6 maggio 2008

Latino, ovvero le sette vite di una lingua che non è mai morta (Osservatore Romano)


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Latino, ovvero le sette vite di una lingua che non è mai morta

di Roberto de Mattei

In Italia, secondo un'inchiesta realizzata dall'associazione Treellle, (Latino perché, latino per chi?), il peso attribuito al latino nell'istruzione è di gran lunga più elevato rispetto a tutti gli altri Paesi occidentali. Eppure, l'insegnamento del latino, eliminato dalla scuola media unificata, è di fatto ridotto a quello di una materia specialistica e non rappresenta più la base della nostra formazione culturale. La questione del ruolo del latino nella società attuale meriterebbe di essere ripensata, come, nel maggio scorso, propose il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, in un convegno internazionale, organizzato assieme al Consiglio nazionale delle ricerche proprio sul tema "Futuro latino". In quel convegno, Wang Huansheng dell'Accademia cinese delle scienze sociali spiegò, ad esempio, come oggi, in Cina la corsa allo sviluppo e all'industrializzazione si accompagna con un interesse crescente per questa lingua millenaria, studiata per approfondire le discipline scientifiche e giuridiche. Monsignor Walter Brandmüller ricordò da parte sua che, in epoca di globalizzazione, la conservazione dell'immenso patrimonio culturale europeo e la sua trasmissione è impensabile senza lo studio della lingua e della cultura latina e greca, che l'hanno creato. La lingua non è infatti un mero strumento di comunicazione, ma l'espressione del patrimonio di conoscenze, modi di pensare, espressioni, che costituisce l'identità culturale di una civiltà.
Qualcuno pensa che, nell'epoca della globalizzazione, la lingua inglese abbia acquisito buona parte delle funzioni che una volta aveva il latino. In realtà nel medioevo il latino era la lingua del sapere che veicolava un capitale culturale condiviso da tutta la società. Oggi invece l'inglese è un codice linguistico, padroneggiato in maniera spesso superficiale e limitato a scambi ben determinati e ad attività specifiche, per lo più di lavoro. L'inglese, inoltre, proprio in quanto lingua nazionale di un certo numero di Stati è da considerarsi una lingua ausiliaria internazionale piuttosto che lingua realmente sovranazionale.

