11 marzo 2008

Galileo, una disputa tutta teologica, usato per giustificare l'oscurantismo verso il Papa (Cardini)


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Galileo, una disputa tutta teologica

Lo storico Franco Cardini smonta gli equivoci: la comunità scientifica del tempo avversò l'eliocentrismo Le sue tesi atomistiche, se applicate al dogma dell'Eucaristia, rischiavano di farlo precipitare nell'eresia

Franco Cardini

L'anno prossimo in Vaticano verrà collocata una statua di Galileo Galilei. Ed è stato proprio Galileo la miccia che ha innescato la polemica circa la visita di Benedetto XVI all'università romana «La Sapienza». Come si sa il Papa ha poi dovuto declinare l'invito. Lo storico Franco Cardini nell'analisi che segue ritorna sulla polemica universitaria per stigmatizzare gli equivoci attorno al «caso Galileo».

È molto difficile, per non dir impossibile, prender sul serio lo «scandalo» impiantato recentemente da alcune anime belle, sacerdotalmente fedeli agli ottocenteschi, venerabili altari della Scienza e del Progresso, a proposito della profanazione che si sarebbe compiuta.

Il Tempio della Ragione e della Modernità – l'Università di Roma 1 «La Sapienza» – avrebbe potuto essere violato da una presenza profanatrice: nientemeno che quella del capo degli oscurantisti cattolici.

Come si sa, infatti, sono state decine gli studiosi, gli scienziati e gli intellettuali che hanno montato una gazzarra per impedire a Benedetto XVI di visitare il più illustre Ateneo della sua città.

Adesso non vale certo la pena di chiedersi incontro a quali brucianti accuse d'intolleranza sarebbe andato incontro chi avesse trovato da eccepire su un'eventuale presenza all'interno della cittadella romana degli studi d'un eventuale imam o rabbino. Ci interessa notare che nel caso del Papa ha funzionato ancora una volta un vecchio meccanismo che ben conosciamo secondo il quale quello contro la Chiesa cattolica è rimasto, in tempi di universale tolleranza e di generale political correctness , l'unico pregiudizio legittimo e accettabile.

Qualunque credo è degno di rispetto: salvo quello della confessione cattolica, che urta con i sacrosanti principi della laicità del nostro mondo civile.

Se poi qualcuno volesse approfondire, saperne di più, avanzar la richiesta d'una ragione concreta per tale ostracismo, la risposta è immediata e paradigmatica. Il «caso-Galileo», del quale la Chiesa cattolica non ha mai fatto sincera e onorevole ammenda: per cui l'ingresso di Benedetto XVI in Sapienza sarebbe equivalso a un pervicace e inopinato ritorno all'aristotelismo e al geocentrismo. Le reiterate, coerenti e decise dichiarazioni di fiducia nella scienza moderna da parte di Giovanni XXIII, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II, che l'attuale pontefice ha autorevolmente avallato, non significano niente. Proprio a Roma, esiste una Facoltà di Medicina dell'Università cattolica ch'è un centro di ricerca scientifica tra i più stimati d'Europa: basterebbe ciò a far comprendere a chiunque quali siano gli effettivi rapporti tra la Chiesa e le scoperte scientifiche moderne, al di là del peraltro legittimo dialogo tra scienza e fede, ciascuna delle due autonoma nella sua sfera. E, proprio come diceva Galileo, tale dialogo è appunto garantito per i cristiani dal Creatore stesso, che ha fondato la Verità tanto nella Scrittura quanto nella Natura, e la Verità è una sola, e non può smentire se stessa per quanto gli uomini abbiano difficoltà a penetrarne l'autentico senso.
Eppure, l'equivoco permane: perché non c'è sordo peggiore di chi si rifiuta di sentire. Nel 1633, al tempo del celebre processo che condusse alla forzata abiura delle sue tesi scientifiche, l'allora sessantanovenne scienziato fiorentino vedeva il suo lavoro avversato non solo dalle autorità del Sant'Uffizio, ma da quelle di tutto il mondo scientifico del suo tempo. I professori luterani dell'Università di Tubinga, fieri antipapisti, brindarono lieti alla notizia della sua abdicazione. La comunità scientifica del tempo, pur attraversata da fieri contrasti politici e religiosi, rimase nel suo complesso graniticamente ferma sulle sue posizioni geocentriche aristoteliche e tolemaiche, secondo le quali la terra era ferma al centro dell'universo e il sole le girava attorno. L'eliocentrismo copernicano, che gli studi e le scoperte di Galileo confermavano, sarebbe stato confermato – e al tempo stesso superato, perché molti erano gli errori sui quali a sua volta poggiava – solo molto più tardi, dopo le ricerche di Keplero e di Newton.
Bisogna comunque dire che l'intera pagina del «processo a Galileo», con buona pace di Bertolt Brecht che l'ha semplificata sul comodo schema del duello tra libertà e repressione e tra scienza e superstizione, presenta ancora molti lati problematici: al punto che Pietro Redondi, in uno studio edito nel 1683, ha potuto sostenere che lo scritto galileiano che aveva condotto all'incriminazione dello scienziato, Il Saggiatore del 1623 (che era comunque provvisto d'imprimatur, sia pur ottenuto in non chiare circostanze), non fu condannato per il suo eliocentrismo, bensì per le sue implicazioni atomistiche le quali, entrando nel delicato campo della struttura intima della materia, rischiavano di determinare un approccio ereticale al dogma della transubstanziazione e contestare pertanto la dottrina del miracolo eucaristico.
È anche emerso da attenti studi che a determinare la condanna di cui Galileo fu oggetto concorse molto non tanto la sostanza delle sue affermazioni, quanto il modo per certi versi ambiguo, per altri presuntuoso con cui egli le difese. Sta di fatto che sia l'eliocentrismo sia l'atomismo, pur non venendo accettati dalla Chiesa del tempo né in genere dalla scienza ancora aristotelica, erano sostenuti anche da altri scienziati che facevano peraltro professione di fede cattolica – un esempio per tutti: Pierre Gassendi, vissuto tra 1592 e 1655 – e che non venero mai disturbati.

