17 ottobre 2007

"Caso Englaro", Osservatore Romano: "la sentenza della Cassazione orienta il legislatore verso l'eutanasia"


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CASO ENGLARO: L'OSSERVATORE, SENTENZA CASSAZIONE ORIENTATA A RELATIVISMO

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 17 ott - ''Dalla Cassazione una sentenza orientata al relativismo''. Questo il commento de L'Osservatore romano dopo che ieri la Suprema corte ha deciso di consentire un nuovo processo innanzi alla Corte d'Appello di Milano sul distacco del sondino nasogastrico ad Eluana Englaro, una ragazza in stato vegetativo dal 1992 a seguito di un incidente stradale. Le motivazioni della sentenza della Cassazione sono essenzialmente due, ricorda oggi il giornale vaticano, il diritto all'autodeterminazione terapeutica del pazienteche non deve incontrare alcun ''limite'' anche nel caso in cui ne consegua ''il sacrificio del bene della vita'', poiche' lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori. Mentre la seconda motivazione prende spunto dallo stato di irreversibilita' della sua condizione, ''secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti''. Premesse che, secondo L'Osservatore romano ''appaiono evidentemente confutabili. Nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l'irreversibilita' della condizione di stato vegetativo, se non in base ad una scelta puramente soggettiva'' si fa notare. Mentre sulla volonta' di Eluana, poi, ''l'arbitrarieta' appare palese. La dichiarazione di un momento non puo' evidentemente essere presa a parametro per presumere la volonta' di una persona - scrive il quotidiano della Santa Sede - riguardo a scelte come quelle che riguardano la contrarieta' o meno ad un trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione''. Ricordato poi che la ''vita va difesa sempre'', L'Osservatore romano riconferma che questo vale ''in ogni suo momento poiche' sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoria''. ''Nel caso specifico della sentenza della Cassazione, dunque, e' inaccettabile il relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita. Accettare, pure nel vuoto legislativo, una tale posizione, significa orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia. Di piu': introdurre il concetto di pluralismo dei valori - e' la conclusione - significa aprire una zona vuota dai confini non piu' tracciabili. Significherebbe attribuire appunto ad ognuno una potesta' indeterminata sulla propria esistenza dalle conseguenze facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di vista etico''.



Acceso il dibattito sul caso Englaro. L'Osservatore Romano: "la sentenza della Cassazione orienta il legislatore verso l'eutanasia"

E’ acceso il dibattito in Italia sul caso di Eluana Englàro, la ragazza in stato vegetativo dal 1992 a seguito di un incidente stradale. La Cassazione ha stabilito ieri che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l’interruzione, ma a patto che sia provata come irreversibile la condizione di stato vegetativo e che sia accertato che il convincimento etico della giovane avrebbe portato a tale decisione. Per l’Osservatore Romano la sentenza della Cassazione e' frutto di un inaccettabile "relativismo dei valori " e orienta “fatalmente il legislatore verso l'eutanasia". Ieri il segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Giuseppe Betori, aveva ribadito la difesa della vita fino alla sua naturale conclusione. Per Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la scelta della suprema Corte suscita diverse “gravi perplessità”. Adriana Masotti gli ha chiesto di spiegare il perchè.

R. - La perplessità maggiore è data dal fatto che sembra che la Corte stabilisca che qualora una persona non fosse più in grado di prendere relazioni, di avere rapporti coscienti, possa essere in qualche modo abbandonato dal punto di vista assistenziale. Perché il caso Englaro è il caso di una persona in stato vegetativo persistente, che in questo momento ha come unico sostegno semplicemente l’alimentazione e l’idratazione. Io trovo assolutamente paradossale ritenere che si possa rinunciare a questa forma di assistenza o che si possa teorizzare che la società può smettere di assistere persone che magari non sono più in grado di intendere e di volere. Poi, il riferimento alla possibilità che la scienza stabilisca che mai la povera Englaro potrà riprendere coscienza, è un’altra affermazione che significa non conoscere la scienza. E’ evidente che la scienza non potrà mai stabilire in assoluto la possibilità di ripresa della coscienza di Englaro. Ancora più grave è l’idea che si fa riferimento ad una volontà pregressa per cui la Englaro non avrebbe voluto stare in questa situazione. Ora, il punto fondamentale non è che qualcuno voglia stare nello stato vegetativo permanente; la questione di fondo è quando, per un caso qualsiasi e per diversi motivi, uno è in uno stato vegetativo persistente noi - oltre a cercare di fare di tutto perché riprenda coscienza - non dobbiamo anche almeno garantirgli quel minimo di assistenza che è l’alimentazione e l’idratazione?

D. - Chi chiede insistentemente che Eluana non venga più alimentata lo fa in nome dell’autodeterminazione della persona. In questo caso, non c’è la certezza che Eluana avrebbe rifiutato l’alimentazione. Ma se avesse lasciato scritto questa sua volontà, le cose sarebbero state diverse? In sostanza, esiste un diritto a morire?

R. - Il termine “diritto a morire” è un termine improprio, perché il diritto riguarda solo la sfera di beni che siano utilizzabili, e la morte non è un bene ma è un fatto. In secondo luogo, l’idea dell’autodeterminazione non è messa in discussione. La questione in questo caso è diversa: se il rinunciare a dei trattamenti sproporzionati è assolutamente legittimo, risulta - secondo me - non accettabile invece l’idea che uno chieda di essere lasciato a morire di fame e di sete. Qui si tratta di rinunciare ad avere quell’alimentazione e quell’idratazione che sono il conforto minimo per una persona

D. - La difficoltà ad emettere un giudizio sul caso Englaro può essere vista comunque come un incoraggiamento ed una richiesta a che il parlamento legiferi su questi casi? Il testamento biologico, allora, potrebbe essere la soluzione?

R. - Io ritengo che il testamento biologico non sia assolutamente uno strumento utile, perché burocratizza una questione molto delicata, che è il rapporto medico-paziente nelle diverse fasi della vita. Io credo che su molte questioni si tratti di ritornare ad una formazione etica che tenga in conto quali sono i beni in gioco e distingua le varie situazioni, perché uno stato vegetativo persistente non è una persona in coma, non si tratta di un accanimento terapeutico. Ci sono situazioni molto differenti, che un pezzo di carta non può risolvere. Continuo a dire: che cosa ci ha fatto di male la Englaro per farla morire di fame e di sete? Paradossalmente, poi, emerge l’altra frase: “Ma allora a questo punto meglio ucciderla con un'iniezione letale!”. E qui si vede chiaramente che si vuole farla finita con questa vita. Una democrazia seria non fa mai delle discriminazioni sulle persone in base alle loro condizioni mentali e conoscitive. E' in grado di non infierire, quindi di non fare accanimento terapeutico, ma anche di non abbandonare nessuno.

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