Del resto, come spiega bene Samuel Phillips Huntington (La nuova America. Le sfide della società multiculturale, Milano, Garzanti, 2005, pagine 551, euro 19,50), l'inglese arretra proprio negli Stati Uniti, in seguito alla progressiva ispanizzazione della società americana. Il caso di Miami, la città più ispanica dei cinquanta Stati d'America non è isolato. Considerata da molti come "la capitale dell'America Latina", "Miami anticipa forse il futuro di Los Angeles e di tutto il Sud-Ovest?", si chiede allarmato l'autore dello Scontro delle civiltà. Di fatto nel Duemila, 47 milioni di persone (il 18% degli americani dai cinque anni in su) parlavano una lingua diversa dall'inglese in famiglia; 28 milioni di essi parlavano lo spagnolo. Oggi la percentuale è sensibilmente aumentata.
Il fatto che il latino non sia più una lingua correntemente parlata non significa che sia una lingua morta. Una lingua non più parlata, ricorda Claude Hagège, nel suo Morte e rinascita delle lingue, (Milano, Feltrinelli, 2002, 280 pagine, euro 28) non è necessariamente morta e addirittura può risorgere, come è accaduto in maniera sorprendente nel ventesimo secolo con l'ebraico. Lingua morta non è neanche l'arabo classico che si usa comunemente ancor oggi nella letteratura e in tutte le circostanze formali, ma che non è lingua materna di nessuno: gli abitanti dei Paesi arabi, nella vita quotidiana, parlano e trasmettono ai propri figli, soltanto il dialetto della regione in cui vivono. Morte sono le lingue che, oltre a non essere più parlate da alcun locatore, non hanno lasciato tracce nella cultura di un popolo
Bisognerebbe rileggere l'introduzione di Luigi Einaudi al libro, oggi introvabile, di monsignor Pietro Barbieri, L'ora presente alla luce del Vangelo (1945) in cui, parlando del latino, l'allora governatore della Banca d'Italia osservava giustamente: "No. Quella lingua, nella quale parlavano i pretori, i giudici e i centurioni del tempo di Cristo non è morta (...). La comunità dei credenti non è composta dei soli uomini viventi oggi. Essa vive nelle generazioni che si sono succedute da Cristo in poi. Ognuna di quelle generazioni ha trasmesso quella parola alle generazioni successive; ed ogni generazione ha sentito quella parola e vi ha creduto perché essa era stata sentita e in essa avevano creduto i suoi avi".
Einaudi si sarebbe rallegrato ascoltando le parole di Benedetto XVI, che nell'esortazione agli studenti della facoltà di Lettere classiche e cristiane della Pontificia Università Salesiana di Roma, il 22 febbraio 2006, ha affermato: "Giustamente i nostri predecessori avevano insistito sullo studio della grande lingua latina in modo che si potesse imparare meglio la dottrina salvifica che si trova nelle discipline ecclesiastiche e umanistiche. Allo stesso modo vi invitiamo a coltivare questa attività in modo che il maggior numero di persone possibile possa avere accesso a questo tesoro e apprezzare la sua importanza".
La prima ragione dell'uso del latino da parte della Chiesa nasce da quella che è la sua proprietà irrinunciabile: l'universalità. La predicazione cattolica è avvenuta in molte lingue. La stessa celebrazione della liturgia conosce una molteplicità di riti in diversi idiomi. Ma tra tutte le lingue, quella latina si è presto imposta, non solo per il carattere di universalità che le derivava dall'essere la lingua dell'impero di Roma, ma anche grazie alla sua capacità di racchiudere in forma concisa ed efficace concetti di grande densità teologica, giuridica e culturale. La Chiesa non è divenuta nazionale in nessun Paese, in nessun momento, e ha trovato nel latino la forma di espressione a lei più connaturale, come ha osservato Romano Amerio. Una connaturalità non metafisica, come se il cattolicesimo non potesse esistere senza il latino, ma una connaturalità storica, dovuta a un rapporto intimo e particolare tra la lingua latina e la religione cattolica (Iota unum, Milano, Ricciardi, 1989, euro 30,99).
I linguisti Emanuele Banfi e Nicola Grandi osservano che la forza del latino stava nell'essere un sistema riprodotto in modo identico (almeno virtualmente) da una generazione all'altra, al fine di trasmettere un messaggio immutabile: la forza del latino era in una parola nella sua grammatica (Lingue d'Europa, Roma, Carocci, 2002, 264 pagine, euro 21,80). Era una lingua che traduceva in vocaboli e regole grammaticali tutta una cultura: una "lingua del sapere" che presupponeva un complesso di principi religiosi, etici e giuridici che orientavano la vita tanto individuale che sociale.
Il latino potrebbe costituire ancora la base per quella "grammatica della legge morale universale" di cui parlò Giovanni Paolo II nel suo discorso alle Nazioni Unite del 5 ottobre 1995.
Rivolgendosi alla stessa assemblea, Benedetto XVI si è ancora una volta richiamato alla necessaria universalità di diritti e di valori, basati sulla comune natura umana. La lingua latina può offrire oggi un prezioso aiuto per recuperare quei valori universali, umani e civili che sono radicati nel patrimonio culturale europeo. Le strutture linguistiche permanenti rinviano infatti a strutture del pensiero che non mutano; le parole sono segno e simbolo del pensiero, ma prima dell'atto di pensare, ovvero del processo mentale con cui si scopre la realtà, c'è la realtà stessa, ci sono i valori universali che precedono il pensiero e il linguaggio. Caratteristica della latinità è proprio la capacità di offrire strumenti linguistici e concettuali particolarmente idonei a cogliere la natura universale delle cose. Sotto questo aspetto si possono sottoscrivere le osservazioni di Edmund Husserl, secondo cui la "lingua europea" non è questa o quella lingua determinata, ma un quadro di valori immutabili che esprime ciò che è conforme alla natura razionale dell'uomo: regole essenziali valide in ogni epoca e in ogni luogo su cui si può costruire il futuro (Crisi e rinascita della cultura europea Venezia, Marsilio, 1999, 96 pagine, euro 9,30). La lingua europea è insomma una grammatica unica di valori e di diritti che in Europa sono nati e si sono sviluppati attraverso forme linguistiche diverse. Ma il latino costituisce la piattaforma irrinunciabile di questa lingua universale che l'Europa può ancora irradiare, senza complessi eurocentrici, nel mondo. La scuola italiana è chiamata, in questa prospettiva, ad un importante compito, che il nuovo governo non potrà ignorare.

(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2008)

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