione dossettiana del Concilio.

Poi, ci si può addentrare in una lettura più approfondita sulle "letture ermeneutiche del Concilio Ecumenico Vaticano II" proposte dall'arcivescovo Marchetto:
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/176565
Quid

brustef1 ha detto...

Se penso a chi sono i politici che si dicono dossettiani (a cominciare dal finto-povero Romano Prodi) mi viene da piangere. La lezione politica (non teologica) di Dossetti ha avuto esiti semplicemente spaventosi.

gemma ha detto...

legittimo quello che dici Francesco, se lo pensi e se conosci e ammiri Dossetti, ma perchè ti indigni così tanto quando vengono messi in discussione lui, i suoi eredi o Martini e non fai altrettanto per altri uomini di chiesa, Papa compreso?
Addirittura ricordo un tuo post con giudizio sprezzante su mons. Ranjit (che presumo tu evidentemente conosca bene), sulla motivazione del quale stiamo ancora aspettando la spiegazione.
Personalmente non ho conosciuto Dossetti ma posso dire che molti suoi allievi o personaggi che a lui si ispirano non mi convincono o è opzione possibile solo per Joseph Ratzinger e i cosiddetti ratzingeriani?
Mi pare poi che certe critiche a Raffaella siano alquanto ingenerose. C' è una sezione del blog dedicata al Magistero, questa è per la discussione, come "in piazza". E in piazza si parla di tutto, anche degli strafalcioni che si ritiene di leggere al mattino sui giornali. Purtroppo la Chiesa oggi è soggetta ad interpretazioni polivalenti e ascoltare tutte le campane , da Melloni a Bianchi a Magister o Baget Bozzo mi pare solo un modo per districarsi tra le continue sollecitazioni che ci arrivano dall'esterno e scegliere quelle che ci convincono di più. Perchè alla fine, si può pontificare quanto si vuole, da tutti i pulpiti e da tutte le cattedre universitarie, ma sono sempre i fedeli semplici a scegliere.

francesco ha detto...

piccoli chiarimenti...
1. non mi ritengo depositario di nessuna particolare sapienza: grazie a Dio non sono né gnostico né idealista... cerco la verità e basta...
2. mi pare che raffaella abbia una ben chiara idea politica ed ecclesiale e nessuno la mette in dubbio, ma ultimamente rischia di essere troppo di parte... e siccome io mi reputo addirittura un moderato, anzi per taluni addirittura un rigido conservatore in materia liturgica o di fede immagino che gran parte di navigatori cattolici leggendo questo blog non lo apprezzino... e dare risalto soltanto a letture come quelle di "tempi" ecc. non aiuta molto...
3. la mia critica è sull'opportunità di insistere su un argomento che di fatto esula dal contenuto proprio del blog che è il papa Benedetto XVI e non i cardinali...
4. quanto a mons. Ranijth, che non conosco personalmente, nè per qualche sua opera particolare, io ho espresso delle forti riserve sul fatto che una persona del suo peso nella Chiesa faccia delle osservazioni molto discutibili contrarie alla riservatezza e allo stile dei dicasteri vaticani ad esempio dice che la comunione sulla mano è stata introdotta abusivamente... un affermazione grave e non vera, che denota una scarsa conoscenza della storia della pastorale liturgica almeno in Italia e assimila le parole del prelato a quelle che potrebbe dire un cristiano poco avvezzo alla teologia e alla storia della Chiesa
5. per ultimo... sinceramente certe volte mi trovo davvero in imbarazzo a stare in questo blog... non penso che l'amore e la devozione per Benedetto XVI significhino queste posizioni, anzi... a me pare che sia in fondo un cattivo servizio anche al Papa perchè invece di far cogliere il suo essere super partes tende a coinvolgerlo in giochini di partitelli ecclesiali... perciò mi auguro che ci sia maggiore realismo, maggiore attenzione a tutte le anime della cattolicità e ci sia meno politica (anche ecclesiale)
grazie

paola ha detto...

Trovo giustissima la pubblicazione dell'articolo della rivista Tempi.Io ho letto d'un fiato il libro di Biffi scritto benissimo,ricco di ironia,interessantissimo trovo altresì fuori luogo le argomentazioni di Francesco.Vi segnalo inoltre il libro Maestri di Farina edito Piemme è una raccolta di interviste a grandi persone,tra cui anche il card.Ratzinger,grazie per il vostro lavoro Paola

Luisa ha detto...

