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8 gennaio 2008

ECUMENISMO: IL 6 MARZO IL PAPA RICEVE IL PATRIARCA BARTOLOMEO I (ASIANEWS)


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Discorso del Santo Padre al Corpo Diplomatico: lo speciale di "Avvenire"

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Se si confina la Parola di Dio a un testo si impoverisce la Rivelazione (Zenit)

Giuliano Ferrara: "Non scherziamo e non diciamo che ho arruolato il Papa!"

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: il commento de "Il Giornale"

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: assolutamente inedito il capitolo "sicurezza" (Gazzetta del sud)

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Premessa alla lettura dei quotidiani di oggi

La Chiesa ha bisogno dei gesuiti all'incrocio tra fede e cultura (Osservatore Romano)

I cristiani dell'Iraq nel mirino della guerriglia (Osservatore Romano)

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Grazie al Tg1 per la correttezza

Per avere giustizia e pace non si può escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia (Osservatore Romano)

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TURCHIA

Nel Corno d’oro Bartolomeo celebra il rito della benedizione delle acque

Discreta, ma numerosa la presenza della polizia ad evitare il ripetersi delle provocazioni dei Lupi grigi. La speranza del Patriarca perché le autorità riconoscano il suo titolo di ecumenico. Gli auguri ad AsiaNews e l’annuncio di un incontro con Benedetto XVI a marzo, a Roma.

Istanbul (AsiaNews) – L’antico rito ortodosso delle benedizione delle acque è stato celebrato dal Patriarca ecumenico Bartolomeo con il lancio di una croce in mare, a simboleggiare il Battesimo di Cristo. La cerimonia è avvenuta nel Corno d’Oro, ad Istanbul, poco distante dalla Sede patriarcale.
Al rito, fortemente voluto ed inaugurata proprio da Bartolomeo nel 2003, hanno partecipato rappresentanti del corpo diplomatico, delle altre confessioni cristiane e migliaia di persone convenute soprattutto dall’estero, sotto la discreta vigilanza di numerosi agenti di polizia, presenti nel timore di qualche provocazione da parte di elementi che fanno parte del gruppo ultranazionalista dei Lupi grigi . Ma quest’anno, per la prima volta, si sono astenuti dal far sentire la loro presenza alle celebrazioni, che disturbavano inveendo con vari slogan.
Poco prima dell’inizio del rito, Bartolomeo rivolgendosi ai gruppi convenuti da varie parti del mondo, ha espresso il suo ottimismo per il futuro del mondo cristiano e del patriarcato in Turchia. Egli ha invitato i fedeli ad accompagnare con le preghiere, l’aiuto morale ed il pellegrinaggio l’opera della sede patriarcale. “In questo angolo della nostra città - ha detto Bartolomeo - c’è una secolare istituzione al servizio di nostro Signore, la grande Chiesa di Cristo, dove hanno, da secoli, trovato rifugio i sogni le speranze i ricordi e i desideri del mondo cristiano. Il nostro Patriarcato desidera e prega perché prevalga nel mondo lo spirito della pace, della carità, della fratellanza e della solidarietà”.
La qualifica di ecumenico del Patriarcato – che le autorità non vogliono riconoscere – e la situazione dei cristiani ortodossi in Turchia sono state invece affrontate da Bartolomeo in un’intervista concessa domenica all’autorevole quotidiano Zaman, molto vicino alle posizioni dell’attuale governo.
“Noi – ha spiegato - non vogliamo essere come il Vaticano. Questo titolo, del Patriarcato Ecumenico, esiste dal 6° secolo, ma non indica uno Stato. Questo è contrario ai principi basilari dell’Ortodossia: Stato e Chiesa sono due cose separate e devono restare tali”. “Indica invece il primo posto tra tutte le Chiese ortodosse, per cui quando qualcuna affronta problemi ai quali non trova soluzioni, si rivolge a noi per chiedere un nostro contributo ed aiuto”. Bartolomeo ha evidenziato l’importanza che ha per la Turchia avere la sede del Patriarcato ecumenico ed ha espresso la speranza che nel 2008 le autorità riconoscano il suo ruolo e permettano la riapertura della scuola teologica di Halki. “Siamo – ha aggiunto - cittadini di questo Paese, paghiamo, giustamente, le tasse, andiamo a votare, ma vogliamo anche avere gli stessi diritti dei nostri concittadini mussulmani”.
Chiamato infine a commentare la diminuzione degli ortodossi ad Istanbul ha risposto che “se i cittadini ortodossi fossero soddisfati della loro vita qui non sarebbero andati via. Evidentemente non si sentivano al sicuro. E il loro allontanamento ha sicuramente impoverito il Paese”.
Va ricordato che il Patriarca ha ringraziato le autorità turche per aver concesso il permesso per celebrare la messa nella chiesa di San Nicola a Mira ed in particolare il Ministro della cultura, che ha concesso 30mila euro per restauri alla chiesa.

Infine il Patriarca Ecumenico nel rivolgere gli auguri ad AsiaNews, ci ha detto che i primi di marzo sarà a Roma per inaugurare le celebrazioni del 90mo anniversario della fondazione del Pontificio istituto orientale, nel quale ha ottenuto il suo dottorato, ed avrà un incontro il 6 marzo con Benedetto XVI. (NT)

© Copyright Asianews

17 dicembre 2007

Migliorano le condizioni del religioso aggredito a Smirne che invita a non enfatizzare l'episodio (Osservatore Romano)


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NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE A CURA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

CONSIGLI DI LETTURA: SANTI (J. Ratzinger) e ASCESA ED AFFERMAZIONE DEL CRISTIANESIMO (Rodney Stark), Edizioni Lindau

Padre Adriano Franchini invita a non enfatizzare l'episodio di cui è rimasto vittima

