9 agosto 2007

The Economist tenta di fare il furbo: riduciamo la Santa Sede a Ong (pronta risposta del "Ministro degli Esteri" vaticano)


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IL FATTO

Parla il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati: rafforzate le delegazioni all’Onu a sottolineare l’importanza degli organismi internazionali nella soluzione dei problemi

«La Santa Sede punta sul multilateralismo»

Mamberti: inaccettabile la pretesa di ridurci a un’Ong«La nuova nunziatura in Burkina Faso indica l’attenzione all’Africa, che rappresenta una delle nostre priorità. Positivo l’allacciamento di rapporti con gli Emirati Arabi Uniti E con il Vietnam passi significativi» «L’"Economist" ha chiesto di rinunciare allo status diplomatico? La personalità giuridica è indipendente dal criterio di sovranità territoriale. Siamo al servizio dell’uomo, forse per ciò ci attaccano»

Da Roma Gianni Cardinale

Gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi per la diplomazia vaticana. A fine maggio è stato annunciato l'allaccio dei rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti. A giugno è stata consolidata la presenza in Africa con la creazione di una nuova nunziatura. A luglio poi è stato reso pubblico un significativo rafforzamento delle rappresentanze diplomatiche presso le sedi Onu di Ginevra e Vienna e presso il Consiglio d'Europa a Strasburgo. Alla luce di questa intensa attività diplomatica della Santa Sede l'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha accettato di rispondere ad alcune delle domande postegli da Avvenire (ogni tentativo di introdurre temi attinenti ai rapporti con la Repubblica popolare cinese è stato garbatamente fermato sul nascere). Monsignor Mamberti tuttavia non ha mancato di far sentire la voce della Santa Sede riguardo ad un pungente articolo apparso di recente su un influente settimanale internazionale.

Eccellenza, come ogni anno a luglio la Segreteria di Stato annuncia gli spostamenti dei collaboratori di ruolo diplomatico delle varie Nunziature. Da una analisi sommaria di questi cambiamenti si evince un rafforzamento di alcune Rappresentanze Pontificie negli organismi multilaterali. Perché questa scelta?

Da sempre la Santa Sede promuove il riconoscimento della dignità della persona, la pace e la concordia fra le Nazioni - la guerra deve essere rifiutata e la priorità va data al negoziato e all'uso degli strumenti giuridici per la soluzione pacifica delle controversie - e il bene comune internazionale. Essa riconosce inoltre che gli Organismi internazionali, in primo luogo l'Onu, sono fondamentali per il raggiungimento di tali nobili scopi. Per questo la Santa Sede si è presto dedicata ad operare attivamente nella cosiddetta "diplomazia multilaterale", accanto all'ambito più tradizionale della "diplomazia bilaterale", che essa stessa, come ci ricorda la storia, ha contribuito ad inaugurare alla fine del XV secolo. A mano a mano che aumentavano le esigenze del lavoro a livello di Rappresentanze Pontificie presso gli Organismi internazionali, la Santa Sede, tenendo conto delle sue concrete possibilità, ha investito sempre di più in risorse e personale. In tale orientamento rientra il provvedimento citato, che interessa le Rappresentanze Pontificie presso le Organizzazioni internazionali a Ginevra e a Vienna e quella presso il Consiglio d'Europa a Strasburgo. Si deve scorgere pure l'intenzione di ribadire l'importanza dei medesimi Organismi internazionali, come luogo di dialogo e di soluzione dei problemi odierni; tra di essi, vorrei sottolineare come particolarmente importanti per noi, la difesa della vita e della famiglia, la libertà religiosa, lo sviluppo sostenibile e solidale.

Recentemente la Santa Sede ha deciso di creare una nuova Nunziatura in Burkina Faso. Si tratta del segnale di una particolare attenzione rivolta all'Africa?

