27 novembre 2007

Messa tridentina: informazioni sulla Commissione Ecclesia Dei (per Scipione ed altri amici) e mie considerazioni personali


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Cari amici, ieri sera il nostro amico Scipione, a commento del post "L'attualità dell'enciclica di San Pio X che respinse le tesi moderniste (Zenit)", ha scritto della sua esperienza riguardo la Messa tridentina chiedendo i recapiti della Commissione Ecclesia Dei. Casualmente altri tre amici, alla mail del blog, mi hanno chiesto di pubblicare gli stessi indirizzi.
Ho pensato quindi di scrivere un post apposito.

Innanzitutto i recapiti della Pontificia Commissione Ecclesia Dei:

Pontificia Commissione Ecclesia Dei

Pontificia Commissio Ecclesia Dei

Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, Piazza del Sant'Uffizio, 11 - 00193 Roma

Tel. (06) 69.88.52.13 - 69.88.54.94

Fax (06) 69.88.34.12

Posta elettronica: eccdei@ecclsdei.va

Presidente: Sua Em. Rev.ma Cardinale Darìo Castrillòn Hoyos (Piazza della Città Leonina, 1, 00193 Roma - tel. 68.30.70.88)

Segretario: Rev.mo Mons. Camille Perl (Via di Porta Angelica, 63 - 00193 Roma - tel. 687.48.30)

Per rispondere a Scipione, vorrei precisare che non sono un'esperta in materia, ma posso dire che la Commissione Ecclesia Dei, istituita da Giovanni Paolo II, ha, sulla base del motu proprio Summorum Pontificum, la funzione di vigilare sull'osservanza e l'applicazione del motu proprio stesso (art. 11 e 12 Summorum Pontificum).
Ad essa quindi i fedeli si possono rivolgere quando, secondo la loro esperienza, la diocesi non applica correttamente (o non applica per niente) la disposizione papale.
Leggiamo l'Art. 5. § 1. del motu proprio per avere conferma di questa possibilita':

Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l'unita' di tutta la Chiesa.

Quindi i fedeli devono, in prima istanza, chiedere al parroco. Non e' previsto un numero minimo di richiedenti.

Leggiamo ora l'art. 7 del motu proprio:

Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all'art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo e' vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non puo' provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia ''Ecclesia Dei''.

Il fedele laico, quindi, si deve rivolgere, in seconda istanza, al vescovo diocesano (non ha senso ricorre alla Ecclesia Dei contro il parroco, scavalcando il proprio vescovo!), il quale è vivamente (!) pregato di esaudire il desiderio.
L'articolo aggiunge che se il vescono non puo' (io integrerei il testo e scriverei non puo' o non vuole eheeheheh) provvedere, il fedele laico si puo' rivolgere alla Ecclesia Dei.

A causa dell'elevatissimo numero di lettere, fax, mail e telefonate dei fedeli laici che lamentano la mancata applicazione del motu proprio nella propria diocesi, per l'ostruzionismo, vero o presunto (questo non possiamo saperlo!), di sacerdoti e vescovi, la Commissione Ecclesia Dei ha deciso, ovviamente in accordo con il Santo Padre, di emanare (speriamo presto) una circolare che spieghi per filo e per segno come, dove e quando si deve applicare il documento papale.
Personalmente penso che il testo della circolare stabilira':

1) se deve esserci un numero minimo di fedeli che richiedono la celebrazione della Santa Messa secondo il rito tridentino;

2) che cosa si intende per "gruppo stabile";

3) se detto "gruppo stabile" debba preesistere al motu proprio o se esso si puo' costituire teoricamente in ogni momento;

4) se le norme del motu proprio si debbano applicare anche nella diocesi ambrosiana (Milano, Varese, parte dei territori di Bergamo e Como) in cui vige un rito diverso da quello romano (appunto ambrosiano);

5) se il vescovo diocesano possa opporsi, nonostante la sussistenza di tutti i requisiti imposti dal motu proprio, all'applicazione del documento papale;