Migliorano le condizioni del religioso aggredito a Smirne

Marco Bellizi

Sarà con molta probabilità dimesso fra oggi e domani dall'ospedale, padre Adriano Franchini, superiore della Custodia di Turchia e curatore della "Casa di Maria" ad Efeso, ferito con un'arma da taglio da un giovane nella chiesa di sant'Antonio, a Smirne. Il religioso è fuori pericolo e al momento non esiste neanche la necessità di un prossimo rientro in Italia. "Sto benone, non bene. Nessun problema. Sono ancora in ospedale - ha riferito padre Adriano - ma spero di uscire già nella giornata di domani. Non è il caso esagerare il fatto e di vedere cose che non ci sono".
Sulle motivazioni dell'aggressione non ci sono in effetti ancora elementi certi: il diciannovenne Ramazan Bay, che si è consegnato alle autorità turche nella serata di ieri, sembra avesse l'intenzione di convertirsi al cattolicesimo. Il giovane però ha raccontato alla polizia di essersi infuriato "per alcune osservazioni fatte dal prete durante la cerimonia religiosa", alla quale aveva assistito, osservazioni che non ha voluto precisare. "L'ho accoltellato immediatamente", ha aggiunto. Non è da escludere però che dietro l'aggressione ci sia la richiesta non esaudita di denaro accompagnata magari da uno stato di alterazione dovuto all'assunzione di droga. Il ragazzo ha colpito padre Adriano con un pugno nel quale teneva un coltellino di dimensioni tali da non provocare fortunatamente danni in profondità. Intanto padre Vincenzo Succi, cappuccino, fino a un mese fa parroco della chiesa di sant'Antonio ha precisato che il giovane non era un frequentatore abituale. "Se davvero avesse frequentato la chiesa, lo avrei saputo, visto che la nostra comunità è formata da una trentina di persone", ha detto. "Posso invece affermare che nei 52 anni trascorsi a Smirne i rapporti con la comunità musulmana sono stati ottimi e non penso che la situazione sia cambiata o possa cambiare". Dopo aver sottolineato il clima di profondo dialogo e grande reciproco rispetto tra la comunità cristiana e la grande maggioranza musulmana, padre Vincenzo ha definito il ferimento di frate Adriano un gesto isolato, fortunatamente senza gravi conseguenze. "Il clima che si respira a Smirne è tutt'altro che intollerante", ha detto "e lo testimonia per altro la presenza di un'Accademia turco-italiana, adesso gestita dal consolato, ma che io stesso ho fondato il 26 maggio 1955, undici mesi dopo il mio arrivo a Smirne. Ancor oggi, ogni anno 450 studenti turchi imparano l'italiano e i migliori vincono borse di studio per completare il corso all'Università per stranieri di Perugia".
Nella direzione di un miglioramento dei rapporti con la comunità cristiana vanno anche la dichiarazione del ministro degli Esteri turco Ali Babacan, ("indipendentemente dalle motivazioni dell'attacco esprimo rincrescimento", ha detto) e la visita che in ospedale ha ricevuto lo stesso padre Adriano da parte di tre parlamentari turchi, in rappresentanza del primo ministro Erdogan. "È stato un gesto molto bello, un segnale positivo - ha spiegato il vicario apostolico di Anatolia, Luigi Padovese - che dimostra come si stia facendo qualche passo in avanti verso il riconoscimento della Chiesa a livello giuridico. Certo rimane l'altro livello, quello culturale: occorre contrastare qualche pregiudizio che ancora c'è nei confronti dei cristiani in genere, visti troppo spesso alla stregua di un'associazione massonica. Devo dire però che occorre distinguere fra aree geografiche. I turchi sono una popolazione ospitale, accogliente. Nei luoghi dove c'è una comunità significativa di cristiani i rapporti sono migliori, così come nei luoghi più turistici. Evidentemente lo scambio culturale migliora la conoscenza. È nei luoghi dove i cristiani sono pochi che la situazione è peggiore. Lì spesso l'immagine del cristiano è quella trasmessa da un certo tipo di stampa nazionalista che alimenta paure ingiustificate di una perdita di identità". Timori rafforzati anche dalle accuse ai cristiani di proselitismo: fra le ipotesi relative all'aggressione subìta da padre Adriano non a caso c'è anche quella dell'azione di un provocatore, una di quelle persone che, come già accaduto, fingono di volersi convertire proprio per poter accusare i cristiani di proselitismo. "Noi siamo molto cauti - spiega il vicario apostolico di Anatolia - quando si tratta di conversioni. Prevediamo tempi lunghi, almeno tre anni, per poter vagliare la profondità e l'attendibilità della fede. È vero tuttavia che esistono alcune sètte protestanti che si muovono su strade diverse. Ma si tratta comunque di numeri esigui, poche decine di casi su una popolazione di 72 milioni di abitanti".
L'arcivescovo di Izmir, monsignor Ruggero Franceschini, si è recato questa mattina a visitare padre Adriano Franchini le cui condizioni, come detto, sono nettamente migliorate. Il presule ieri, appena giunta la notizia dell'aggressione aveva espresso preoccupazione sia per la salute del religioso, sia per il clima nel quale potrebbe essere maturato il gesto del giovane. Questi fra l'altro potrebbe non aver agito da solo. La polizia avrebbe infatti arrestato altre tre persone, il che aveva reso più concreto il sospetto di un'azione progettata. L'inchiesta tiene conto perciò anche dei recenti episodi di aggressione subìti dai cristiani in Turchia.
Dopo la morte di don Andrea Santoro, che ricordiamo in questa pagina, si sono verificati diverse altri episodi violenti nel recente passato. Nell'aprile scorso tre cristiani, un tedesco e due turchi, sono stati barbaramente uccisi in una casa editrice che pubblica la Bibbia nella città orientale di Malatya. Il processo ai sospetti assassini è già cominciato. Sempre quest'anno, il giornalista turco-armeno Hrant Dink, di religione cristiana, è stato ucciso fuori dal suo ufficio a Istanbul da un ultranazionalista.

(©L'Osservatore Romano - 17-18 dicembre 2007)

4 dicembre 2007

Il Foglio: "Un formidabile weekend da Papa"


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(Filippo Lippi, "Annunciazione")

Un formidabile weekend da Papa

Dopo la pubblicazione della “Spe Salvi”, Ratzinger detta la sua agenda Critica il relativismo dell’Onu prima di recarsi al Palazzo di Vetro, sfida il mito del progresso e chiede un’autocritica al cristianesimo moderno

Il nichilismo “corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte”. Così Benedetto XVI nell’omelia per i Primi vespri d’Avvento pronunciata sabato, terza formidabile tappa del weekend forse più intenso del suo pontificato, iniziato con la presentazione della “Spe Salvi”, proseguito con le bordate al “relativismo” delle Nazioni Unite contenute nel discorso di sabato alle ong cattoliche e concluso domenica con l’Angelus, in cui ha sintetizzato: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio”, perché la storia va “rievangelizzata e rinnovata dall’interno”.
L’Avvento per la chiesa è l’inizio del nuovo anno, e sul filo della metafora temporale si potrebbe ben dire che Ratzinger non si fa dettare l’agenda da nessuno ma anzi, come un Papa rinascimentale, è lui a stabilire il calendario: ora ha deciso che è tempo di sfidare la modernità opponendo al suo nichilismo “il futuro luminoso dell’uomo e del mondo”.
Frammenti di una battaglia culturale di lungo periodo, che si intrecciano con l’agenda diplomatica. Il prossimo 18 aprile Benedetto XVI varcherà la soglia del Palazzo di vetro, e il suo discorso alle ong non ha risparmiato critiche alle politiche di alcune organizzazioni dell’Onu: “Spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità”, ha detto.
Criticando inoltre una “concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola e ultima fonte delle norme internazionali”.
Temi del resto non nuovi: Ratzinger in un intervento del 2000 aveva attaccato con durezza le conferenze del Cairo e di Pechino, proprio in quanto lasciavano “trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo”.
Lo stile del Pontefice è però noto: preferisce la proclamazione delle verità essenziali all’esercizio della mera diplomazia e del dialogo solo formale.
Analogamente, a Ratisbona aveva scelto di affrontare il tema dell’islam e della violenza religiosa poco prima di recarsi in Turchia. Da allora, Benedetto XVI va impostando l’agenda del dialogo “senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani” – come ha risposto, per il tramite del segretario di stato Tarcisio Bertone, alla lettera delle 138 “guide islamiche” – e recuperando il cardinale Jean-Louis Tauran alla guida del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, pur senza rimettere completamente il Vaticano sul binario ecumenico del periodo wojtyliano.
Anche sull’Onu, come per Ratisbona, l’impressione è che il Papa abbia approfittato per mandare un “promemoria” al segretario Ban Ki-moon.
Ci sono poi i tempi di una verifica interna alla chiesa. Non sono sfuggiti alcuni passaggi chiave della “Spe Salvi”, in cui si parla di necessità di autocritica anche per i cristiani: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno”. Un programma di revisione radicale, che ha fatto ipotizzare al vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, una sorta di “mea culpa di nuovo tipo”, destinato a fare i conti con il lungo periodo storico in cui i cristiani si sono mostrati troppo acquiescienti con la secolarizzazione, fino a rendere la fede marginale e quasi inutile.
Una colpa – sostiene il Papa nell’enciclica – che ha avuto l’effetto nefasto di abbandonare il mondo a se stesso: con la fede “orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima”, mentre “la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero del progresso”.

© Copyright Il Foglio, 4 dicembre 2007

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VIAGGIO APOSTOLICO DEL PAPA IN TURCHIA (28 NOVEMBRE-1° DICEMBRE 2006)

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Violinista di 13 anni interpreta Paganini per Bertone e il Papa

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l’intervista / Padovese

«Dopo il viaggio del Pontefice la Turchia ci rispetta di più»

DAL NOSTRO INVIATO A ISTANBUL

Salvatore Mazza

Un clima «diverso». In cui si registrano «se­gni positivi di apertura» verso la Chiesa e, in genere, «verso le minoranze». A ri­definire il quale «certamente» la visita compiu­ta da Benedetto XVI in Turchia «è stata determi­nante ».

Monsignor Luigi Padovese è dal 2004 vicario a­postolico per l’Anatolia e, dallo scorso settem­bre, presidente della Conferenza episcopale tur­ca.
Il punto che fa con Avvenire sulla realtà del­la Chiesa cattolica in Turchia è improntato al­l’ottimismo. Tracciando un quadro che, final­mente, appare spogliato di tutte le tensioni che, nel febbraio 2006, portarono all’assassinio di don Andrea Santoro. E a quelle che nell’autunno del­lo stesso anno avvelenarono la vigilia della visita del Papa ad Ankara e Istanbul, conseguenti alle polemiche sur­rettizie scatenatesi dopo il discor­so di Papa Ratzinger a Ratisbona, e che proprio nella 'laica' Turchia trovarono più risonanza.

Monsignor Padovese, come defi­nirebbe oggi la situazione della Chiesa in Turchia?

Da quanto vedo ci sono stati dei passi abbastanza positivi, magari piccoli ma che lasciano ben spe­rare per il futuro, anche se di sicuro il cammino ancora da fare è comunque molto lungo.

Di quali passi si tratta?