Come è ben noto, l'attenzione all'Africa rappresenta una delle priorità dell'attività diplomatica della Santa Sede e ciò per diverse ragioni: per il numero dei cattolici ivi presenti, per la vitalità delle Chiese locali, che, oltre a consolidare le loro strutture e la loro vita interna, si sforzano di realizzare il mandato missionario di Cristo, aiutate dalla benemerita presenza degli Istituti missionari, per i problemi che il Continente si trova ad affrontare a livello sociale, economico e politico. L'apertura di una nuova Nunziatura - nel senso non dell'allacciamento dei rapporti diplomatici, ma del fatto che il Nunzio Apostolico si stabilirà in maniera permanente nel Paese, mentre prima risiedeva in un'altra capitale - costituisce certamente un rafforzamento dell'attenzione della Santa Sede verso una determinata Nazione, con la possibilità di intrattenere rapporti più stretti e più continui con la Chiesa locale ed il Governo e di condividere maggiormente le gioie, le speranze e le soffe renze di tutto il popolo. Vorrei ricordare, inoltre, che l'interesse dimostrato dai Governi nei confronti dell'apertura di una nostra sede diplomatica nei rispettivi Paesi costituisce anche un chiaro segno di riconoscimento della molteplice attività della Chiesa e del prestigio di cui godono le sue opere caritative, educative e sanitarie.

Anche da ex-nunzio in Sudan come valuta l'evolversi della situazione nel Darfur?

La Risoluzione 1769, approvata all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu il 1° agosto scorso e accettata dal Governo di Khartoum, rappresenta certamente un motivo di speranza. Lo stesso segretario generale del Palazzo di Vetro l'ha definita «un'operazione storica senza precedenti, un segnale chiaro e forte che mostra l'impegno a migliorare la vita della popolazione e a voltare questa tragica pagina della storia del Sudan». Essa prevede l'invio di una Forza di pace nella martoriata regione occidentale del Darfur. La novità è data anche dal fatto che si tratta di una forza "ibrida", cioè formata da personale militare e civile messo a disposizione dall'Onu e dall'Unione africana. Tuttavia, la maggioranza delle truppe sarà fornita dai Paesi africani. È un fatto di grande rilevanza, perché dimostra l'impegno degli africani ad assumersi la responsabilità delle crisi che travagliano il Continente e a contribuire direttamente alla loro soluzione.

Il 31 maggio la Santa Sede ha allacciato i rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti. Questo significa che nel mondo musulmano sono ormai dimenticati i fraintendimenti nati dopo il discorso del Papa a Ratisbona?

L'allacciamento dei rapporti diplomatici, oltre a favorire più stretti legami di collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, è inteso ad assicurare alla comunità cattolica locale maggiore serenità nello svolgimento della sua missione spirituale, educativa e sociale nel Paese. Penso che sia proprio questa testimonianza di carità della Chiesa a favore della società e di tutte le sue componenti ad aiutare a superare i fraintendimenti che possono nascere nei rapporti tra cristiani e musulmani. A questo riguardo, non vanno dimenticati i chiarimenti offerti dallo stesso Santo Padre, che hanno trovato una conferma in occasione del viaggio apostolico in Turchia.

Si prevede l'allacciamento dei rapporti diplomatici con altri Paesi musulmani?

Vorrei ricordare che durante il suo primo incontro con il corpo diplomatico, il 12 maggio 2005, papa Benedetto XVI indirizzò un saluto particolare alle autorità civili dei Paesi con i quali la Santa Sede non intrattiene ancora relazioni diplomatiche, formulando l'auspicio di vederli al più presto rappresentati presso la Sede Apostolica. Si spera che quanto avvenuto nel caso degli Emirati Arabi Uniti possa avere una ricaduta positiva anche su altri Paesi a maggioranza islamica e possano richiamare a tutti l'importanza del dialogo e della collaborazione tra cristiani e musulmani. Ricordo, tuttavia, che la gran parte dei Paesi a maggioranza islamica mantiene già relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Anche l'allacciamento dei rapporti diplomatici con il Vietnam sembrerebbe imminente. È davvero così?

