23 ottobre 2008

Carlo Rossella: "È tornata la messa in latino: Deo gratias" (Panorama)


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Su segnalazione del nostro amico Andrea leggiamo:

È tornata la messa in latino: Deo gratias

vita vissuta

La celebrazione nella lingua antica, accompagnata da canti gregoriani, è una delizia per lo spirito.
Ha un grande passato ed è destinata a un brillante futuro. Perché piace, oltre che a tradizionalisti e aristocrazia, ai giovani. E pure a Madonna ed Elton John.


CARLO ROSSELLA

Ho profonde ragioni affettive per ritornare a Pavia, la mia città, nei finesettimana.
Ma fra le tante ve n’è una che mi sta molto a cuore: la messa in latino, secondo il rito di San Pio V, celebrata ogni domenica alle 9.30 nella chiesa di San Giovanni Domnarum da Gianfranco Poma. Consiglio a Camillo Langone, che recensisce le messe sul Foglio, di venire ad assistervi.

Poma, biblista, professore al Seminario vescovile, è un sacerdote straordinario, colto, aperto al moderno, ma molto attento alla tradizione. Con un gruppetto di volonterosi intellettuali cattolici ha saputo e voluto organizzare la celebrazione, resa possibile dopo il motu proprio di Papa Benedetto XVI.

Prima di procedere, monsignor Poma ha chiesto il permesso al vescovo di Pavia, l’eminentissimo Giovanni Giudici, intellettuale dalle frequentazioni internazionali, fluente nel latino, ma anche nella lingua inglese. Poma ha fatto una ricerca sui paramenti (le pianete e non le casule), gli accessori, le peculiarità del rito, ben diverso in tanti piccoli particolari da quello della messa ordinaria in italiano. I fedeli, per esempio, si inginocchiano alla balaustra per ricevere la santa comunione e non sfilano in piedi davanti al celebrante come accade normalmente.
Accanto allo splendido latino della messa c’è la musica gregoriana, quella che ha accompagnato il rito tridentino dal 1570 al 1969 quando, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II, Papa Paolo VI abolì il latino.
Tale provvedimento provocò, come si sa, il rifiuto di una parte dei fedeli cattolici, guidati dall’ex arcivescovo di Dakar, Marcel Lefebvre, fondatore della comunità scismatica di San Pio X e del seminario tradizionalista di Econe in Svizzera.

Pur frequentandola regolarmente per obbligo religioso, visto che sono cattolico praticante, non ho mai amato la messa in lingua locale, ovvero la messa postconciliare, con canti popolari, litanie scontate, chitarre e in certi paesi anche tamburi, come nella famigerata Missa Luba.

Sono stato educato alla religione cattolica con la messa tridentina e ho considerato quella nuova come uno strappo lacerante. Ho sempre attribuito alla caduta del latino, del gregoriano, del rito un po’ misterioso della messa antica la crisi delle vocazioni e tutto ciò che è successo nella disciplina e nella vita dei sacerdoti.

Per tutte queste ragioni, spesso e volentieri, ho partecipato a messe tradizionaliste, ovvero lefebvriane, ma il mio confessore non mi ha mai rimproverato.
Oggi molti religiosi non parlano il latino, una lingua che invece rinasce nelle università americane più prestigiose, alla Sorbona e nei grandi atenei tedeschi.
In Italia, in alcune città, anche piccole, si celebra la messa antica, però certi presuli la ostacolano, lesinano i permessi, forse per ignoranza.
Tale fenomeno non è solo italiano ma anche francese, e il Santo padre, da Lourdes, ha richiamato i vescovi transalpini ad accettare la messa in latino e a non fare troppe storie.

A Parigi, comunque, ho sempre assistito a splendide messe in latino, soprattutto quelle del primo venerdì del mese nella chapelle tradizionalista di Saint Dominique in rue de Pernéty, dove si rende omaggio al curato d’Ars, un santo venerato dai cultori dell’antico messale.
La messa in latino, che a Roma è di moda fra aristocratici della vecchia nobiltà nera (la principessa Alessandra Borghese non se ne perde una) e tra i giovani nobili (il principe Francesco Moncada di Paternò), ha un grande passato ma è destinata ad avere anche un notevole futuro, visto il numero in crescita dei ragazzi che in tutta Italia seguono il rito tridentino.
La migliore messa, per ora, è, mi dicono, quella che si celebra ogni giorno alla chiesa della Misericordia di Torino, ma anche a Roma, in via Leccosa, dietro Palazzo Borghese, ci si è dato un gran da fare per rendere il rito splendido e molto ancien régime.

In Vaticano si parla sommessamente di messa in latino, ma c’è, nei vertici, chi la celebra con piacere e con un certo senso di rivincita. È bello vedere vecchi preti e monsignori avvicinarsi all’altare e recitare in latino «In nomine Patris et Filii et Spiritus sancti, amen». E poi continuare: «Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat iuventutem meam». Significa, per chi non ha studiato o ha dimenticato il latino, «Salirò l’altare di Dio, gioia della mia giovinezza».