La riapertura di alcune chiese, per esempio. Se­condo me si tratta di un segno che ci si sta o­rientando sulla strada giusta. Ripeto, il cammi­no è ancora lungo, però anche se a piccoli passi si arriva a qualche conclusione. A mio avviso si tratta di un indice positivo di un’apertura della Turchia anche nei confronti delle minoranze.

Quanto ha influito a suo giudizio la visita del Papa a questo cambiamento di clima? Un anno fa era piuttosto pesante.

Credo che a un anno di distanza si possa dire che le cose siano decisamente migliorate. E che la visita di Sua Santità sia stata, in questo senso, molto importante.

In che cosa lo si vede?

Innanzitutto è cambiato l’atteggiamento, dicia­mo così, 'generale' nei confronti del Santo Pa­dre. Rispetto a quanto si scriveva, e si diceva, pri­ma della visita, oggi è diventato positivo, e que­sto secondo me è già un segnale buono. E poi cer­te polemiche, che sui giornali ritornavano con­tinuamente, nei confronti della Chiesa, nei con­fronti delle sue attività o, meglio, delle sue sup­poste attività 'missionarie' (ossia di 'proseliti­smo' a fine di conversioni, ndr), sono scompar­se completamente. Ecco, adesso davvero si può dire che questi attacchi non esistono quasi più, se non da parte di una certa stampa che, per al­tro, si sa che si muove in una direzione di tipo nazionalistico.

© Copyright Avvenire, 4 dicembre 2007

29 novembre 2007

Bartolomeo I: "Tenere lo sguardo fisso su Cristo" è il metodo del dialogo ecumenico


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BENEDETTO XVI: AI 138 LEADER MUSULMANI, “DIALOGO FONDATO SU RISPETTO E CONOSCENZA RECIPROCA” (Sir)

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Concistoro 2007: "Dal Papa tra emozione e tradizione" (Alessandra Borghese per "Quotidiano net")

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Delegazione vaticana in Turchia per la festa di Sant'Andrea. Il cardinale Kasper porterà un messaggio e un dono del Papa al Patriarca Bartolomeo I

A un anno dall’importante visita di Benedetto XVI in Turchia, il 29 e 30 novembre 2006, una delegazione vaticana è in partenza per Istanbul, guidata dal cardinale Walter Kasper, che domani - festa di Sant’Andrea Apostolo - consegnerà al Patriarca ortodosso ecumenico, Bartolomeo I, un Messaggio del Papa e un prezioso dono d’arte sacra, al termine della Divina Liturgia nella Chiesa di S. Giorgio. I particolari nel servizio di Alessandro De Carolis:

Nelle menti di molti è ancora vivo l’abbraccio del Papa con il “Fratello d’Oriente”, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, che suggellò l’incontro in Turchia di Bartolomeo I e Benedetto XVI. La cerimonia di domani a Istanbul, con il cardinale Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, inviato a nome del Papa, sarà il segno tangibile di un avvenimento che guarda non soltanto al recente passato, ma soprattutto al presente e al futuro del dialogo ecumenico con “grande speranza”.
E’ questo il sentimento che domina la vigilia della festa di Sant’Andrea, particolarmente cara agli ortodossi, che cade a poche settimane dall’importante appuntamento ecumenico svoltosi a Ravenna, che ha visto protagonista la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra le due Chiese.
“Le Sedi di Roma e di Constantinopoli, dopo essersi dedicate in molti modi alla riattivazione del dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, guardano alla plenaria di Ravenna – si legge in una nota del dicastero vaticano - con sentimenti di speranza.
Il documento votato a conclusione dell’incontro può infatti incoraggiare il dialogo futuro e costituisce - prosegue la nota - il primo passo verso l’approfondimento di quei temi nevralgici, che impediscono la piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente cristiani”.

Per sottolineare questo anniversario, il Papa farà dono al Patriarca ortodosso di una preziosa riproduzione de L’Agnello Mistico della volta della Basilica di San Vitale a Ravenna (VI secolo). Si tratta di un grande mosaico, fatto eseguire per la circostanza dall’arcidiocesi di Ravenna-Cervia e realizzato secondo la tecnica bizantina ravennate, ovvero rispettando fedelmente il taglio a mano delle tessere e le modalità di esecuzione degli antichi mosaicisti. Gli smalti e pietre vetrose multicolori che lo compongono provengono da Venezia, mentre le tessere sono in argento ed oro. Il mosaico è presentato con una iscrizione in argento che evoca con gioia e speranza l’incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I il 30 novembre 2006.

Il dono d’arte sacra accompagna il Messaggio di Benedetto XVI che il cardinale Kasper consegnerà al Patriarca Bartolomeo. La visita, prosegue la nota ufficiale, comporterà per la delegazione vaticana un incontro con lo stesso Patriarca Ecumenico, e colloqui con la Commissione sinodale ortodossa incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica, oltre ad alcuni momenti conviviali e celebrativi che vedranno la presenza di numerosi ospiti e rappresentanti di altre Chiese ortodosse.

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VATICANO/ OSS. ROMANO: BARTOLOMEO I: TENERE SGUARDO FISSO SU DIO
Con Kasper focus su viaggio Papa in Turchia e documento Ravenna

Città del Vaticano, 29 nov. (Apcom) - "Tenere lo sguardo fisso su Cristo, senza di Lui non possiamo fare nulla". È questo il metodo da seguire per raggiungere l'unità dei cristiani. Lo afferma Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, in un'intervista rilasciata a 'L'Osservatore Romano' alla vigilia della festa di Sant'Andrea, che vede la partecipazione della delegazione della Santa Sede guidata dal cardinale Walter Kasper che raggiungerà la sede del Patriarcato. Il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani porta un messaggio di Benedetto XVI: lo leggerà al termine della divina liturgia presieduta dal Patriarca, domani, nella cattedrale di San Giorgio al Fanar.
I temi principali nell'"agenda" delle conversazioni che la delegazione avrà con il Patriarcato saranno la visita compiuta in Turchia un anno fa dal Papa e il "documento di Ravenna", frutto dalla X sessione plenaria della commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. La delegazione della Santa Sede - riferisce il quotidiano vaticano - ha quest'anno il compito particolare di portare il dono di Benedetto XVI in ricordo della storica visita compiuta un anno fa in Turchia. Si tratta di una preziosa e grande riproduzione dell'"agnello mistico", raffigurato nella volta della basilica di San Vitale a Ravenna (VI secolo). Il mosaico, fatto eseguire dall'arcidiocesi di Ravenna-Cervia, è stato realizzato secondo la tecnica bizantina ravennate, rispettando fedelmente il taglio a mano delle tessere e la modalità di esecuzione degli antichi mosaicisti. Gli smalti e le pietre vetrose provengono da Venezia. Un'iscrizione fa memoria dell'incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I. Il dono del Papa, prezioso per il soggetto e per come è stato realizzato, ricorda anche il recente incontro di Ravenna. In questa attenzione ai particolari si riconosce un gesto di grande fraternità".

7 luglio 2007

La persecuzione dei Cristiani...parliamone!


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Viviamo strane stagioni e, una volta tanto, il clima non c’entra. Il quattro luglio le patrie cronache hanno registrato due eventi.
Il primo è stato la commemorazione ufficiale del bi-centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi. Il secondo, una manifestazione romana affollata da politici del centrodestra, che ha co-memorato, reso cioè comune alla nostra memoria, la drammatica situazione in cui versano le comunità cristiane autoctone, soprattutto quelle cattoliche e ortodosse, che vivono nei Paesi islamici.
Nell’ultima decade di giugno, un imprecisato «rapporto dei servizi segreti britannici» ha quantificato il numero di battezzati sui quali incombe, oltre alla negazione dei diritti più elementari, un’oggettiva minaccia per la loro vita: sono circa duecento milioni.

