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7 gennaio 2008

BENEDETTO XVI E IL MONDO: NOTA SETTIMANALE SIR


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BENEDETTO XVI E IL MONDO: NOTA SETTIMANALE SIR

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.

Sono in pratica ormai 180 gli Stati con cui a diverso titolo la Santa Sede intrattiene relazioni diplomatiche. E come sempre all’inizio dell’anno l’incontro con gli ambasciatori accreditati è stata l’occasione per un discorso di ampio respiro, in cui il Papa ha passato in rassegna tutti i problemi - e le speranze - dell’orizzonte geo-politico planetario. Fin dentro l’Europa. Non ha mancato il Papa di ricordare che ancora vi sono focolai di divisione e di tensione, il Kosovo, per cui si attende una soluzione che tenga conto delle legittime rivendicazioni delle parti e Cipro, ancora divisa. Ma si rallegra perché è stato positivamente rilanciato il processo di sviluppo istituzionale dell’Unione.
Una “casa Europa” che Benedetto XVI ha ribadito “sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane”.
Il punto, la preoccupazione, è sempre soprattutto sui temi di fondo, quelli che attengono i fondamenti, i valori, i principi, tanto più nell’anno che si apre, il sessantesimo della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il Papa andrà a New York tra pochi mesi e ha ribadito che “in tutti i continenti la Chiesa cattolica si impegna affinché i diritti dell’uomo siano non solamente proclamati, ma applicati”. È una questione cruciale, quella dei diritti fondamentali.

I diritti non sono una sorta di minimo comune relativistico. Piuttosto sono “fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana”.

Ecco che il Papa disegna così un percorso: la vita umana, la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, la libertà religiosa. Tre capisaldi dell’umanità che per diversi aspetti sono oggetto oggi di attacchi subdoli o aperti.
La sicurezza e la stabilità del mondo, osserva il Papa con realismo, rimangono fragili. Hanno bisogno di un fondamento, che laicamente Benedetto XVI riafferma essere Dio. È il cuore del suo discorso, quando ricorda che la libertà umana non è assoluta, che si tratta di un bene condiviso, di conseguenza l’ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. “Ma il diritto - osserva il Pontefice - può essere efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore”. Non si può mai escludere Dio dalla storia, ribadisce Benedetto XVI. Sta qui, ripete con convinzione, la radice e la garanzia del dialogo, della giustizia, della pace.
È la logica del discorso di Ratisbona, che guarda in profondità e che chiama al dialogo, al confronto, tra le religioni e le culture, senza relativismi e sincretismi, ma nell’autenticità, solidamente ancorata a ciò appunto che è “permanente e essenziale alla persona umana”. È la strada del futuro.

© Copyright Sir

20 dicembre 2007

Moratoria della pena di morte: lo speciale de "L'Osservatore Romano"


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Intervista al cardinale Renato Raffaele Martino dopo l'approvazione della moratoria della pena di morte

Una battaglia con tutta la Chiesa in prima linea

Pierluigi Natalia

Non ci sono toni trionfalistici nelle considerazioni che il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della pastorale per i Migranti e gli Itineranti, fa con il nostro giornale dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea generale dell'Onu della moratoria sulla pena di morte. La considerazione di "una tappa certo significativa, ma non conclusiva di quella che è comunque una battaglia di civiltà" nell'analisi del cardinale si accompagna alla riflessione - e al monito - di "non considerare l'impegno per la vita scomponibile per settori, praticabile su alcuni aspetti e non su altri". Il cardinale sottolinea che "l'impegno dei cattolici, in politica e in diplomazia come nell'associazionismo, ha nel riconoscimento del valore assoluto della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, un principio ispiratore che non consente di esultare per un passo positivo senza interrogarsi - e senza interrogare - sugli obiettivi non ancora raggiunti, o peggio negati".

Eminenza, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato la moratoria sulla pena di morte. È il momento di fermarsi e di festeggiare?

Sono contento di questo risultato. È comunque un importante passo in avanti, anche se certo si trattava, fortunatamente, di un voto abbastanza scontato avendo la commissione già espresso il suo sì. Ma sono soddisfatto a metà, pienamente soddisfatto potrò esserlo soltanto quando la pena di morte sarà abolita dappertutto e del tutto.

