23 luglio 2007

"Gesu' di Nazaret": la mediocrita' dei certi Cattolici che scrivono per Micromega


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L’imbarazzante mediocrità del cattolicesimo “critico” alla Micromega

di Pietro De Marco

Il recentissimo fascicolo di Micromega (2007/4), pieno di presenze cattoliche, provoca con davvero utili esempi a proseguire un’analisi del cattolicesimo “critico” e “democratico” italiano già avviata. Nel ricco menu si propongono due temi di attualità religiosa: la crisi della presenza cattolico-democratica, su cui dovremo tornare, e la valutazione del Gesù di Joseph Ratzinger.

Alle pagine polemiche dedicate alla “imbarazzante mediocrità” del Gesù di Nazaret, in linea con tutto quello che la rivista di D’Arcais riserva alle cose della Chiesa di Roma, contribuisce don Franco Barbero, “presbitero della Comunità cristiana di base di Pinerolo” (posizione di cui non saprei cogliere il profilo canonico: per essenza non sembrano sussistere nella Chiesa comunità “di base”) e studioso dotato per autocertificazione di un invidiabile patrimonio di 2.780 opere “espressamente cristologiche”, cioè di una vasta cucina rispetto al “cucinino” (come Barbero dice) di pochi libri usati dal piccolo professore bavarese ora Papa.

Leggo: “Dal Gesù [non il libro ndr] di Ratzinger mi sono congedato da molto tempo. Il Gesù dei dogmi non mi interessa, quando esso viene a trovarsi in contrasto con il Gesù ebreo, che secoli di studi [diciamo, da Spinosa in poi pdm] ci aiutano ad avvicinare e a comprendere un po’ meglio”. E prosegue: “constato il mio ampio dissenso [dalla comunque rispettabile, per il generoso Barbero, interpretazione del Pontefice ndr] e penso che sia assolutamente normale essere diversi nella stessa Chiesa. Non si è un’altra Chiesa [quando si è diversi ndr], ma una Chiesa ‘altra’”.

In questi sinceri quanto incauti enunciati possiamo riconoscere, come un tutto nel frammento, la sostanza del disastro subìto e compiuto dall’intelligencija cattolica di questi ultimi decenni.

Infatti il Gesù di Ratzinger - intendo anch’io non il libro ma proprio Gesù di Nazareth, il Figlio dell’Uomo, colui di cui Ratzinger dichiara: “Egli proviene da Dio. Egli è Dio” - non è il Gesù di un’opinione rispettabile seppure “semplicistica” (Barbero). Il Gesù di cui scrive Joseph Ratzinger è l’unico Cristo della professione di fede cristiana, degli Evangelisti, di Paolo, dei Concili. Proprio per non essere stato studiato come un a-teologico “Gesù storico” è il Gesù non dualistico (fede o storia) della divinità del Figlio di Dio fatto carne, il Gesù della Tradizione cristiana vitale. Una Tradizione che è necessariamente anche ragione, logos.

Cosa comporta ritenere, e far credere, che il “contrasto” tra il Gesù dei dogmi e il Gesù ebreo (un linguaggio insidiosamente de-ellenizzante, non nuovo, di cui diffidare), autorizza ad intervenire riducendo, in realtà demolendo l’economia del Credo, ovvero dell’intero quadro dogmatico? Non si dica che questo atteggiamento è questione tecnica di professori e di aggiornamento culturale. Se così fosse non troveremmo le friabili congetture della discussione dotta trasferite in enunciati come quelli del Gesù di Stephen J.Patterson, citato da Barbero. Patterson che, com’è di moda, sviluppa la sua strategia affiancando od opponendo ai Vangeli canonici la pretesa “verità” emarginata di qualche apocrifo, ci dice ad esempio che Gesù “non pretendeva affatto di essere Dio incarnato [formulazione dilettantistica ndr]. Ma affermava la Presenza del Regno di Dio”. Ora, se questa è “l’origine della fondamentale convinzione cristiana secondo cui Dio è presente nella condizione umana”, allora “questo è il significato dell’incarnazione”.

Conta osservare l’insensatezza cristiana della tesi di Patterson (e il suo volume è pieno di enunciati simili, catechesi di una fede scettica). L’Incarnazione non sarà per la Chiesa mai questa e altre banalità. Il significato dell’Incarnazione è quello dell’analogia fidei, del canone della fede regolatamente trasmesso, quello per cui anche Patterson e Barbero possono oggi pretendere di parlare come cristiani, e storicamente esistono come tali.

Che significa, senza il rigore della cristologia, che “Dio è presente nella condizione umana”, ove si intende negli uomini, non come Uomo? Spiritualità del tutto classica (nel senso del celebre “tutto è grazia”) o spirituality sincretistica? Misticismo evoluzionistico o vulgata hegeliana? Variabile connubio di Lebensphilosophie e neocristianesimo o teologia liberazionista? Ripugnano alla serietà cristiana queste formule, per la loro genericità e spesso futilità, comunque erroneità.