Servizi segreti a parte, chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire sa bene che la stessa notizia viene data, tra la disattenzione generale, da almeno due decenni, ogni anno, dall’apposita Commissione Onu che monitorizza la libertà religiosa sul nostro pianeta. Vale la pena di fare alcune annotazioni importanti. Quello che subiscono i cristiani in Medioriente riguarda anche centinaia di migliaia di islamici discriminati e perseguitati, magari solo perché «minoranza» teologica, persino in Turchia e in Israele. E ciò che succede ai cristiani nei Paesi islamici impallidisce di fronte a quello che stanno subendo, cristiani e musulmani, in tutti gli Stati indiani a orientamento induista, i quali ormai da almeno vent’anni sono ostinatamente dediti a dotarsi di una legislazione «anticonversione» tanto pretestuosa quanto infame. Lo stesso accade nel Sudest asiatico, in quei Paesi buddisti che i bonaccioni nostrani continuano a descrivere come animati unicamente da pace, amore e pratiche sessuali non colpevolizzanti.
Di Garibaldi, il 4 luglio scorso, nessuno ha ricordato che al suo seguito combattevano indistintamente preti cattolici, rabbini, pastori valdesi e metodisti. E che le sue conquiste, quando vengono lette correttamente alla luce dell’ideologia risorgimentale, sono un tassello importante di quella breccia morale che ha rapidissimamente iniziato a imporre, nell’Italia unificata, il superamento delle legislazioni antiebraiche e antiprotestanti degli stati preunitari. Per dirla in breve, la battaglia per la libertà religiosa è stata parte integrante del Dna di quel «socialismo umanitario» garibaldino che, a distanza di due secoli, ancora permette a buona parte delle forze del nostro centrosinistra di idealizzare la camicia rossa dell’eroe dei due mondi. Nonostante l’ottima occasione, il 4 luglio scorso nessuno ha portato Garibaldi a piazza Ss. Apostoli. Peccato, perché a una manifestazione indetta da un musulmano, con i rabbini in prima fila a chiedere libertà per i cristiani, è molto probabile che il buon Giuseppe avrebbe partecipato volentieri.
Così, nell’immaginario mediatico, la battaglia per la libertà religiosa a favore dei cristiani privi di diritti, «il più numeroso gruppo umano perseguitato» secondo fonti Onu, da fiore all’occhiello della sinistra liberale sta diventato il cavallo di battaglia del centrodestra.

In un’Italia dove l’ateismo è in calo e dove, quando cresce il livello di istruzione cresce anche il desiderio di religione, la maggioranza dei cattolici elettori (che non sono mai stati democristiani), eredita la religiosità popolare ma si dota anche di una religiosità «raggiunta», conseguita come effetto di diverse cause scatenanti, spesso colta, matura, curiosa, a volte intrisa di misticismo, sempre bisognosa di osmosi con la realtà sociale dei bisogni. Sono coloro che non hanno mai creduto a quel «conflitto di civiltà» che torna di moda ogni volta che, per alchimia politica e per irenismo petrolifero, qualcuno sceglie l’ennesimo Paese dove inviare bombardieri a esportare democrazia; ma sono anche coloro che non amano espellere la loro fede religiosa dagli scenari sociali e politici dove, con enorme fatica, l’Occidente crede di poter combattere la battaglia per i diritti umani. Consegnando la difesa dei cristiani perseguitati al centrodestra, accettando senza rimpianti questo mutamento profondo del proprio Dna, la sinistra liberale non rischia di rinchiudere le sue belle teorie sui «diritti per tutti» nelle retrovie di un pensiero filosofico e sociale sgangherato e antistorico?