Eppure il consenso è stato ampio. Una maggioranza all'Onu c'è stata, dopo i due tentativi falliti negli anni Novanta. Possiamo parlare di cultura della vita che si afferma in campo giuridico?

Per ora siamo a una dichiarazione d'intenti, certo importantissima, ma non automaticamente destinata a tradursi in applicazioni concrete. Dobbiamo vedere se quelli che hanno votato contro si asterranno dal praticare l'esecuzione capitale, cosa sulla quale ho molti timori. Inoltre, si sono astenuti 29 Paesi, per considerazioni a mio avviso più di geopolitica e di alleanze che di merito sulla questione. Non solo, quindi, non c'è un consenso generale, ma come spesso accade interessi specifici e contingenti minacciano di prevalere su visioni ideali, politiche di corto respiro possono imporsi su politiche "alte", politiche nel senso proprio e nobile del termine. Certo, come dice lei, è stato finalmente raggiunto un consenso maggioritario sulla moratoria e dunque una maggioranza c'è. Ma chi ha lavorato per questo obiettivo deve essere incoraggiato a non dedicare troppo tempo al compiacimento e a rilanciare subito gli sforzi per arrivare al traguardo finale, l'abolizione completa. Il cammino del quale lei parla è lungo.

In questa azione è certo stata in prima linea l'Italia. Sulla stampa italiana, tra l'altro, si sottolinea il successo di una battaglia attribuita in prevalenza ai radicali. È così?

Chiunque si sia impegnato in questa direzione ha portato il suo contributo e un plauso può essere rivolto al Governo italiano. L'idea di attribuire la parte preponderante di questo contributo ai radicali mi sembra però almeno eccessiva. Certo non è stato minoritario quello offerto dalla Chiesa, sia nel magistero pontificio e nelle sue componenti istituzionali, compreso soprattutto il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, sia nell'immenso impegno dell'associazionismo cattolico che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa. In questo caso della moratoria sulla pena di morte viene da citare ovviamente la Comunità di Sant'Egidio, che ha fatto azione di sensibilizzazione in tutto il mondo, con una buona visibilità internazionale. Ma dobbiamo ricordare che ci sono tante altre realtà cattoliche, movimenti, associazioni, organizzazioni diocesane - troppo numerosi per citarli tutti - che con una costante azione educativa, di assistenza e di testimonianza, assumono da sempre l'impegno di servire l'uomo e di tutelare i diritti umani, a partire dal primo di essi, quello alla vita.

Tuttavia questo contributo cattolico non sembra trovare il riconoscimento del quale godono altre espressioni della società. Lei ha rappresentato per anni la Santa Sede all'Onu e da anni guida dicasteri vaticani particolarmente impegnati in campo sociale e politico. Che idea si è fatta dei motivi di questo mancato riconoscimento?

Il motivo è esattamente quello che dicevo prima. I cattolici, in politica e in diplomazia come nell'associazionismo, hanno nel riconoscimento del valore assoluto della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, un principio ispiratore che non consente di esultare per un passo positivo senza interrogarsi sugli obiettivi non ancora raggiunti, o peggio negati. Senza interrogarsi e senza interrogare. I cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile. Penso all'uso disinvolto della guerra. Penso alla mancata tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. Ma l'esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati. I fatti, non solo i princìpi, ci dicono che l'aborto non è il tanto strombazzato male minore a difesa della donna, ma un sistematico, persino selettivo strumento di mercificazione dell'uomo. Basti pensare che numerosi rapporti confermano come in alcuni Paesi l'aborto sia un mezzo per far nascere bambini maschi e di sopprimere le bambine, considerate meno "remunerative".

Si sta riferendo solo a prassi spaventose o anche a corpi legislativi?

Le une e gli altri. Vi sono nel mondo tanti Paesi che si definiscono Stati di diritto. Poi nelle loro legislazioni discriminano pesantemente proprio la categoria più debole e senza difesa: il nascituro. È da sottolineare che c'è una sorta di schizofrenia in quanti al nascituro riconoscono specifici diritti -ad esempio in materia ereditaria, ma ce ne sono altri - e poi gli negano il diritto principale, quello di vivere.