Questi sono i punti che, a mio avviso, andrebbero chiariti, ma sicuramente ce ne saranno altri.
Secondo me il motu proprio Summorum Pontificum e' di una chiarezza estrema e non avrebbe bisogno di interpretazioni autentiche ma, ahime', come accade per le norme statali, anche quelle canoniche possono essere aggirate snaturandone di fatto la portata.
Ugualmente chiarissima e' la lettera di accompagnamento al motu proprio, scritta di suo pugno dal Papa, che manifesta una carita' ed una lungimiranza estreme. Purtroppo pare che in molti non l'abbiamo letta o, comunque, non ne tengano conto.
Vorrei ora raccontarvi la mia esperienza. Ho riflettuto molto prima di scrivere, ma e' giusto che anche io porti il mio contributo.
Come sapete, faccio parte della Diocesi di Milano.
Ad agosto ho chiesto a molte parrocchie di Milano, Varese e Legnano, se era prevista l'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum. All'inizio le risposte erano evasive, poi sono diventate piuttosto scortesi, se non maleducate. Non ne capisco tuttora la ragione, ma mi adeguo.
E' da specificare che io non ho chiesto alcuna Messa, ma solo cercato informazioni, eppure non sono stata accolta con cortesia e carita'. Io non volevo domandare nulla, ma forse altri si'...
Di seguito si e' saputo che la Diocesi aveva emesso un comunicato chiarissimo e definitivo: il motu proprio non si applica nel territorio della Diocesi di Milano perche' qui si utilizza il rito ambrosiano.
Sono rimasta decisamente di stucco perche' pensavo di essere cattolica e, quindi, "romana".
Come sapete, nel territorio ambrosiano esistono anche parrocchie o istituti di rito romano, ma non e' possibile chiedere la Messa tridentina perche', a detta della Diocesi, non risultano gruppi stabili. Ed e' qui che occorre una chiarificazione. Che cos'e' un gruppo stabile e quando puo' costituirsi?
Sinceramente penso che la Messa tridentina e quella di Paolo VI possano convivere tranquillamente. Penso, anzi, che sia un atto democratico, se mi passate questo termine, permettere a tutti di vivere in comunione gli uni con gli altri, senza insultarsi vicendevolmente.
Non ho alcun pregiudizio ne' sulla Messa di San Pio V ne' su quella conciliare. Trovo che esse possano "contaminarsi" a vicenda per il bene della Chiesa e dei fedeli, tuttora divisi.
Cio' che, pero', mi da' fastidio e' l'atteggiamento di chi offende o deride i fedeli desiderosi di accostanti alla Santa Messa secondo l'antico rito. Perche'?
Rigattieri? Pizzi e merletti? Restauratori? Fissati?
Perche'?
Cosi' come non mi piace chi condanna il Concilio in quanto tale (leggiamone i testi autentici, senza mediazioni intellettuali di parte, e potremo accorgerci di quanto siano belli, attuali e ancora non del tutto applicati) cosi' contesto chi deride o condanna chi vuole accostarsi alla Messa tridentina.
Non sarebbe salutare trovare una mediazione? Una convivenza? Confidavo in una ricezione serena, che purtroppo non c'e' stata.
Ed e' un dato di fatto altrimenti il documento chiarificatore non sarebbe necessario.
Speriamo questa circolare possa riportare la "pace", ma a mio avviso non si sarebbe dovuti arrivare a questo punto.
Raffaella

4 commenti:

Anonimo ha detto...

attenzione, che c'è un errore rilevante nelle informazioni: il segretario della Commissione non è mons. Ranjith, che è segretario invece della Congregazione per il culto divino. Trattasi invece di mons. Camille Perl.

Raffaella ha detto...

Grazie della precisazione. Non avevo controllato il nome del segretario ma solo quello del Presidente. Chiedo scusa e provvedo alla correzione.
Grazie ancora.
Raffaella

scipione ha detto...