© Copyright La Stampa, 7 luglio 2007


L´INCHIESTA

Quando la fede cristiana vuol dire persecuzione

FEDERICO RAMPINI

PECHINO

Dov´è finito il vescovo Wu Qinjing, 39 anni, scomparso all´improvviso il 18 marzo scorso? È vero quel che dicono nella sua diocesi, che da quel giorno è rinchiuso in un campo di rieducazione, sottoposto a sedute di tortura mentale? Pechino manda segnali di cauta disponibilità a papa Benedetto XVI dopo la sua "lettera ai cinesi" e riparte il negoziato per riallacciare i rapporti tra la Repubblica popolare e il Vaticano interrotti da 56 anni.
Ma il governo rifiuta di rispondere ai 60mila cattolici di Zhouzhi, cittadina della provincia di Shaanxi nel cuore della Cina, che disperano per la sorte del loro giovane vescovo. L´ultima volta che ebbero notizie di Wu fu l´8 aprile in una lettera autografa: «Ai miei amati cattolici chiedo che ricordino la costrizione della mia libertà nelle loro preghiere, nel giorno in cui Cristo ha sofferto, è morto ed è risorto nella gloria». Hanno pregato per lui a Pasqua e in tutte le domeniche successive da quattro mesi. Continuano a chiedere la sua liberazione alle autorità di Zhouzhi. Sanno che Wu – colpevole solo di essere legato alla Chiesa di Roma – non sarà rilasciato finché non avrà firmato un´autocritica, autodenunciandosi come un vescovo "illegittimo" e rinunciando per sempre al suo sacerdozio. «Preghiamo Dio perché lo protegga – ha detto uno dei suoi fedeli – perché tenga duro nelle sue convinzioni e non ceda alle pressioni». Possono immaginare che cosa sta soffrendo perché non è la prima volta che viene messo alla prova. L´11 settembre scorso la polizia fece irruzione nella sua cattedrale dell´Immacolato Cuore di Maria. Dopo cinque giorni Wu era in ospedale con un trauma cranico. Il lento disgelo diplomatico con la Santa Sede per ora non garantisce una vita migliore ai cattolici cinesi. Anzi, per le logiche arcane del regime comunista può accadere perfino il contrario. Ne è la prova la provincia dello Hebei, roccaforte della Chiesa con un milione di fedeli, a poca distanza dalla capitale. Quando era imminente la divulgazione urbi et orbi della lettera papale - che il Vaticano aveva rivelato con largo anticipo ai leader di Pechino per sondarli - proprio nello Hebei il nervosismo del potere è salito alle stelle. Il vescovo Jia Zhiguo, 73 anni, è stato arrestato dalla polizia il 5 giugno e detenuto per 17 giorni. Forse per evitare che "fomentasse disordini" in una zona sensibile, dove le autorità locali sembrano ossessionate dalla forza dei cristiani. Monsignor Jia è una vittima prediletta della repressione: nella sua vita ha collezionato nove arresti e un totale di 20 anni fra carceri, laogai (campi di lavori forzati), "scuole di rieducazione". In uno dei periodici giri di vite, nel novembre 2005 ci fu una retata: 18 preti arrestati in varie località dello Hebei, incluso il rettore del seminario di Zhaoxian che è stato sequestrato dai poliziotti e sottoposto a un "corso sulla politica religiosa del partito". Sempre nello Hebei, proprio pochi giorni fa e quando l´apertura del papa era già nota ai vertici del regime, è scattata la distruzione del più popolare santuario: la Madonna del Carmine di Tianjiajing edificata nel 1903, un luogo sacro dove ogni anno il 16 luglio affluiscono 40.000 pellegrini. Il santuario sarà fatto saltare con la dinamite, le ruspe demoliranno le 14 stazioni della Via Crucis lungo la strada di accesso. Per evitare manifestazioni di protesta il governo provinciale ha chiamato l´esercito, organizzando manovre militari attorno alla Madonna del Carmine. «Quello che hanno fatto è stupefacente - ha dichiarato un fedele all´agenzia AsiaNews del Pontificio istituto per le missioni all´estero - i quadri comunisti locali non conoscono nemmeno le leggi sulla politica religiosa del governo centrale, e creano pericolose tensioni». Nello Hebei come a Roma alcuni sono persuasi, altri vogliono sperare, che le vessazioni della nomenklatura comunista locale non hanno necessariamente l´imprimatur dei vertici di Pechino.
Non c´è solo lo Hebei tra le provincie pericolose dove gli abusi contro i cattolici sono all´ordine del giorno. Nel Guangdong, la zona più ricca del paese con metropoli cosmopolite come Canton e Shenzhen, alla fine dell´anno scorso due sacerdoti colpevoli di essere stati in Europa furono arrestati al rientro in patria. Nella loro stessa diocesi (Wenzhou) il vescovo Lin Xili, anziano e malato, è confinato dentro la cattedrale da otto anni, di fatto agli arresti domiciliari. Quando Romano Prodi nel settembre 2006 venne in visita ufficiale a Tianjin, grande città portuale a un´ora e mezza di treno da Pechino, le autorità lo portarono nello storico quartiere italiano sorto agli inizi del Novecento, ma gli nascosero che proprio lì era avvenuta poco tempo prima un´aggressione contro i credenti che si opponevano allo sfratto della loro diocesi.
Certo la condizione dei cattolici - come quella dei protestanti, dei buddisti o dei musulmani - è migliorata molto rispetto agli anni più duri dell´ateismo di Stato imposto da Mao Zedong con persecuzioni di massa. Nella Cina maoista dal 1949 al 1976 il numero dei cattolici rimase pressoché fermo a tre milioni, per molti vivere sotto il comunismo fu un calvario, chi poteva fuggì a Hong Kong o in Occidente. Dagli anni Ottanta a oggi una graduale liberalizzazione della pratica religiosa ha coinciso con un´esplosione della fede: oggi si stima che vi siano dai 12 ai 15 milioni di cattolici (in parallelo sono tornati a riempirsi i templi buddisti e le moschee nelle regioni islamiche come lo Xinjiang). Le statistiche ufficiali del Congresso del Popolo riconoscono "oltre centomila conversioni al cattolicesimo ogni anno". Ma non tutti i credenti hanno diritto allo stesso trattamento. Dopo la rottura delle relazioni col Vaticano nel 1951 il regime ha creato la sua Chiesa, cosiddetta ufficiale o patriottica, i cui vescovi e sacerdoti prestano giuramento di fedeltà alla Repubblica popolare e vengono nominati dal governo. I fedeli di questa Chiesa, cinque milioni, hanno vita più facile. Gli altri, stimati fra gli otto e i 12 milioni, continuano a riconoscere nel papa l´autorità religiosa e affollano le messe celebrate dai sacerdoti ordinati dal Vaticano: è la Chiesa della penombra, clandestina e illegale, contro cui tuttora la repressione può accanirsi a piacimento.
Questo "scisma" non è solo figlio della rivoluzione comunista. Per capire le profonde incomprensioni tra Roma e Pechino bisogna risalire ad antecedenti ben più antichi. Il gesuita maceratese Matteo Ricci, il più importante missionario nella Cina del XVI secolo, cercò di fondere i Vangeli col confucianesimo e adattò ai costumi locali anche i riti e le liturgie. Venne ripudiato da papa Clemente XI e nel 1715 i "riti cinesi" furono sconfessati provocando l´indignazione della dinastia Qing che espulse i missionari. L´evangelizzazione fece il suo ritorno nell´Ottocento grazie alla politica delle cannoniere e alla Guerra dell´Oppio (1842) con cui le potenze imperialiste occidentali conquistarono l´accesso ai mercati cinesi. In episodi cruciali della storia moderna, dalla rivolta dei Boxer del 1900 alla guerra civile tra i nazionalfascisti di Chiang Kai-shek e i comunisti, la Chiesa si schierò dalla parte degli oppressori e degli interessi economici più forti. A riprova che il controllo del Vaticano sulle missioni aveva un´impronta coloniale, ancora nel 1949 la stragrande maggioranza dei vescovi in Cina erano bianchi. Le ferite di quel passato sono servite al partito comunista per legittimare la fondazione di una Chiesa patriottica, tutta cinese e non comandata dall´estero. Poi, mentre il maoismo sprofondava nell´arbitrio e inseguiva la creazione dell´"uomo nuovo" anche i cattolici filogovernativi finirono vittima delle epurazioni e delle campagne di terrore. Ma degli errori storici della Chiesa era consapevole Giovanni Paolo II che nel 2001 chiese solennemente perdono alla Cina "per i peccati commessi da alcuni missionari cattolici" durante il periodo coloniale. Papa Wojtyla, forte della sua esperienza nella Polonia comunista, sapeva anche che non tutti i vescovi e sacerdoti della Chiesa patriottica (tantomeno i fedeli) erano per forza traditori collaborazionisti. Esemplare è la parabola di Jin Luxian, il 91enne vescovo della Chiesa patriottica di Shanghai, che Mao condannò a trent´anni di lager. «Sono entrato in carcere giovane e ne sono uscito vecchio», racconta Jin. Quando tornò libero nel 1982 e scelse di entrare nella Chiesa governativa, ricorda il vescovo, «alcuni mi trattarono come un Giuda». I confini tra le due Chiese invece non sono così netti. Alcuni sacerdoti hanno giurato fedeltà allo Stato perché gli sembrava l´unico modo per continuare a garantire una presenza e una voce ai loro fedeli. Non mancano zone di solidarietà discreta, "clandestini" ospitati e aiutati dai "governativi". Da anni io vedo le chiese ufficiali di Pechino e Shanghai stracolme ogni domenica, vibranti di una religiosità appassionata: nessuno può definire quei fedeli dei cattolici di serie B solo perché non scelgono la guerra col regime. Oggi papa Benedetto XVI propone la riconciliazione e la fusione tra le due Chiese cinesi, è pronto ad accettare i vescovi che furono nominati dal governo. Ha detto perfino in modo chiaro che la Chiesa non farà mai nulla contro lo Stato, un messaggio per rassicurare il partito cinese che non ha mai digerito l´alleanza fra cattolicesimo e Solidarnosc per far cadere il comunismo polacco.
Il papa può avere la tentazione di sfruttare in fretta un finestra di opportunità irripetibile. Al regime cinese fa gola incassare prima delle Olimpiadi del 2008 un riconoscimento che sarebbe un trionfo internazionale; il Vaticano è l´ultima potenza universale che ha ancora le relazioni diplomatiche con Taiwan. Fin dove è disposto ad arrivare Benedetto XVI nelle sue concessioni? Per concludere la riappacificazione con Pechino c´è il rischio che la Chiesa debba abdicare alla difesa dei diritti umani. Com´è chiaro nel trattamento che riserva al Dalai Lama, il regime non ammette autorità spirituali esterne su cui non esercita il controllo. Un vescovo dei cattolici clandestini, Wei Jingyi della provincia di Heilongjiang, traccia un confine da non superare: «L´unificazione tra le due Chiese è il nostro fine ultimo ma dovremo raggiungerlo quando la Cina avrà una vera libertà religiosa». Ma avere dei preti che dal pulpito parlino di pena di morte, di tortura e di libertà di espressione, non è un rischio che la nomenklatura è disposta a correre. Domenica scorsa durante le cerimonie per il decennale del ritorno di Hong Kong alla Cina, il cardinale dell´ex colonia britannica, Zen Ze-kiun, è sceso in piazza nella contro-manifestazione per la democrazia. Pechino lo ha subito accusato di «fomentare l´instabilità». Hong Kong ha conservato uno Stato di diritto, altrimenti il cardinale oggi non sarebbe a piede libero. Se per ristabilire le relazioni diplomatiche si deve mettere la museruola ai credenti della tempra di Zen, sarà un prezzo alto da pagare.

© Copyright Repubblica, 7 luglio 2007

TRANQUILLI, SIGNORI DI REPUBBLICA! Papa Benedetto non abdichera' MAI alla difesa de diritti umani. State sereni. Del resto, chi ha avuto il coraggio di pronunciare il discorso di Ratisbona sul rifiuto, assoluto, dell'imposizione della fede con la spada?
E' stato Papa Benedetto o l'Europa stanca e ripiegata? E' stato Papa Ratzinger o certi giornalisti che hanno accusato il Papa di avere "parlato troppo" salvo poi denigrare Pio XII per avere taciuto? Riflettiamo...

Raffaella


«Martiri» gli 800 cristiani uccisi a Otranto

di Andrea Tornielli

Benedetto XVI ha approvato ieri mattina il decreto che sancisce il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi concittadini (in tutto ottocento) uccisi «in odio alla fede» dai turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto. E in un futuro prossimo gli ottocento martiri potrebbero essere anche canonizzati, se sarà riconosciuto un miracolo attribuibile alla loro intercessione.

In realtà i «martiri» di Otranto erano già definiti tali perché al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto degli ottocento uomini uccisi. Con l’entrata in vigore delle nuove norme, in vista di una possibile canonizzazione, il processo è stato interamente rifatto con un’accurata e approfondita inchiesta storica. Che ha finalmente confermato in pieno il risultato della precedente. Va precisato che la Congregazione delle cause dei santi ha condotto questa «ricognizione canonica» su richiesta della diocesi di Otranto.

Qual è dunque la storia di questi martiri, le cui ossa sono esposte in alcune teche conservate in una delle cappelle laterali della cattedrale della città salentina? È una vicenda terribile. Dopo aver raggiunto il suo massimo splendore nei secoli X-XV, Otranto rimase vittima della conquista di Gedik Ahmed Pascià, inviato da Maometto II. I cittadini resistono all’assedio dopo aver visto arrivare via mare l’armata turca composta da 90 galee e 18mila soldati. Per giorni le bombarde degli assedianti rovesciano sulla città centinaia di palle di pietra, e all’alba del 12 agosto 1480 riescono a sfondare aprendo una breccia sulle mura: «I cittadini resistendo ritiravansi strada per strada combattendo, talché le strade erano tutte piene d’homini morti così de’ turchi come de’ cristiani er il sangue scorreva per le strade come fusse fiume, di modo che correndo i turchi per la città perseguitando quelli che resistevano e quelli che si ritiravano e fuggivano la furia non trovavano da camminare se non sopra li corpi d’homini morti».