(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2007)


Secondo Ban Ki-moon si è trattato di una decisione coraggiosa della comunità internazionale

La moratoria della pena di morte primo passo di un cammino in difesa della vita

NEW YORK, 19.
Non ha forza vincolante, ma è un provvedimento dal forte peso politico la risoluzione sulla moratoria della pena di morte approvata ieri dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. I voti a favore sono stati centoquattro, cinquantaquattro quelli contrari e ventinove le astensioni. In novembre, quando la moratoria era stata approvata dalla terza commissione dell'Assemblea, quella competente in materia di diritti umani, i voti a favore erano stati novantanove. I Paesi favorevoli alla pena di morte sono un gruppo composito di Nazioni tra le quali figurano gli Stati Uniti, la Cina, l'India, il Giappone, la Libia e l'Iran. I Paesi più grandi hanno però taciuto nel breve dibattito che ha preceduto il voto dell'Assemblea generale. Hanno invece preso la parola - oltre a Singapore, che storicamente guida il gruppo di Paesi che si pronunciano a favore dell'uso della pena di morte - gli ambasciatori di piccoli Paesi: il rappresentante di Antigua e Barbuda, che ha parlato anche a nome di altre nazioni caraibiche, ha ad esempio definito la moratoria "poco bilanciata" e contraria alla legge internazionale e ha preannunciato il voto contrario, nonostante che il suo Paese da dieci anni non applichi più la pena capitale che pure è presente nel suo ordinamento.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha definito l'approvazione della risoluzione sulla moratoria una decisione coraggiosa della comunità internazionale. Michelle Montas, la portavoce del Segretario generale, ne ha riferito una dichiarazione nella quale si dice "particolarmente incoraggiato dal sostegno espresso per questa iniziativa da tante diverse regioni del mondo". Secondo Ban Ki-moon, questo è un altro segno di una tendenza verso l'abolizione della pena di morte che trova sempre più adesioni.
Il risultato è frutto, come noto, di un'azione diplomatica internazionale che ha visto il Governo italiano in un ruolo di capofila. "La decisione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite di dire di sì alla moratoria sulla pena di morte nel mondo è un premio alla paziente opera diplomatica dell'Italia che ha svolto un ruolo importante con una scelta intelligente, perché è riuscita a coinvolgere tutto il mondo, non soltanto l'Europa", ha dichiarato l'arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Monsignor Migliore ha ribadito la soddisfazione della Santa Sede e ha sottolinea il plauso per l'Italia "riuscita in un impegno su scala globale, fondato su un gioco di squadra e la ricerca di un consenso allargato, che hanno consentito di centrare il risultato sperato, e peraltro con un numero di voti confortante, positivo".
Dopo questo voto, secondo monsignor Migliore, si può parlare di "una maturazione nel senso dell'importanza del valore della vita". "C'è stata una maturazione su questo punto - ha affermato -. La Santa Sede ha sostenuto con forza questo tema perché si tratta di un passaggio fondamentale nell'intento di aprire un dibattito più ampio. Noi abbiamo insistito molto e continuiamo a farlo affinché il tema della pena di morte sia inserito in un quadro più ampio, di promozione e difesa della vita in tutte le sue fasi, in tutti i suoi momenti, dal concepimento al suo termine naturale". "Credo - ha concluso l'Osservatore permanente della Santa Sede - che questa maturazione debba ancora progredire e far dei passi importanti in una visione dell'uomo che ne contempli ogni aspetto, ogni momento".
Soddisfazione unanime è stata espressa in Italia, soprattutto perché il voto dell'Assemblea generale dell'Onu sottolinea il buon esito di un lungo lavoro diplomatico che ha visto proprio il Governo italiano impegnarsi, per moltissimi mesi e su tutti gli scacchieri internazionali, per rinfoltire le fila dei Paesi contrari alla pena di morte.
Si è trattato di un segnale storico per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il quale Italia ed Europa hanno fortemente voluto la moratoria. "Il successo di questa fondamentale azione - ha affermato il Presidente Napolitano - è dovuto all'impegno del Parlamento, del Governo, del ministro degli Esteri, della rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite nonché della società civile italiana, che l'ha sostenuta in tutte le sue tappe".
Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha parlato di giornata storica e di motivo di orgoglio per l'Italia che per prima ha promosso l'iniziativa, presto trasformatasi in una grande coalizione internazionale per il diritto e la dignità delle persone.
Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, presente a New York per il voto al Palazzo di Vetro, ha detto che all'Onu adesso c'è una coalizione maggioritaria che si batte contro la pena di morte. "Il risultato di oggi - ha affermato - è soltanto una tappa in vista di un lavoro da fare per l'applicazione della risoluzione, anche in vista dell'abolizione".
Soddisfazione per l'approvazione della risoluzione è stata espressa anche dal principale leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi. "È stata una lunga battaglia - ha affermato - per la quale ci siamo impegnati fin dal 1994. Ed è una vittoria storica per tutti i cittadini del mondo".