Per un cattolico, di qualunque età, la fede in Dio e il suo amore mantengono sempre giovani ed entusiasti. Chi crede è ottimista e più sereno di chi è agnostico o addirittura ateo, soprattutto in questi tempi cupi di pescecaneria finanziaria e crisi economica. Io che mi ero dimenticato tutto il rituale della messa di San Pio V, dopo averne ascoltate due o tre non ho più avuto bisogno del libretto ma ho risposto senza problemi al sacerdote.
Anche la cantante Madonna ha voluto seguire la messa antica ed Elton John si sta appassionando parecchio al gregoriano. Il ritorno alla tradizione non riguarda solo la messa, ma anche la benedizione dei fedeli, col Tantum ergo, il piviale sontuoso, l’incenso in grandi quantità e l’acqua benedetta. Obbligatorio, alla fine del rito, il canto della Salve Regina, preghiera splendida in latino.
In alcune comunità si sta per tornare ai funerali con i paramenti neri e argento e le litanie dei defunti in latino. La messa tridentina è una vera delizia per lo spirito.
E ha anche una sua estetica. Per gli uomini è gradito l’abito scuro con camicia candida e cravatta scura.
Alle donne si consiglia il velo nero che copre le orecchie ma mette in risalto il volto e gli occhi. Si trovano ancora veli in pizzo o in tulle nei cassettoni della nonna o in certe mercerie di provincia, a côté di santuari o cattedrali.
Alle ragazze invece conviene un velo chiaro, come portavano una volta nelle processioni le fanciulle dell’Azione cattolica.
L’unico svantaggio della messa in latino, rispetto a quella in italiano, è la lunghezza: almeno 20 minuti in più, visto che c’è molto più da chiedere al buon Dio.
«Iudica me, Deus, et discérne càusam meam de gente non sancta, ab hòmine iniquo et dòloso érue me. Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me repulisti, et quare tristis incédo, dum affligit me inimicus?». Significa: «Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro uomini senza pietà, dall’uomo perfido e perverso liberami. Tu sei il Dio del mio rifugio: perché respingermi? Dovrò dunque andarmene in pianto, sopraffatto dal nemico?». Così si prega in latino. Deo gratias.

© Copyright Panorama n. 43/2008

4 commenti:

Anonimo ha detto...

molta 'estetica' e 'sensazione'... nessun accenno al Sacrificio di Cristo Signore e alla sacralità sublime del Tutto!

mic

scenron ha detto...

Madonna? Vabbè che durante l'ultimo concerto a Roma ha dedicato, anche con belle parole (non ho ancora capito se era ironica o meno..), una canzone a Papa Ratzinger, però....

Anonimo ha detto...

A parte che non toccherei Rossella neanche con un bastone...
Basta recuperare un po' in giro qualche notizia su di lui...
E' orribile il modo in cui parla della Celebrazione Eucaristica! Tratta il Sacrificio come se fosse uno spettacolo teatrale!!!
Ma si rende condo di quel che dice???
Siamo proprio alla deriva...

Anonimo ha detto...

Non mi piace il confronto fra la Messa in latino e la Messa in lingua locale, quasi fossero due generi letterari. La Messa è sempre la stessa in qulasiasi lingua venga celebrata, il Sacrificio di Gesù è lo stesso come lo stesso deve essere il nostro rendimento di grazie e la comunione universale in Cristo che nella Messa si vive.
tuttavia l'articolo di Rossella mi ha fatto tornare in mente un episodio accadutomi a Norcia quattro o cinque anni fa.
era una domenica di agosto, caldo torrido. arrivo a Norcia con mio marito e i miei tre figli, ancora molto piccoli, a mezzogiorno. Vogliamo partecipare alla Messa che in cattedrale inizia appunto alle 12. I bimbi sono affamati e accaldati, già piuttosto insofferenti. Con mio marito decidiamo che forse non è il caso di entrare in chiesa a Messa iniziata e con tre marmocchi rumorosi e capricciosi: decidiamo che vado solo io e lui intrattiene un po' i bambini. Mi avvio, trafelata, stanca per un viaggio scomodo e lungo e nervosa al pensiero dei bambini agitati; penso che il Signore mi perdonerà se vado a Messa più per dovere, per tacitare la mia coscienza che per vivere veramente l'Eucaristia ... Entro in chiesa, la Messa è al Gloria, cantato in perfetto gregoriano da un gruppo di monaci benedettini, appena ritornati in cattedrale (avevo sempre disdegnato il gregoriano, trovandolo un po' antiquato e stantio, quasi noioso). mi ricredo immediatamente, quel canto è così sublime che mi immerge in una sacralità, che quel giorno sembrava utopia. ho partecipato pienamente alla liturgia, ho dimenticato tutti gli affanni quotidiani: esisteva solo la Messa. tutti i canti sono stati in gregoriano, la Messa in italiano, ovviamente, col rito post conciliare solito. Ma ciò che ho colto e che ancora mi torna alla mente è stato il senso del sacro: col cuore e con la mente pregavo al Dio Altissimo, non solo all'Amico e Padre. E poi il senso vero dell'Universalità. ecco credo (pur non avendovi mai ancora partecipato) che la Messa in latino possa aiutare a recuperare la sacralità e la dimensione universale che è propria della Chiesa Cattolica, ma che a volte forse ci sfugge.
quanto agli aristocratici, ai veli e al vestito "buono" mi sembrano un po' antievangelici. maria Pia