Uomini, donne e bambini cercano rifugio nella cattedrale, ma anche qui i turchi sfondano il portale e si ritrovano davanti il vescovo Stefano Pendinelli, che brandisce la croce: «Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo», dice. Gli invasori, dopo avergli invano intimato di non nominare più Gesù, lo decapitano con un solo colpo di scimitarra. Il giorno successivo, il pascià chiede la lista di tutti gli abitanti fatti schiavi, ad esclusione delle donne e dei bambini sotto i 15 anni. Sono circa ottocento. Un prete apostata, per volere del comandante turco, invita a tutti ad abbandonare la fede cristiana per abbracciare quella islamica. Se non lo faranno, verranno trucidati. Uno dei prigionieri, Antonio Primaldo, un vecchio sarto, risponde: «Crediamo tutti in Gesù, figlio di Dio, siamo pronti a morire mille volte per lui». E aggiunge: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime». Il pascià chiede anche agli altri che cosa intendono fare, e questi, dandosi l’un l’altro coraggio, gridano di essere pronti a subire qualsiasi morte pur di non rinnegare Cristo. Vengono tutti condannati a morte, a cominciare proprio dal sarto che per primo aveva parlato.

Il 14 agosto ha inizio la tremenda carneficina delle decapitazioni: il colle della Minerva rimane rosso di sangue, coperto quasi del tutto dagli ottecento corpi. Tra i vari eventi prodigiosi che raccontano le cronache, c’è il fatto che nonostante la decapitazione, il tronco di Primaldo sarebbe rimasto fermo in piedi, al suo posto. Un fenomeno che provocherà la conversione di uno degli esecutori della strage, a sua volta impalato dai commilitoni.

L’effetto psicologico dell’eccidio è devastante: il Papa Sisto IV, appresa la notizia, inizia i preparativi per fuggire ad Avignone. Ma il destino dell’Europa non è segnato. Otranto viene infatti riconquistata dagli Aragonesi un anno dopo, i corpi dei martiri sono ritrovati, sempre stando alle cronache antiche, incorrotti, con il volti sorridenti e gli occhi rivolti al cielo, e il 13 ottobre 1481 vengono trasportati all’interno della cattedrale cittadina e della chiesa di Santa Caterina a Formiello, a Napoli.

I fedeli cominciano quasi subito a invocare gli ottocento come santi martiri. Che secondo la tradizione si sarebbero impegnati per evitare alla città nuovi sbarchi di turchi.

© Copyright Il Giornale, 7 luglio 2007

19 aprile 2007

Rassegna stampa del 19 aprile 2007


Oggi e' un giorno molto importante per la Cristianita': due anni fa, il 19 aprile 2005, il cardinale bavarese Joseph Ratzinger veniva eletto Papa con il nome di Benedetto XVI.
Ci sara' modo di commentare, nell'arco di questa giornata, un anniversario cosi' importante.
Iniziamo, pero', con una rassegna stampa "generica".
La mia solidarieta' ai familiari delle vittime dell'orribile assassinio di ieri in Turchia.

Raffaella




Papa: 20 Minuti Di Colloquio Con Ban Ki Moon

(AGI) - CdV, 18 apr . - E' durato 20 minuti il colloquio tra il Papa e il segretario generale dell'Onu Banki Moon. ''Eccellenza, benvenuto in Vaticano'', lo ha accolto il Pontefice nella sala del Tronetto, seguendo il protocollo delle udienze private ai Capi di Stato. ''E' un grande onore'', ha risposto il successore di Kofi Annan. Dopo i 20 minuti a quattr'occhi nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, lo scambio dei doni: da New York il segretario dell'Onu ha portato un vasetto in cristallo con il simbolo delle Nazioni Unite. Il Papa ha risposto con la medaglia d'oro del Pontificato incastonata in cornici e raccolte in un astuccio di pelle bianca. ''Un piccolo dono'', lo ha presentato Papa Ratzinger, ''un grande onore'', ha ringraziato Ban Ki Moon. -


Onu, segretario invita Papa a visita ufficiale in sede New York


CITTA' DEL VATICANO (Reuters) - Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha invitato Papa Benedetto per una visita ufficiale nella sede delle Nazioni Unite a New York, dopo l'incontro privato tenutosi oggi in Vaticano.

Lo ha riferito la Santa Sede.

I due sono rimasti a discutere per circa 20 minuti nella biblioteca privata del Pontefice nel palazzo Apostolico, dove il rappresentate dell'Onu ha donato a Benedetto un piccolo vaso di cristallo con il simbolo delle Nazioni Unite e ha ricevuto dal Papa una medaglia d'oro.

Nel colloquio, il Papa e il segretario generale hanno discusso del "ripristino della fiducia nel multilateralismo, il rafforzamento del dialogo tra le culture e hanno accennato a situazioni internazionali che meritano particolare attenzione", ha riferito il Vaticano in una nota.

La visita di Papa Benedetto sarà la prima che il Pontefice effettuerà nella sede dell'Onu ma anche il primo viaggio negli Stati Uniti in qualità di successore al soglio di Pietro.

In precedenza erano stati due i Papi che avevano visitato la sede delle Nazioni Unite -- Papa Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Secondo alcune fonti vicine al Pontefice il viaggio di Benedetto -- eletto Pontefice due anni fa -- potrebbe avvenire alla fine dell'anno nel corso dell'assemblea generale dell'Onu.


Turchia, attacco contro i cristiani Strage nella casa editrice della Bibbia
Tre sgozzati, tra le vittime un tedesco. Sospettato un gruppo islamico estremista

Un'immagine terribile. Tre impiegati di una piccola casa editrice cristiana — due turchi e un cittadino tedesco — attaccati da cinque giovani fanatici, incaprettati e sgozzati come animali nel centro della città di Malatya, 660 chilometri a sud-est di Ankara. Una strage orrenda, che fa precipitare la Turchia nel buio, in un momento politico delicatissimo, alla vigilia di elezioni presidenziali che stanno spaccando il Paese.
La cronaca è un riassunto macabro, del quale non si conoscono ancora tutti i dettagli. Ma nella palazzina di tre piani che ospita i locali della piccola casa editrice Zirve
(appartenente alla comunità protestante presbiteriana), specializzata nella pubblicazione di testi religiosi, a cominciare dalla Bibbia, si è consumata, prima in silenzio, poi fra le grida di chi cercava di sottrarsi alla carneficina, una tragedia. Il direttore della Zirve, intervistato dalla Cnn turk, ha detto che in passato erano state ricevute minacce, ma che non si sapeva da dove provenissero. In realtà, quelle minacce non erano state denunciate, perché non ve n'è traccia negli archivi delle forze di sicurezza.
I cinque assassini, tutti studenti universitari, sono partiti per la loro missione portando ciascuno, in tasca, una lettera con l'identico messaggio: «Siamo cinque fratelli. Andiamo a morire. Forse non torneremo più». Messaggio che rivela l'affiliazione del commando a uno dei gruppi dell'estremismo islamico turco, forse legati al locale «Hezbollah», che però non ha alcun legame con l'omonimo partito di dio libanese, e che fra le macabre pratiche di assassinio contempla appunto l'utilizzo del coltello per tagliare la gola alle vittime; ma potrebbero anche non essere lontani dal partito della Grande Unione, una formazione che raggruppa dissidenti del movimento nazionalista di estrema destra dei Lupi grigi, ora alleati con i fanatici dell' Islam. Insieme sostengono che la priorità è appunto la religione nazionale, non certo il laicismo.
Quando la polizia è arrivata e ha dato l'assalto all'edificio, due impiegati, che ancora lottavano con gli assassini sono stati portati all'ospedale, dove si trovano in gravi condizioni. I cinque sedicenti «martiri», in realtà, non avevano poi tanta voglia di morire, se quattro di essi sono stati subito catturati mentre il quinto, probabilmente il capo del commando, si è lanciato dalla finestra. Un salto di tre piani. È ricoverato con fratture craniche.
Sull'interrogatorio dei compici non è ancora trapelato nulla. Si cercano soprattutto i mandanti, considerato il messaggio contenuto nella lettera che avevano in tasca gli assassini.
Una situazione estremamente imbarazzante per la polizia turca e soprattutto per il governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan, che ieri sera ha definito la strage «una barbarie».
«Qualcosa di pericoloso si sta muovendo in Turchia», ha detto il vicario apostolico cattolico Luigi Padovese. Il vescovo, sotto la cui giurisdizione si trova la regione di Malatya, ha precisato che la casa editrice Zirve non appartiene alla chiesa cattolica, e ha segnalato il reiterato e gravissimo rischio rappresentato da questi gruppi di fanatici, che stanno danneggiando seriamente la Turchia. Paese che, durante la recente visita di Benedetto XVI, aveva mostrato al Papa una convincente immagine di tolleranza.
Che esista una strategia di un pugno di estremisti, pronti a tutto pur di colpire le minoranze — tutte le minoranze — del Paese, è fuor di dubbio. Com'è fuor di dubbio che quasi tutti gli episodi di violenza sono maturati nelle regioni dell'Est, covo sia dei nazionalisti sia dei fanatici dell'Islam. I cattolici sono stati colpiti con l'assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda, nel febbraio 2006, e con il ferimento di un sacerdote francese a Samsun; di Malatya era originario il giornalista armeno Hrant Dink, ammazzato a Istanbul. Ieri sono stati colpiti i protestanti, con l'accusa — probabilmente a questo si riferivano le minacce ricevute in precedenza dalla casa editrice Zirve — di fare proselitismo.
Un'accusa insultante, e davvero risibile in un Paese dove tutte le minoranze cristiane (siriaci, ortodossi, cattolici, protestanti e armeni) arrivano a malapena all'uno per cento della popolazione, mentre il restante 99 per cento è composto da musulmani.