Raffaella, il tuo intervento è pressoché perfetto, sia quanto a sostanza di pensiero che a informazioni pratiche fornite. Voglio sottolinearne soprattutto un aspetto, quello che mette in luce l’inquietante atteggiamento concretamente “antidemocratico” nei confronti dei fedeli che richiedono l’antico rito, adottato proprio da coloro i quali, in nome di un ideologizzato concetto di democrazia, sarebbero poi disposti anche a mettere a soqquadro la Chiesa.
La stragrande maggioranza di fedeli, e tra questi io stesso, interessati a sfruttare l’importante facoltà che il Sommo Pontefice ci dona, ossia di accostarsi al rito tridentino, lo fa appunto nel sincero spirito di unità e continuità che sta alla base della scelta papale. Siamo dunque mossi dall’autentica volontà di “sanare” le più o meno esplicite rotture ideologiche - e inaccettabili - che certe stravolgenti interpretazioni dei documenti del Concilio vaticano II hanno cercato maliziosamente di fomentare e imporre. Fin dall’inizio del suo pontificato, Benedetto XVI ha dichiarato la necessità di abbandonare le elucubrazioni basate sul presunto spirito del Concilio vaticano II e tornare alla sua applicazione letterale, di riscoprirne gli autentici valori, primo fra tutti quello della continuità con i venti concili che l’hanno preceduto, nonché con tutta la bimillenaria storia della Chiesa.
E quale migliore manifestazione pratica di tale volontà se non quella di ridare piena dignità al Rito Eucaristico (vero cuore della Fede cattolica) nella forma che tale rito ha mantenuto praticamente per l’intera storia della Chiesa?
Che senso e che opportunità avrebbe allora (e parlo proprio ai così detti modernisti) parlare tanto (come fanno soprattutto loro) e tanto praticare un ecumenismo “esterno”, di apertura verso altri culti e religioni, quando si dovessero operare ostracismi interni rivolti a negare dignità e cittadinanza a ciò che solo formalmente ma non sostanzialmente si differenzia da quanto tutti sosteniamo e dobbiamo sostenere?
Eppure anche questo, incredibilmente, avviene. La cosa inaccettabile sta proprio nella virulenza ipocrita e ideologizzata di quanti si oppongono al vecchio rito. Da veri intolleranti, mascherati da tolleranti (quanto servirebbe proprio ai Pastori ambrosiani rileggere le lettere di S.Ambrogio rivolte al prefetto pagano Simmaco, lettere nelle quali quel grande Vescovo smascherava i subdoli intenti intolleranti che spesso si celano dietro le azioni di quanti in apparenza si fanno paladini proprio della tolleranza e in suo nome vorrebbero tappare la bocca a quanti non giudicano tali…) dicevo da veri intolleranti “mascherati”, quanti si oppongono al rito antico fingono di non accorgersi che la sua introduzione non significherebbe affatto l’abolizione (cosa assurda) di quello riformato. Fingono di non aver letto quanto afferma il Papa stesso, ossia che i due riti (e oltretutto il primo in qualità di rito in forma straordinaria e il secondo, ordinaria), dovrebbero coabitare e in tal modo al fine di arricchirsi, affinarsi e purificarsi reciprocamente.
E’ invece proprio l’opposizione dei “modernisti” fanatici, ad avere come reale effetto quello di far morire, sparire dall’orizzonte fisico e morale e dalla cultura dei Cattolici, l’antico rito e tutto il suo inestimabile bagaglio di ricchezze spirituali. Gridano e strepitano dichiarandosi minacciati da quanti richiedono quel rito, si fingono attaccati per poter a buon diritto, secondo loro, attaccare. Sfoderano la loro autorità – nel caso non del tutto legittima – richiedendone il rispetto e utilizzandola per indurre a non rispettare l’autorità altrui… superiore e quella sì, pienamente legittima. Si indignano che alcuni chiedano loro - legittimamente - un piccolo spazio per poter coabitare, strepitano come se si volesse cancellarli dalla faccia della terra, quando sono proprio loro che stanno lavorando a questo fine nei confronti di quanti ritengono avversari.
La nostra richiesta non toglie nulla a loro, anzi, mentre il loro rifiuto toglie tutto a noi. Quei “signori” tanto attenti al sociale e poco interessati allo spirituale, prima di indignarsi davanti all’egoismo del mondo opulento che si sente minacciato dai poveri che chiedono solo di partecipare per una minima parte al banchetto scandaloso che imbandisce giornalmente, e di fatti non glielo concedono, riflettano sul fatto che quell’ottuso egoismo nasce dalla stessa radice “morale” del loro.
Scusate la prolissità. Un saluto a tutti.
Scipione.

Anonimo ha detto...

Grasie Scipione! Condivido in toto e ringrazio per l'acutezza del pensiero. Purtroppo gli oppositori del Motu Proprio sono talmente accecati che hanno perso sia il senso della ragione, sia l'equilibrio e sia - cosa più grave - la carità.