(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2007)

19 dicembre 2007

Appello, ora la moratoria per l’aborto (di Giuliano Ferrara)


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Appello, ora la moratoria per l’aborto

C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti

Giuliano Ferrara

Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la
sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio.
La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri.
Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore.
E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica.
Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.


© Copyright Il Foglio, 19 dicembre 2007

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L'ONU approva la moratoria della pena di morte. Soddisfatta la Santa Sede che rilancia: ora un impegno internazionale per la difesa globale della vita

Grande soddisfazione della Santa Sede per lo storico voto di ieri al Palazzo di Vetro di New York: l'Assemblea generale dell'ONU ha approvato la risoluzione per la moratoria universale della pena di morte: 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti. Una risoluzione che tuttavia non è vincolante. I Paesi che vogliono conservare la pena capitale sono dunque netta minoranza: tra questi la Cina, l'Iran, il Pakistan, l'Iraq, il Sudan e gli Stati Uniti. Da parte sua la Santa Sede auspica adesso un impegno internazionale per la difesa della vita a 360 gradi, a partire dal concepimento, cioè dalla vita innocente. Ascoltiamo, il commento dell’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. L’intervista è di Isabella Piro:

R. – La Santa Sede accoglie con soddisfazione i risultati della votazione in Assemblea generale, che registrano cinque voti in più a favore di questa Risoluzione. Credo che l’Italia abbia svolto un ruolo importante e facendo una scelta intelligente, perché è riuscita a coinvolgere tutto il mondo e non soltanto l’Europa. L’obiettivo era quello di un impegno su scala globale. Dal punto di vista del metodo e della procedura è stato un buon successo, perché senza l’intervento della diplomazia di tutto il mondo si sarebbe rischiato di compromettere l’esito del confronto, mentre il gioco di squadra e la ricerca di un consenso allargato hanno permesso di ottenere un numero di voti confortante e positivo.

D. – Si può, quindi, dire che c’è stata una maturazione nei confronti del valore della vita?

R. – C’è stata una maturazione su questo punto. La Santa Sede ha sostenuto con forza questo tema, perché rappresenta un passaggio fondamentale nell’intento di aprire un dibattito più ampio. La nostra posizione è decisa: noi abbiamo insistito molto e continuiamo a farlo, affinché il tema della pena di morte sia inserito in un quadro più ampio di promozione e di difesa della vita in tutte le sue fasi, in tutti i suoi momenti, dal concepimento al suo termine naturale. Credo che questa maturazione debba ancora progredire e fare dei passi importanti in una visione dell’uomo che ne contempli ogni aspetto ed ogni momento.

D. – Può essere un primo passo per l’abolizione definitiva della pena di morte?

R. – Ovviamente queste sono decisioni che verranno poi maturate nei diversi contesti nazionali che, per cultura divergono l’uno dall’altro. Certamente questa Risoluzione lancia un segnale molto importante e sarà un punto di riferimento nei dibatti nazionali, ma sarà un punto di riferimento anche per i Parlamenti e per i legislatori nazionali che, sempre di più, quando si tratta di legiferare terranno un occhio sulle indicazioni e sugli orientamenti delle Nazioni Unite.