Il Corriere della sera, 19 aprile 2007


IL PORTAVOCE DEI VESCOVI
«Un'esplosione di violenza che ci sconvolge Occorre più prudenza nel portare la fede»

LUIGI ACCATTOLI

ROMA — «Sono piccoli gruppi violenti che fanno molto male all'immagine della Turchia e si oppongono al suo ingresso nell'Unione Europea. Il popolo non approva queste azioni, che sono condannate da tutti»: parla così Georges Marovitch, cittadino turco di origine albanese, portavoce dei sei vescovi cattolici che vivono in Turchia.

Monsignore, come valuta questo eccidio?

«Siamo sconvolti, come lo fummo per l'uccisione di don Andrea Santoro e del giornalista armeno Hrant Dink. A ogni esplosione di violenza è come se venisse messo in discussione tutto il lavoro per il dialogo che si viene svolgendo».

Lei ha informazioni di primamano sull'avvenimento?

«Sappiamo ancora poco, le indagini sono ai primi passi. Abbiamo capito che le persone che sono state uccise facevano parte di un gruppo a matrice protestante, che va facendo diffusione della Bibbia per le strade in mezzo alla popolazione musulmana e questo irrita fortemente i nazionalisti e fondamentalisti turchi».

Lei sembra parlare con qualche riserva del gruppo che è stato attaccato...

«Noi cattolici ovviamente siamo solidali con chi è vittima della violenza e anche in questo caso lo siamo. Ma a quanto pare si tratta di uno di quei gruppi che svolgono una propaganda biblica in ambienti dove non ci sono cristiani, offrendo i Vangeli ai musulmani e provocando la loro reazione. Ed ecco che i gruppi fanatici reagiscono dicendo: "Che andate facendo? Perché cercate conversioni tra noi, noi crediamo in Allah, andate piuttosto dai pagani a fare il vostro proselitismo"».

Voi cattolici non vi comportate così?

«No, assolutamente! Noi come anche gli ortodossi e le Chiese protestanti storiche non andiamo in mezzo ai musulmani a svolgere attività di propaganda, ma lavoriamo con la piccola minoranza cristiana e dagli altri ci facciamo conoscere con le scuole e i centri caritativi, non con le uscite per la strada».

Lei ritiene che ci vorrebbe un atteggiamento più discreto anche da parte dei gruppi evangelici...

«Ci vorrebbe molta più prudenza. Occorre conoscere la sensibilità e l'orgoglio storico del popolo turco. È fondamentale il rispetto dei sentimenti».

Come fa lei a dire che la violenza degli estremisti non è condivisa dal popolo?

«Ne abbiamo continue testimonianze. Lo abbiamo visto anche nel caso dei genitori dell'attentatore di don Santoro, che hanno voluto salutare il cardinale Ruini quando è venuto in Turchia nell'anniversario della morte di quel sacerdote».

Che risultato ha dato la visita del Papa?

«Veramente ottimo. Prima della sua venuta il grido degli estremisti era molto più forte. Egli con i suoi gesti ha conquistato molti cuori, in particolare facendo visita nella sua residenza al presidente per gli Affari religiosi e fermandosi in raccoglimento in direzione della Mecca nella Moschea blu di Istanbul. Quando abbiamo fatto visita al Mufti di Istanbul per portargli le foto della visita, ci ha detto che la venuta di Benedetto XVI aveva aiutato a "dimenticare il passato" — cioè le incomprensioni venute dopo la lectio di Ratisbona — e aveva aperto la possibilità di una "nuova collaborazione"».

Il Corriere della sera, 19 aprile 2007


Chiusa una redazione, sospeso dall'ordine dei giornalisti
Telepace, due mesi di stop al direttore don Todeschini

ROMA — Non era mai successo prima. Un sacerdote italiano direttore di una televisione è stato sospeso dall'Ordine dei giornalisti per violazione dell'etica professionale. Monsignor Guido Todeschini, che guida da anni l'emittente legata al Vaticano Telepace, volto storico e apprezzato dal pubblico televisivo della Santa Sede, per due mesi dovrà astenersi dal dirigere il lavoro della sua emittente in seguito a una sanzione disciplinare decisa dall'Ordine dei giornalisti del Lazio.
Che cosa farà la tv, visto che temporaneamente Todeschini non potrà «firmare» il palinsesto? Dovrà sospendere le trasmissioni? O ci sarà qualche altro giornalista che lo sostituirà negli obblighi che un direttore ha in base alla legge sulla stampa? E Todeschini, potrà partecipare come «inviato» al seguito del Papa nel prossimo viaggio in Brasile dal 9 al 14 maggio? Lui, il monsignore, afferma che su quel volo ci sarà. È «l'unica cosa certa», dice. Per il resto non commenta la decisione dell'Ordine, che non gli sarebbe stata ancora notificata («Non ne so niente»).
Ma che la sanzione ci sia è un fatto certo, perché l'Ordine ha pubblicato sul suo sito internet questo comunicato: «Il consiglio ha esaminato l'esposto dei giornalisti di Telepace nei confronti del direttore Monsignor Guido Todeschini. Dopo aver ascoltato a lungo sia i giornalisti interessati che il direttore dell'emittente, il Consiglio ha deciso di comminare una sanzione disciplinare al direttore Todeschini». Che, secondo indiscrezioni, sarebbe appunto la sospensione di due mesi. Nessun altro commento vuole fare in proposito il Presidente dell'Ordine del Lazio, Bruno Tucci. Anche i giornalisti di Telepace, a partire dal più combattivo, Piero Schiavazzi, attendono di vedere cosa avverrà.
Don Todeschini, è accusato di aver sciolto arbitrariamente la redazione romana dell'emittente, dopo che i giornalisti avevano rivendicato il rispetto dei diritti contrattuali e sindacali. La vicenda di Telepace si trascina ormai da anni, ma è precipitata da quando Todeschini ha deciso di chiudere la redazione romana licenziando quattro giornalisti, dopo che un'ispezione del ministero del Lavoro e dell'Istituto di previdenza dei giornalisti aveva accertato un'evasione di 70 mila euro di contributi, comminando una sanzione pecuniaria di 20 mila euro. In seguito erano stati presentati all'Ordine cinque esposti contro il direttore. Del caso si sono occupati anche Camera e Senato.

Il Corriere della sera, 19 aprile 2007


Il Consiglio d’Europa: «Siamo costernati»

di Redazione

Bruxelles. Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis, si è dichiarato «scioccato» dalla notizia dell’attacco avvenuto a Malatya, nella parte centro-orientale della Turchia, contro una casa editrice specializzata in pubblicazioni cristiane, costato la vita a tre persone. «Sono inorridito da questo crimine e provo nient’altro che disprezzo per i responsabili. Confido che le autorità turche faranno di tutto per assicurare alla giustizia le persone responsabili di questo delitto», afferma Davis in una nota. Una delle tre vittime è un cittadino tedesco e il ministro degli Esteri di Berlino, Frank Walter Steinmeier, ha espresso l’augurio che le autorità turche stabiliscano con chiarezza le circostanze che hanno portato all’uccisione dei tre e che arrestino al più presto gli assassini.