È sempre difficile tentare di prevedere i tempi. Direi piuttosto che sembra arrivata al termine un'altra tappa del delicato cammino di ricomposizione dei rapporti bilaterali iniziatosi dopo l'unificazione del Paese nel 1975. Gli anni '90 videro una politica di apertura da parte del governo che ha permesso di costruire un clima di fiducia reciproca. Stiamo ancora definendo, tramite un apposito Gruppo di lavoro, le modalità e il contenuto dei passi da intraprendere per arrivare al traguardo dell'allacciamento dei rapporti diplomatici. Entrambe le parti sono d'accordo nel ritenere che non si frappongono ad esso ostacoli insormontabili e non pretendono nemmeno di risolvere tutti i problemi bilaterali prima di arrivarvi. Tuttavia, non possiamo ancora valutare quanto tempo ci vorrà per raggiungere lo scopo comune.

Eccellenza, lei ha scelto di fare i suoi primi viaggi da "ministro degli Affari Esteri" vaticano in Slovenia e in Macedonia. Perché questa scelta?

Quest'anno ricorrono quindici anni dal riconoscimento dell'indipendenza della Slovenia e dall'allacciamento delle relazioni diplomatiche e sono stato ben lieto di accogliere l'invito del ministro degli Affari Esteri per celebrare tale circostanza, come aveva fatto il mio predecessore monsignor Giovanni Lajolo, che si era recato in Croazia l'anno scorso. La visita nella Repubblica ex jugoslava di Macedonia, la prima nel Paese di un segretario per i Rapporti con gli Stati, va situata in un altro contesto. Con essa ho potuto non solo corrispondere in qualche modo alla visita che il nuovo governo si premurò a compiere in Vaticano dopo il suo insediamento, ma anche consacrare a Strumica la Cattedrale dell'Esarcato Apostolico per i fedeli cattolici di rito bizantino, dedicata al mistero dell'Assunzione di Maria, per sottolineare la comunione di quella piccola ma dinamica comunità cattolica con il Successore di Pietro.

Un'ultima domanda. Il settimanale inglese The Economist del 21 luglio ha dedicato un lungo servizio alla diplomazia della Santa Sede. L'articolo dopo una cospicua serie di elogi finisce però col chiedere alla Santa Sede di «rinunciare al suo speciale status diplomatico e di definirsi per quello che è, la più grande Ong del mondo». È un invito ricevibile?

Certamente non è un invito ricevibile! Esso nasce forse da una comprensione non esatta della posizione della Santa Sede nella comunità internazionale, che risale agli esordi della comunità internazionale stessa e si è venuta consolidando soprattutto dalla fine dell'Ottocento. Con la scomparsa dello Stato Pontificio è, infatti, diventato sempre più chiaro che la personalità giuridica internazionale della Santa Sede è indipendente dal criterio della sovranità territoriale. Tale situazione è accettata pacificamente dalla comunità internazionale sia a livello bilaterale (ricordo che sono quasi 180 gli Stati che mantengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede) sia a livello multilaterale, come testimonia in particolare la Risoluzione dell'Assemblea Generale dell'Onu 58314 del 2004, che ha accresciuto le prerogative e le possibilità di intervento della Santa Sede quale Osservatore Permanente presso l'Organizzazione. Dietro l'invito a ridursi a Ong, oltre all'incomprensione dello status giuridico della Santa Sede, vi è anche probabilmente una visione riduttiva della sua missione, che non è settoriale o legata ad interessi particolari, ma universale e comprensiva di tutte le dimensioni dell'uomo e dell'umanità. È per questo che l'azione della Santa Sede nell'ambito della comunità internazionale è spesso un "segno di contraddizione", perché essa non cessa di levare la sua voce in difesa della dignità di ogni persona e della sacralità di ogni vita umana, soprattutto quella più debole, a tutela della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, per rivendicare il fondamentale diritto alla libertà religiosa e per promuovere rapporti fra uomini e popoli fondati sulla giustizia e sulla solidarietà. Nello svolgere il proprio ruolo internazionale, la Santa Sede è sempre al servizio della salvezza integrale dell'uomo, secondo il comando ricevuto da Cristo. Non stupisce che qualcuno cerchi di sminuire l'eco della sua voce!

© Copyright Avvenire, 9 agosto 2007

Quella di Economist e' una proposta assurda perche' il Vaticano e' uno Stato: ha un popolo (i cittadini vaticani), un territorio (lo stato della Citta' del Vaticano) e una sovranita' (esercitata dal Papa, che e' monarca assoluto elettivo).
Raffaella

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