Beh certo che come sacerdote lei dovrebbe essere al servizio della Verità .
Questo è il blog di Raffaella, è di parte? No è solo il suo, rispecchia la sua visione , le sue opinioni, le sue riflessioni ,sempre molto pertinenti anche se personali.Nessuno è obbligato di condividerle.
Raffaella da spazio a tutti, Politi, Melloni, Socci e Magister, vaticanisti di ogni orientamento, prelati e laici, poi li commenta. non sempre.
Per me sono appunto i commenti di Raffaella a dare a quesato blog la sua nota unica e inconfondibile, la sua forza e originalità andando nel senso di ciò che ci ha chiesto il Santo Padre e cioè di avere una lettura lucida, critica e controcorrente della stampa e dei media in generale.

Certo che se per lei don Francesco osare criticare i diversi Melloni, Politi , prelati contrari al Motu proprio,o dare spazio a opinioni che con ogni evidenza lei non condivide, è essere di parte, mi domando : ma chi è di parte? Lei per caso non è di parte? Forse non sempre della stessa parte di Raffaella, ma lei mi sembra proprio sovente l`esempio di chi è di parte, quello che è permesso a lei diventa un difetto per gli altri mah...un pò di coerenza !

Ancora una volta non spetta a lei decidere il contenuto di questo blog, non penso che Raffaella l`abbia assunto come consigliere. Mi sembra aver capito che lei abbia un blog, ha dunque tutto lo spazio sufficiente pere far valere la sua visione, le sue opinioni. nessuno verrà a dirle che il contenuto non corrisponde alle sue intenzioni perchè non siamo nella sua testa.

Preferisco no soffermarmi sulle sue affermazioni su Mons. Ranjith. vorrei solo suggerirle di fare prova di una maggiore umiltà. Le auguro di arrivare un giorno al livello di Mons. Ranjith,di averne la competenza,l`esperienza,la cultura e di godere della fiducia che il Santo Padre ha riposto in lui.
Non tema per noi ,che frequentiamo questo blog, il nostro affetto, la nostra lealtà, la nostra fiducia in Papa Benedetto sono totali, e grazie a Raffaella possiamo seguire ancor più da vicino l`attualità che lo concerne .....senza giochetti di parte !

gemma ha detto...

cosa intendi don Francesco per "maggior attenzione a tutte le anime della cattolicità"? Non è una provocazione la mia, sono disposta a mettermi in ascolto di tutti, anche delle critiche costruttive
Purtroppo, in questa sezione del blog si fa "rassegna stampa" e non è sempre facile non perdere il lume di fronte a certe odierne provocazioni
Se vorrai dare coi tuoi post un contributo più "pastorale", sarà ben accetto, almeno da parte mia

francesco ha detto...

cara gemma... tutte le anime della cattolicità vuol dire anche gli estremisti di viottoli, don santoro delle piagge a firenze, la comunità di romena, i cattolici "adulti"... fine anni '80 e inizia anni '90 ci fu una "sanguinosa" e incresciosa lotta tra ciellini e azione cattolica... brutta cosa perché ci si faceva la guerra cattolici contro cattolici... e mi chiedo: a che serve?
a che serve oggi dire - o lasciarlo supporre - che dossetti ha rovinato la Chiesa? prima di tutto perché non è vero, anzi! don dossetti ha messo a servizio della Chiesa la sua esperienza politica, ha arricchito la Chiesa di un carisma monastico che è tra le cose più belle che abbiamo in Italia, ha formato generazioni di cristiani all'amore per la Chiesa e per il bene comune... secondo poi perché dirlo oggi, in questo momento e non quando egli era in vita? perché da fastidio oggi don Dossetti? che, tra l'altro, sarebbe oggi dalla parte di una lettura più equilibrata del Concilio, in piena linea con il Papa...
penso che dovremmo tutti lavorare per una stima reciproca nella Chiesa... mentre ci si diverte a cercare il disobbediente, ad accusare l'altro invece di accoglierlo, di comprenderlo e di vedere che Dio può usare diversi mezzi per parlare alle persone oggi...
se c'è qualcosa per cui reagire e indignarsi è per chi (come magister ed altri...) soffia sul vento della divisione nella Chiesa, sulla disistima sistematica di alcuni cristiani... questo oggi è davvero un'azione diabolica e perversa... tanto più pericolosa in quanto affascina diversi credenti e gli fa vivere una fede orgogliosa, da catholic pride... di pride c'è già quello gay che ci basta e ci avanza...
oltretutto... il Papa è chiaramente su un'altra lunghezza d'onda e cerca la comunione con tutti basandola sulla ricerca sincera della verità e sull'accoglienza fraterna
detto questo mi cheto---