E poiché anche l’amico Mauro Pesce appare in questo Micromega (sia pure su altri temi, ma non del tutto altri), mi confermo nella mia reazione critica riaprendo il suo infelice libro del 2006, confezionato con Corrado Augias. Nell’Inchiesta su Gesù. Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo (da solo un titolo poco decoroso) si presentano sempre i risultati storiografici come evidenze che sarebbero occasione di imbarazzo e sfida per una Chiesa timorosa e retriva; mai per quello che essi sono, particolarmente sul terreno neotestamentario: mere ipotesi ricostruttive, contingenti e reversibili simulazioni di stati di cose, assieme a tante tesi vecchissime riproposte come nuove. Eppure questi “risultati”, vecchi o nuovi, non hanno rilevanza in quanto tali per l’intellectus fidei, tanto meno lo obbligano, e non perché esso sia follia (come vorrebbe D’Arcais, per citare il padrone di casa) ma, anzi, perché l’intelletto di fede è rationabile obsequium e esamina col rigore e il metodo ch’egli sono propri gli enunciati che lo riguardano. L’attore di questo orizzonte ermeneutico si chiama, tra l’altro, teologia dogmatica. Le reazioni del p. Cantalamessa e del p. De Rosa s.j., di cui Mauro Pesce si lamenta, hanno colto anche in lui un improprio, e certamente involontario, suggerire delle vie verso un Credo impoverito, magari democraticamente disponibile, a partire dai risultati del “metodo scientifico”.

Ora, per lo storico non settoriale del Cristianesimo, la conseguenza distruttiva di un uso teologico passivo delle scienze storiche appare scontata. È la vicenda plurisecolare, e ormai drammatica, delle culture della Riforma. Non lo era fino ad oggi, però, nella ricerca cattolica ed è stata la sua grandezza, spero non solo grandezza “passata”.

Ma non prendiamocela solo con Barbero o con Mauro Pesce. È fin troppo diffuso un atteggiamento, anche a livelli pastorali e catechetici, che, volendo “umanizzare” anzi assurdamente “normalizzare” Gesù di Nazaret, rende inintelligibile la stessa costituzione del Cristianesimo, la sua forma interna, la sua Legge. Inintelligibile a se stesso ed anche alla grande ricerca storica se, estranea a nevrosi riformatrici, coltiva gelosamente la complessità del proprio oggetto.

Che l’opposizione alla cristologia dei Concili, “posteriore”, “ellenizzante”, “ecclesiastica”, sia strumentale ai conflitti intraecclesiali, all’empowerment di teologi e laici e romanzieri di successo, è palese. Valga, allora, per tutti noi il richiamo della lezione di Regensburg, in cui Benedetto XVI ha indicato le tappe e i danni della de-ellenizzazione nel Cristianesimo moderno. Vi è una pesante responsabilità degli intellettuali cristiani che divulgano entro le comunità, in mille modi anche inavvertiti, la “differenza”, anzi la frattura fra Cristo e la Chiesa. Essi appaiono, più che membri delle chiese, figli di quella moderna chiesa che è l’intelligencija, per cui la Verità scaturisce sempre e solo dalla collisione con l’istituito.

© Copyright L'Occidentale 20 Luglio 2007

Per fortuna il Pontificato "rivoluzionario" (perche' ci fa riscoprire la bellezza del Cristianesimo) di Papa Ratzinger ci induce a prendere le distanze da certi interpretazioni alla "don Barbero" che scrive "Il Gesu' di Ratzinger" come se esistessero tanti Gesu' quanti sono i cattolici.
Raffaella

3 commenti:

lucio meazza ha detto...

Raffaella grazie per il tuo preziosissmo lavoro che fai tenendo questo fantastico blog. Grazie. Grazie. Grazie.
Meraviglioso!

mariateresa ha detto...

Mi trovo d'accordo con De Marco, cara Raffaella. Aggiungo anche che queste ricostruzioni, interpretazioni o come le si vuole chiamare ,attecchiscono anche per una certa qual ignoranza che esiste tra noi cattolici, che il lavoro catechistico nelle parrocchie non riesce spesso a limitare, pur con tutta la buona volontà . Per questa l'opera , il magistero di papa Benedetto sono una formidabile occasione per un risveglio della fede cristiana. Anzi queste discussioni e confronti con le posizioni di Micromega sono necessarie proprio per evidenziare l'abisso che si sta creando non tra la Chiesa istituzione e il Gesù creativo dei vari Don Barbero, ma proprio tra il Gesù della nostra fede, dei Padri della Chiesa e alcune elites culturali. Non devono irritarci queste posizioni, anzi più vengono fuori e più sono discusse, più culturalmente e religiosamente se ne constateranno i limiti, i luoghi comuni e il profilo dogmatico, questo sì, nonostante le intenzioni.
Inoltre, ha ragione De Marco, si tratta di posizioni in molti casi vecchie e stradette. Il libro di Augias e Pesce, che pur si legge bene (la parte di Pesce)è il Gesù di Renan nè più nè meno, cito il precedente più famoso.

Raffaella ha detto...

Sottoscrivo Mariateresa e do' il benvenuto a Lucio :-)