In prima linea nella lotta contro la pena di morte è impeganta da tanti anni la Comunità di Sant’Egidio. Francesca Sabatinelli ha raggiunto a New York, subito dopo il voto il portavoce della Comunità, Mario Marazziti:

R. – E’ un cambiamento storico, perché fissa un nuovo standard morale della giustizia e anche della punizione del crimine, una giustizia che sa sempre rispettare la vita. Rimarca un cambiamento che è accaduto nella società, nel nostro mondo. Rimarca i passi in avanti di una cultura della vita. Oggi, una grande parte del mondo sente che la pena di morte amministrata dallo Stato è intollerabile, come in passato ha capito che era intollerabile sia la schiavitù che la tortura. Si comincia da qui.

D. – Mario Marazziti, ci sono voluti 15 anni e anche delle amare sconfitte prima di arrivare a questo punto. La comunità di Sant’Egidio era ottimista?

R. – Era ottimista anche 15 anni fa, perché questa è la direzione in cui va il mondo. Se guardiamo agli ultimi venti anni, più di 50 Paesi hanno cambiato: dal fronte che usava la pena di morte al fronte abolizionista. Noi abbiamo lavorato perché si costruisse un fronte unitario e nascesse una grande coalizione mondiale contro la pena di morte e pian piano si affermasse questa cultura della vita. E poi abbiamo lavorato con tanti Paesi proprio nel passaggio per rinunciare alla pena di morte e l’abbiamo finito.

D. – Questa moratoria non è vincolante. Voi pensate che, comunque, inciderà moralmente su quei Paesi che ancora utilizzano la pena capitale?

R. – Senz’altro segna un punto da tenere presente per tutti i Paesi. Diventa più imbarazzante non tenere presente questa sensibilità del mondo. In realtà, quello che accade è che la pena di morte non è più una questione solo interna ai vari Paesi. E’ una questione che ha una valenza per i diritti umani. Questo significa la dichiarazione dell’Assemblea generale approvata all’ONU. Che cosa vuol dire? Vuol dire che da ora in poi l’ONU stesso deve monitorare anno dopo anno come si implementino i principi di questa risoluzione e diventa una questione della comunità internazionale e non solo di chi lavorava e lavora e continuerà a lavorare, come la Comunità di Sant’Egidio, su questo terreno.

© Copyright Radio Vaticana

10 dicembre 2007

Benedetto, il Papa che ha smascherato il male (Farina per "Tempi")


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Il Papa che ha smascherato il male

Quello che Ratzinger non perdona all'Onu e al club sovranazionale dei paladini della purezza e della scienza è il peccato contro lo Spirito, il più grave. Negare non solo la verità, ma la possibilità stessa che ce ne sia una