Ma Galileo, cattolico disciplinato e devoto, ha avuto la «fortuna» di divenire, in età moderna, un'icona: quella del «Martire del Libero Pensiero», insieme con Giordano Bruno e Tommaso Campanella, i quali peraltro ebbero entrambi sorte più dura della sua. E al pari di un'icona è stato citato dagli studenti romani che hanno protestato per la visita del Papa e che forse dello scienziato fiorentino ignorano molte cose che dovrebbero sapere; e dai professori che hanno strumentalizzato e cavalcato quelle proteste, e che si spera che certe cose le sappiano (ma in tal caso è la loro onestà intellettuale a dover esser messa in questione).

Insomma, il solito escamotage. La Chiesa cattolica, non diversamente da altre istituzioni del suo tempo, ha a lungo difeso tesi che allora sembravano per universale e condivisa convinzione quelle più sicuramente scientifiche: e solo con lentezza e cautela ha accettato di cambiar opinione. Le istituzioni sono sempre lente ad accedere ai cambiamenti. È sconcertante che solo ad essa si addebiti come una colpa un modo di procedere in altri contesti giudicato del tutto normale.

In maniera analoga, ogni tanto qualcuno ricorda che «la Chiesa cattolica bruciava le streghe»: eppure quella calvinista ne ha bruciate obiettivamente molte di più, e del resto tra '500 e '600 la credenza nei poteri stregonici era avallata da fior di scienziati e di pensatori. Uno dei più feroci bruciatori di streghe è stato un grande giurista: nientemeno che Jean Bodin, giudice del regno di Francia e fondatore della teoria dello stato moderno. Eppure, né lo stato francese né la corporazione dei giuristi hanno mai chiesto scusa a nessuno per quelli che oggi noi avvertiamo come crimini superstiziosi. Bodin resta l'immortale autore del trattato De la republique ; di Giovanni Calvino si continua a celebrare l'intemerata tempra morale; e la Chiesa romana viene additata come la principale persecutrice di povere donne mandate al rogo. È così che si attua un costante uso demagogico e calunnioso del passato: e la cattiva divulgazione storica – che spesso è più effetto che causa di ciò – fa parte di una ben oliata macchina denigratrice manovrata da dilettanti della ricerca e da agitatori politici, ma che finisce per venir legittimata grazie a ben più autorevoli responsabilità.

© Copyright Eco di Bergamo, 11 marzo 2008


Una statua nei giardini Vaticani

Dalla condanna agli onori. Per Galileo Galilei, il grande scienziato pisano, che nel 1633 fu costretto dal Sant'Uffizio ad abiurare le sue teorie eliocentriche perché contrarie alla dottrina cattolica, la Santa Sede erigerà, il prossimo anno, una statua nel bel mezzo dei giardini vaticani. Sarà il simbolo di quella riabilitazione ufficiale che Giovanni Paolo II gli conferì con uno storico discorso pronunciato davanti ai membri dell'Accademia pontifica delle scienze nel 1992. Un monumento in marmo e a grandezza naturale raffigurante lo scienziato, condannato dall'Inquisizione per le sue teorie eliocentriche, verrà posto nei pressi della Casina di Pio IV, sulla collina che sovrasta la cupola di San Pietro non lontano dall'appartamento nel quale tra il 1632 e il 1633 proprio Galileo fu ospitato per il celebre processo che lo condannò a ritrattare le sue tesi.
Voluta dai membri della pontificia Accademia delle Scienze per rendere omaggio a uno dei suoi componenti più prestigiosi – Galileo faceva parte, infatti, della «Accademia dei Lincei», antesignana dell'attuale organismo scientifico della Santa Sede – l'iniziativa, che ha per protagonista uno dei personaggi simbolo del difficile rapporto tra scienza e fede, per una volta difficilmente scatenerà polemiche. Di recente, la memoria della vicenda galileiana è stata la miccia che ha innescato «l'incidente» della Sapienza, una delle pagine più nere nei rapporti tra il Vaticano e la comunità scientifica nazionale. Il 17 gennaio scorso Benedetto XVI decideva di «soprassedere», come con ricercata scelta lessicale affermava il comunicato della sala stampa, all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università romana. «Responsabili» della mancata visita alcuni professori dell'ateneo che, affermando in una lettera al rettore Guarini che «la posizione del Papa su Galileo ci umilia e ci offende», chiedevano un ripensamento circa l'opportunità di invitare Benedetto XVI.

I docenti romani non avevano apprezzato (perché non capito) un discorso del 1990 in cui l'allora cardinale Ratzinger citava un passo di Feyeraband che sosteneva che «il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto».

In realtà, da Papa, Benedetto XVI non ha mancato di elogiare lo scienziato pisano. Lo chiamò il «grande Galileo» il 6 aprile 2006 in un discorso rivolto ai giovani in piazza San Pietro. Oggi il Vaticano con il progetto della statua mostra tutta la sua volontà di dialogo e di collaborazione con la comunità scientifica.

© Copyright Eco di Bergamo, 11 marzo 2008

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