19 ottobre 2007

Mons. Ravasi: Benedetto XVI ponte di dialogo nel nome di Dio


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Benedetto XVI ponte di dialogo nel nome di Dio

Monsignor Ravasi: «Ecco la sfida del futuro»

Alceste Santini

Con monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, discutiamo della visita di Benedetto XVI a Napoli e della sua presenza di simbolico viatico per l’apertura dell’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio.

Gli chiediamo, per cominciare, quale nuova tappa debba proporsi il dialogo interculturale e interreligioso oggi.

«Si tratta di allargare gli orizzonti con un più incisivo passaggio dal dialogo all'interno della cristianità tra le varie confessioni sul piano ecumenico al dialogo con le varie espressioni religiose fra cui il mondo dell'Islam», dice Ravasi. «Perché anche nell'Islam non c’è solo il volto fondamentalista ma convivono sfumature molto diverse».

Sono questi gli aspetti nuovi a cui guarda Benedetto XVI dopo le iniziative dirompenti di Giovanni Paolo II?

«Giovanni Paolo II ha fatto molto sul piano del dialogo. Ma ora, secondo Benedetto XVI, bisogna guardare anche ai non credenti, al mondo dell’agnosticismo e dell'ateismo. Un campo ricco di tensioni e persino scontri. E una componente del mio dicastero ingloba anche il dialogo con i non credenti, che era stato voluto, dopo il Concilio, da Paolo VI con l'istituzione del Segretariato per non credenti».

Lo sforzo è tornare a volare alto partendo dalle novità di tutti i giorni?

«Tempo fa a Milano, una sera, in metropolitana io ero il solo bianco tra persone diverse. Perciò, per riflettere su questa novità di carattere sociale, economico e culturale ritengo necessario e urgente un dialogo vero. D'altra parte, se guardiamo ad alcune città degli Stati Uniti come New York o Chicago vediamo una molteplicità di etnie diverse, con le rispettive identità ma spesso isolate, che possono essere integrate superando le resistenze».

Come si superano queste resistenze che hanno tanti riflessi negativi nella nostra vita quotidiana?

«Rispondo con una parabola tibetana. Una persona nel deserto da lontano vede avanzare una figura. Teme che sia una belva per cui va avanti con paura. Andando avanti si rende conto che si tratta di una persona che può essere un bandito. Si terrorizza, poi, come dice la parabola, «alzai gli occhi, guadai e vidi che era mio fratello». Questo come si può applicare in una città come Napoli? «Io penso che a Napoli potrebbe avere un significato particolare per la sua storia, per i suoi stessi difetti e per la tipologia che fa parte di identità molto marcate. Una città costruita attraverso esperienze diversissime: pensiamo alle varie civiltà che vi sono passate, ma soprattutto alla sua apertura al Mediterraneo, e, quindi, ai vasti orizzonti del Sud che oggi sono in primo piano e non sempre ben compresi».

Occorre chiarire questi equivoci come quelli provocati dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona?

«Qui tocchiamo proprio i temi ratzingheriani se pensiamo che cosa vuol dire per Benedetto XVI il problema del rapporto tra fede e ragione, tra fede e scienza, tra etica e morale cristiana ed etica laica. Si tratta di temi che ruotano attorno ad un confronto alto tenendo conto che ci troviamo in un tempo di crisi della fede ma anche della ragione per cui entrambe sono in difficoltà. E questa crisi rimbalza nella politica, nella vita quotidiana dove continuano a mancare punti fermi di riferimento».

Qual è l’aspetto più complesso della ricerca?

«C'è prima di tutto una oscillazione della frontiera mobile tra credenti, agnostici e non credenti. Ci sono persone che credono di credere e ci sono persone che credono di non credere. C'è l'ateo che a volte sconfina nell'area della fede e viceversa. Penso a un personaggio come Cacciari che rappresenta chi non è credente ma è fortemente interessato alla fede. Ma mi riferisco pure ai tanti credenti che, però, hanno una fede fragile, formale, solo di facciata».

Come uscire da questa grave crisi culturale e politica?

«Tornando al metodo. Nel passato lo scontro tra credenza e non credenza, tra cattolici e laici, ha raggiunto a volte dei livelli di veemenza, produttivi quando tra atei e credenti autentici. Si pensi al grande scontro tra la visione cristiana e quella marxista, tra quella idealista e quella cristiana persino mistica. Lo stesso Nietzsche, e sappiamo quanto fosse anticristiano, nell'Anticristo non nascondeva il suo rispetto per la figura di Cristo definendolo l'unico cristiano della storia, purtroppo finito in croce. Ora mi pare che il grande dibattito filosofico, culturale e politico si sia di molto abbassato di livello. «Oggi, forse a causa della società dell'immagine e degli scontri urlati, l'ateo e l'indifferente sono avviati sulla facile china dello sberleffo e, quindi, tra credenti e non credenti prevale l'insulto, non il dialogo, non l'analisi. Io sono convinto che gli atei, i laici seri non vogliano essere rappresentati da libretti superficiali e i credenti non vogliano essere ritenuti dei cretini. Tutto questo ha reso difficile il dialogo mirante a ricercare punti di incontro per costruire insieme qualche cosa di utile per la nostra società. È dunque tempo di uscire da questo pericoloso giuoco dello scontro per cominciare a edificare la società del futuro».

© Copyright Il Mattino, 19 ottobre 2007

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