di Renato Farina

Caro direttore,
Vorrei parlare con te e i tuoi lettori di una persona che ci sta molto a cuore. Lo faccio su Tempi, perché so che qui mi capirete di più. Ho paura che provino presto a eliminarlo. Non penso soltanto moralmente, ma proprio fisicamente.
Nessuno come lui aveva mai osato tanto. Non si è messo solo contro i cattivi, ma anche contro i capi dei "buoni". Quest'uomo si chiama Joseph Ratzinger. Non scrivo "il Papa" o "Benedetto XVI". Sia chiaro: lo riconosco per tale, dico grazie a Dio che ce lo ha dato e scaglierei fulmini e anatemi su quanti ce lo vogliono togliere.
Però qui invito a vederlo spogliato dalla sua veste bianca, dalla sua autorità di pontefice e dalle solennità vaticane. Oggi egli è inerme, abbandonato da tutti, stanno contando tutte le sue ossa. Egli è davvero l'"alter Christus", il povero di cui parla il Vangelo e profetizzava Isaia, l'uomo post-moderno che è stato guarito dalla lebbra e torna festante da Gesù, come un mendicante contento, a ringraziarlo, e mette tutta la sua fede in Lui. Conosce Cristo, gli è amico, nulla si può desiderare di più, per questo rischia. Conosce l'umanità di Cristo, la sua pietà per il popolo, lo ha visto piangere per la donna di Nain e per la folla in riva al lago senza pastore, per Gerusalemme, per Lazzaro, e poi ridere ai bambini e a Zaccheo.
Joseph Ratzinger si comporta come il pescatore di Galilea: il Papa è un uomo, non un simbolo, Pietro era un semplice uomo. Allo stesso modo che Dio non è un Concetto sopra le nubi ma un Uomo ferito nel cui costato un tale incredulo ha infilato la mano. Ratzinger vede la realtà avendo negli occhi lo stesso sguardo che ha sentito e sente amoroso su di sé. Egli ripete argomentando e pungendo due parole su Cristo incarnazione di Dio: amore e speranza. Dopo di che vede il nemico di questo amore, di questa speranza e lo indica e gli leva la maschera. Certo quel nemico lavora dentro ciascuno di noi, fa leva su quella debolezza dovuta al pec-ca-to-o-ri-gi-na-le (con voi di Tempi posso parlare senza troppi giri di parole). Coincide con l'apparenza della forza: è l'orgoglio, è la presunzione di salvarsi da soli. Lo si fa per non disperarsi, ma è la faccia proterva della disperazione: sono due sorelle la superbia e la disperazione. Queste due essenze mortifere hanno oggi un'incarnazione impensabile secondo la profezia di Solov'ev nell'Anticristo - nel potere più buono e dolce, rispettoso e umano che ci sia. Esso ha stabilito il suo trono su una specie di blocco di marmo alto un chilometro, un parallelepipedo immacolato i cui lati e le cui linee d'oro si chiamano "diritti dell'uomo". Pretende di salvare gli uomini eliminando Dio, posto fuori dalla ragione e perciò reso insignificante; allo stesso modo ama adornarsi del nome di Cristo, trastullandosi magari con il suo nome, ma pretende di isolarlo nelle sfere private o come sottosezione nazarena della Croce o Mezzaluna o Stella di Davide rossa, tanto è uguale, conta lei, conta l'Onu. L'Onu con tutta la schiera di massime associazioni sovrannazionali e sovrumane come Amnesty International e la congrega di difensori della purezza della terra e della scienza.
Così Joseph Ratzinger ha accusato l'Onu e gli organismi sovrastatali, dove ormai si concentra il massimo potere sulle coscienze, di peccato contro lo Spirito, il più grave e irredimibile. Negare non la verità, non solo essa, ma la possibilità stessa che ci sia, sostituendola con le tavole delle convenzioni universali e progressiste, è l'offesa più grande, priva Dio e gli uomini del dramma della libertà di rivelarsi e di accogliere o rifiutare la Rivelazione, perché essa - secondo questo Anticristo - semplicemente non può essere.

Come Davide contro Golia

Nessuno mai è stato così grande e coraggioso come Ratzinger. Lui che non ha l'ampiezza dei gesti, la magnifica teatralità del suo amatissimo predecessore, ha osato andare più in là. Non se l'è presa con la mafia, non ha attaccato gli spacciatori di droga o i terroristi. Lo ha già fatto, non si dimentica di questi delitti e delle loro centrali infami, ovvio. Ma c'è un pericolo maggiore: il monopolio delle coscienze in nome delle Cause buone.
Nei suoi interventi di fine novembre, e nella risposta tra l'irato e l'impacciato dell'Onu e di Amnesty, oltre che dei loro scherani italiani, ho visto il ripetersi del gesto di Davide che affronta Golia, ma stavolta Golia si è riattaccato la testa. Davide vinse, fu re. Adesso è più dura. In Ratzinger si è vista l'umiltà di Giovanni Battista davanti a Erode. Non poteva tacere la verità, non esiste che la si taccia. Non è possibile che in nome dell'equilibrio del potere la menzogna abbia la corona sulla testa. Erode tagliò allora la testa a Giovanni Battista, non si dice di nessuna parola di ribellione: lui doveva diminuire perché qualcun altro crescesse.
Non c'era nulla di tracotante nel Ratzinger di queste dichiarazioni. La sua voce è gentile, la logica candida e mite. Ma le sue parole, senza urla, entrano negli interstizi delle corazze di questa cultura assassina che ci domina. E la scardinano. Chi indossa questa armatura non sopporta, capisce che si squaglia. Allora reagisce. Il Papa ha riaffermato quello che sta dicendo da tempo. «La dittatura del relativismo» ha preso possesso di ogni stanza di comando, università, giornali, tivù, Stati, sopra-Stati. È l'idea per cui l'unica verità ammessa e assoluta è che non c'è verità. Nessuno ne deve avere l'ardire, neanche Cristo. Condizione perché chi si dice cristiano sia sopportato e non sia annoverato tra i fondamentalisti è che costui si limiti a proclamare verità private, buone per chi si vuole iscrivere al suo club. L'unica vera religione universale dev'essere quella dei Diritti umani. Sarebbe bello. Peccato siano però selezionati secondo l'ideologia e il comodo di chi ha elaborato la filosofia alternativa al Mistero cristiano. Anzi sua nemica giurata. Tanto da volerlo morto, azzerato.

