21 aprile 2008

In sei giorni Ratzinger ha conquistato l'America


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In sei giorni Ratzinger ha conquistato l'America

Il bilancio della trasferta. Consensi dalla Casa Bianca ai giovani: della visita resterà a lungo una traccia

Marco Bardazzi

NEW YORK

Fino a martedì scorso era una figura distante, un Papa raramente citato dai media e ancora poco conosciuto dagli americani. Sei giorni dopo, Benedetto XVI lascia gli Usa dopo un visita di successo che ne ha delineato il profilo di protagonista globale e un'immagine personale risultata una sorpresa per l'America.

E, dalla Casa Bianca ai giovani che lo hanno accolto con bagni di folla, a tutti i livelli la voce del Papa è destinata d'ora in poi a farsi sentire assai più di quanto è accaduto nei tre anni passati. Benedetto lascia anche un'eredità complessa per la Chiesa americana sul fronte della lotta alla piaga della pedofilia nell'ambiente ecclesiastico.

La scelta del Papa di farne un costante richiamo durante la visita, le sue continue espressioni di dolore e l'incontro senza precedenti con vittime di abusi sessuali, lasciano ora i vescovi degli Stati Uniti con il compito di decidere come procedere.

Accompagnato da una vasta copertura mediatica e da misure di sicurezza talvolta superiori a quelle usate per lo stesso presidente George W.Bush, Benedetto XVI a Washington e New York ha compiuto un itinerario a tappe caratterizzato dal tema "Cristo nostra speranza", scelto come filo conduttore della visita americana. Dal giardino della Casa Bianca all'incontro con gli educatori alla Catholic university, dalle messe negli stadi di baseball a quella a St.Patrick, fino all'abbraccio di 22mila giovani vicino al seminario di Yonkers, fuori New York: ovunque il Papa ha proposto agli americani una rilettura della loro storia valorizzando ciò che di positivo a suo avviso esiste nell'esperienza degli Stati Uniti, ma mettendo nello stesso tempo in guardia sui rischi come secolarismo, individualismo, materialismo, perdita dei valori.
Partendo dalla difesa della libertà contenuta nella Dichiarazione d'indipendenza, citata alla Casa Bianca, il Papa ha in qualche modo concluso l'itinerario della rilettura dei temi-chiave americani parlando ai giovani di Yonkers del concetto di libertà contemporaneo: «C'è chi oggi asserisce che il rispetto della libertà del singolo renda ingiusto cercare la verità, compresa la verità su che cosa sia bene. In alcuni ambienti il parlare di verità viene considerato fonte di discussioni o di divisioni e quindi da riservarsi piuttosto alla sfera privata. E al posto della verità, o meglio, della sua assenza, si è diffusa l'idea che, dando valore indiscriminatamente a tutto, si assicura la libertà e si libera la coscienza. È ciò che chiamiamo relativismo».
Il traguardo dell'itinerario proposto dal Papa è un altro. «Nel cercare la verità arriviamo a vivere in base alla fede perché, in definitiva, la verità è una persona: Gesù Cristo».
Un significato ed emozioni particolari hanno avuto la visita in una sinagoga di New York (dove vive la più grande comunità ebrea al mondo fuori da Israele) e la preghiera nel "pozzo" di Ground zero, uno dei luoghi-simbolo del XXI secolo. Dovunque è andato, il Papa non ha mancato di porre l'accento sulla difesa del valore e della dignita della vita umana: un tema emerso con particolare rilievo nel discorso all'Onu, uno dei momenti a cui la Santa Sede attribuiva maggiore importanza nella visita.
Molte sono le immagini-simbolo che resteranno nell'album dei ricordi della visita papale: gli auguri per l'81° compleanno sul prato della Casa Bianca, la sfilata sulla papamobile sulla Quinta avenue, gli inediti abbracci del Papa sorridente ai giovani di Yonkers, lo scambio di doni con un rabbino in sinagoga a New York.

Ma l'immagine con ogni probabilità più "forte" del viaggio è quello che il mondo non ha visto: il Papa nella cappella della Nunziatura di Washington, impegnato a pregare mano nella mano con le vittime degli abusi sessuali.

© Copyright Libertà, 21 aprile 2008 consultabile online anche qui.

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