Il Giornale, 19 aprile 2007



Il giallo in una “velina” del Vaticano

MARCO TOSATTI

CITTÀ DEL VATICANO
Il «caso» Pio XII potrebbe essere arrivato a una svolta clamorosa: un giovane studioso, Sandro Barbagallo, dichiara di aver visto con i suoi occhi la prova dell’impegno di papa Pacelli a favore degli ebrei perseguitati dai nazisti, sotto forma di una direttiva vaticana.
«Quella “direttiva” - ci ha detto - proveniva dalla Segreteria di Stato ed era una semplice “velina”, in cui si raccomandava, per volere di Pio XII, di prestare aiuto, assistenza e rifugio, secondo le proprie possibilità, a quanti più ebrei fosse possibile». Barbagallo l’ha vista perché è in possesso di un monsignore, particolarmente devoto alla memoria di Pio XII, che l’ha ricevuta molto tempo fa da una suora di un’ordine presente a Roma. Il giovane studioso, che conosce bene il modo in cui sono organizzati gli archivi della Segreteria di Stato della Santa Sede, è sicuro che il cardinale Tarcisio Bertone, che ha accennato alla «circolare» en passant due giorni fa, ne debba avere preso visione. «È impossibile che in archivio non ci sia l’originale. Tutto ciò che c’è “fuori” è in originale “dentro”. Questo vale per le Bolle del Cinquecento come per i Brevi di oggi... Se il cardinal Bertone si espone con una data, lo fa perché ha delle certezze».
In realtà, di queste circolari che davano disposizioni affinché gli ebrei fossero salvati e aiutati, si aveva già avuto notizia; ma non si è mai potuto disporre di un documento scritto. Un sacerdote di Assisi, don Aldo Brunacci, scomparso pochi mesi fa, ha dichiarato più volte di avere visto nelle mani dell’allora vescovo di Assisi, monsignor Nicolini, una circolare del Vaticano che chiedeva a nome del Papa di dare assistenza alle famiglie ebraiche, datata 16 settembre 1943. Più di recente, la rivista Trenta giorni ha pubblicato pagine del diario di un monastero di clausura femminile di Roma. L’anonima redattrice, una suora agostiniana del Monastero dei Santi Quattro Coronati, parla esplicitamente di un «ordine» di papa Pacelli: «In queste dolorose situazioni il Santo Padre vuol salvare i suoi figli, anche gli ebrei, e ordina che nei monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati. Anche le clausure debbono aderire al desiderio del Sommo Pontefice e, col giorno 4 novembre, noi ospitiamo fino al 6 giugno successivo le persone qui elencate...».
Si attende a questo punto che la Santa Sede faccia seguito alle dichiarazioni del Segretario di Stato con una rivelazione che potrebbe modificare il clima dei rapporti fra Vaticano e Israele.

La Stampa, 19 aprile 2007


Ebrei, c’è una velina che discolpa Pio XII

ARRIGO LEVI

E’ davvero singolare, quasi stupefacente, che la rivelazione dell’esistenza di una «direttiva» di Pio XII che invitava il clero cattolico «ad ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, ad aprire gli istituti o anche le catacombe», sia avvenuta per un concatenamento di circostanze quasi casuali: che imporrebbero però, dopo un completo accertamento dei fatti, la riscrittura di innumerevoli testi storici – compreso quello ospitato al «Yad Vashem» di Gerusalemme – che giudicavano colpevole e ingiustificabile il silenzio del Papa di fronte alla Shoah.

Nel volume I Giusti d’Italia, che raccoglie le storie dei 400 e più italiani non ebrei insigniti del titolo di «Giusti tra le Nazioni» (è un libro che vorremmo diventasse testo di lettura obbligatoria in tutte le scuole italiane: ogni storia, scelta a caso, apre l’animo a una incredibile commozione, ridà fiducia nell’umanità), la più importante studiosa italiana dell’argomento, Liliana Picciotto della Fondazione Cdec di Milano, scriveva, a proposito dell’aiuto prestato dagli ecclesiastici agli ebrei perseguitati: «La carità cristiana fu dispiegata durante la guerra in maniera non specifica nei confronti degli ebrei, ma sicuramente in maniera speciale, per motivi di quantità e di particolare allarme per le loro vite. Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestati da esponenti o semplici iscritti ad Azione Cattolica fu di tali proporzioni da assumere un aspetto corale, significativo sul piano ideale ma anche sul piano semplicemente dei rapporti affettivi tra le persone coinvolte. Non pensiamo che per questa opera fosse necessaria una specifica direttiva papale».
Effettivamente, la direttiva non era necessaria. L’aiuto fu dato, in innumerevoli casi, spontaneamente, da persone che certo non rispondevano a una «direttiva papale». Ma, a quanto pare, la direttiva ci fu. Solo che la Santa Sede non l’aveva finora mai resa nota. Lo ha fatto soltanto ieri, con una brevissima dichiarazione del Segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, e a questo si è giunti quasi per caso. Un giovane, apprezzato studioso italiano di storia dell’arte, Sandro Barbagallo, a suo tempo diplomato in archivistica alla Scuola dell’Archivio segreto vaticano (col diploma n. 1881; la Scuola esiste, fra l’altro, dal 1881), ascoltando due giorni fa un dibattito radio in cui si discuteva su Pio XII, e la disputa fra lo Yad Vashem e il nunzio papale a Gerusalemme, chiede la parola e dice: «Io ho una velina di una direttiva papale, inviata a tutti gli istituti religiosi, l’ho vista personalmente» (anche se non negli Archivi segreti vaticani).
È stato ascoltato, e vivamente incitato da chi scrive a dire qualcosa di più. Ha consultato un’alta personalità in Vaticano. Il risultato è stato una notizia di 17 righe, titolo a una, apparsa ieri su un solo giornale italiano, che citava la frase sopra riferita del cardinale Bertone, e indicava la data della direttiva, anzi della «circolare»: il 25 ottobre 1943. Attenti alle date: la retata del ghetto di Roma avviene il 16 ottobre. Vennero arrestati, e deportati in Germania, 1023 ebrei. Morirono quasi tutti ad Auschwitz. In tutta Italia vivevano allora circa 32.300 ebrei. Ne furono deportati 6806, identificati; circa 1000 non identificati. Di nuovo, morirono quasi tutti nei campi di sterminio; 322 furono uccisi in Italia prima della deportazione. Gli oltre ventimila ebrei italiani (e non solo italiani) sopravvissuti dovettero la salvezza a uno stuolo immenso di «Giusti»: della maggior parte di loro non conosceremo mai il nome.
Il testo dello Yad Vashem (fondato, occorre dirlo, su tutta la documentazione finora resa nota; allo Yad Vashem viene peraltro reso un generoso riconoscimento ai «Giusti» italiani, molti di loro religiosi, alcuni dei quali pagarono con la vita la loro generosità), dopo avere criticato il Papa per la mancanza di reazioni alle persecuzioni naziste degli ebrei, si concludeva con le parole: «Il suo silenzio e l’assenza di direttive costrinse i sacerdoti in Europa a decidere ciascuno per suo conto su come reagire». Senza voler rimettere in discussione il silenzio pubblico di Pio XII (il silenzio ci fu), e le sue motivazioni, si deve ora registrare l’esistenza, a quanto sembra, di una direttiva ancorché riservata. In Vaticano, chi ricorda quei giorni fa presente che si riteneva possibile, qualora ci fosse stata una pubblica condanna papale dell’arresto e deportazione degli ebrei, che i nazisti occupassero la Città del Vaticano. E naturalmente, non sarebbero stati più rispettati i luoghi di rifugio religiosi di ebrei, in Italia o altrove. È noto che la stessa Città del Vaticano accoglieva in quei giorni rifugiati ebrei (in almeno un caso, che riguardava persona di famiglia, ne ebbi testimonianza diretta), così come rifugiati politici. Citiamo una prefazione di Andrea Riccardi, storico di grande prestigio, a un volume di Alessia Falifigli intitolato Salvati nei conventi, in cui si dice fra l’altro: «Il 25 ottobre del ’43 la Segreteria di Stato invia un cartello, da me ritrovato negli archivi del Vicariato di Roma, scritto in italiano e in tedesco, sormontato dalle Chiavi Pontificie, in cui si legge: “Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizione e requisizione”».
Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un «puzzle» di cui mancano alcuni pezzi. Gli storici giudicheranno, in attesa che la Santa Sede renda nota ufficialmente la «direttiva», il suo testo e il modo in cui venne diffusa. Una più ampia informazione ci sembra oramai indispensabile. Io preferisco invitare il lettore all’acquisto e alla lettura del volume I Giusti d’Italia, pubblicato da Mondadori nel gennaio dello scorso anno, aperto da un messaggio del Presidente Ciampi e con una prefazione dell’allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini.

La Stampa, 19 aprile 2007

Vedi anche:

Rassegna stampa del 16 aprile 2007