Per Biffi «l'attacco è tremendo»

Ratzinger non si è limitato a condannare il relativismo etico. Ha indicato i vertici dove si annida nascostamente. E lo ha criticato non in nome di un'altra etica, ma di una verità sperimentabile nella storia, umiliata e vilipesa, ma risorta. Il nome lo sapete. E non oso più ripeterlo. Non ne sono degno. Ma è Lui. Lui è fantastico, e questo Ratzinger è meraviglioso che sia Papa. E sia vestito di bianco, e non dica queste cose perché ricopre un ruolo, o perché sia ritenuto "autorità morale". Lo fa semplicemente perché è un uomo, è nato dove è nato, ha gli anni che ha: e crede, crede lietamente e senza paura. Anche se io ho paura per lui. E invito tutti a vigilare, a essere le sue scolte di Assisi, di Roma, di Milano, di Quarto Oggiaro, dovunque ci sia accesa la lampada rossa del Sacramento e un uomo si raduni con un altro in nome Suo.
Nei giorni scorsi ho incontrato il cardinale Giacomo Biffi. Era sereno come sempre. Mi ha spiegato che differenza c'era tra don Luigi Giussani e tutti gli altri che pur credevano e amavano le stesse cose nel seminario di Venegono (tra cui lui, Biffi medesimo). «Don Giussani non sopportava che gli altri uomini non conoscessero chi è davvero Gesù Cristo, verità della loro vita e della storia. Noi stavamo in seminario. Lui saliva su un treno e non poteva non parlarne ai ragazzi negli scompartimenti. Tornava e diceva: Cristo è sconosciuto, non possiamo star seduti. Ribolliva». Così ribolle oggi Ratzinger, con il suo sorriso candido. Ha aggiunto Biffi: «Mai, mai a mia memoria c'è stato un accanimento così protervo contro Cristo, la Chiesa e il Papa. Non bisogna avere paura. Cristo è un Avvenimento, nessuno può estirparlo. Ma questo attacco è tremendo».
Ho scritto a voi per questo.

© Copyright Tempi num.49 del 06/12/2007

4 dicembre 2007

Il Foglio: "Un formidabile weekend da Papa"


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Un formidabile weekend da Papa

Dopo la pubblicazione della “Spe Salvi”, Ratzinger detta la sua agenda Critica il relativismo dell’Onu prima di recarsi al Palazzo di Vetro, sfida il mito del progresso e chiede un’autocritica al cristianesimo moderno

Il nichilismo “corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte”. Così Benedetto XVI nell’omelia per i Primi vespri d’Avvento pronunciata sabato, terza formidabile tappa del weekend forse più intenso del suo pontificato, iniziato con la presentazione della Spe Salvi, proseguito con le bordate al “relativismo” delle Nazioni Unite contenute nel discorso di sabato alle ong cattoliche e concluso domenica con l’Angelus, in cui ha sintetizzato: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio”, perché la storia va “rievangelizzata e rinnovata dall’interno”.
L’Avvento per la chiesa è l’inizio del nuovo anno, e sul filo della metafora temporale si potrebbe ben dire che Ratzinger non si fa dettare l’agenda da nessuno ma anzi, come un Papa rinascimentale, è lui a stabilire il calendario: ora ha deciso che è tempo di sfidare la modernità opponendo al suo nichilismo “il futuro luminoso dell’uomo e del mondo”.
Frammenti di una battaglia culturale di lungo periodo, che si intrecciano con l’agenda diplomatica. Il prossimo 18 aprile Benedetto XVI varcherà la soglia del Palazzo di vetro, e il suo discorso alle ong non ha risparmiato critiche alle politiche di alcune organizzazioni dell’Onu: “Spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità”, ha detto.
Criticando inoltre una “concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola e ultima fonte delle norme internazionali”.
Temi del resto non nuovi: Ratzinger in un intervento del 2000 aveva attaccato con durezza le conferenze del Cairo e di Pechino, proprio in quanto lasciavano “trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo”.
Lo stile del Pontefice è però noto: preferisce la proclamazione delle verità essenziali all’esercizio della mera diplomazia e del dialogo solo formale.
Analogamente, a Ratisbona aveva scelto di affrontare il tema dell’islam e della violenza religiosa poco prima di recarsi in Turchia. Da allora, Benedetto XVI va impostando l’agenda del dialogo “senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani” – come ha risposto, per il tramite del segretario di stato Tarcisio Bertone, alla lettera delle 138 “guide islamiche” – e recuperando il cardinale Jean-Louis Tauran alla guida del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, pur senza rimettere completamente il Vaticano sul binario ecumenico del periodo wojtyliano.
Anche sull’Onu, come per Ratisbona, l’impressione è che il Papa abbia approfittato per mandare un “promemoria” al segretario Ban Ki-moon.
Ci sono poi i tempi di una verifica interna alla chiesa. Non sono sfuggiti alcuni passaggi chiave della Spe Salvi, in cui si parla di necessità di autocritica anche per i cristiani: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno”. Un programma di revisione radicale, che ha fatto ipotizzare al vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, una sorta di “mea culpa di nuovo tipo”, destinato a fare i conti con il lungo periodo storico in cui i cristiani si sono mostrati troppo acquiescienti con la secolarizzazione, fino a rendere la fede marginale e quasi inutile.
Una colpa – sostiene il Papa nell’enciclica – che ha avuto l’effetto nefasto di abbandonare il mondo a se stesso: con la fede “orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima”, mentre “la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero del progresso”.

© Copyright Il Foglio, 4 dicembre 2007

3 dicembre 2007

Il Papa non ha attaccato l'Onu? Abbiamo letto male? Padre Lombardi ci ha bacchettato? Non importa: noi giornali andiamo dritti per la nostra strada!


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Il Papa, i laici e l’Onu

GIAN ENRICO RUSCONI

Il discorso del Papa, con l’accusa rivolta all’Onu di «relativismo morale», è chiarissimo.

È perfettamente inutile che se ne diano interpretazioni più morbide o più corrette. Non inquiniamo dunque con la diplomazia il confronto con le sue tesi.

Le parole del Papa semplicemente riconfermano che, nelle grandi questioni di scelta etica, il contrasto tra una visione religiosa (di stampo cattolico) e una concezione laica coerente (o comunque diversamente orientata) è insuperabile sul piano dei principi. Sorge allora l’interrogativo di come tali incompatibilità possano incidere sulla convivenza di uomini e di donne, di culture e di organizzazioni che si muovono con assunti morali differenti.

È difficile capire infatti come si possa stare amichevolmente fianco a fianco o collaborare concretamente sul campo, nelle organizzazioni internazionali, quando qualcuno si ritiene depositario della verità e considera l’altro un immoralista, spregiatore della vita e via dicendo.

Il paradosso è che soltanto una visione laica, che ora viene sistematicamente diffamata come relativista, si fonda sulla convinzione che «il rispetto dell’uomo» incominci proprio dal rispetto delle diversità delle posizioni. Diversità - si badi - non affermata in modo insindacabile, «auto-centrata» (per dirla con il Papa), cioè basata su opinioni personali che si sottraggono al confronto con le altre. Al contrario, tutte le posizioni devono essere sempre e continuamente argomentabili con tutti, senza pre-giudizio morale. Qui si manifesta l’equivoco legato all’intervento del Papa. Parlando in generale di «dignità dell’uomo», di «legge morale naturale», dichiara di muoversi su un piano di razionalità universale. Questa intenzione è del tutto ineccepibile e legittima (persino nell’uso dell’espressione impegnativa di «verità dell’uomo»), purché sappia farsi valere argomentando in modo convincente. Quelle del Pontefice invece sono affermazioni perentorie, formulate come aut aut, che avanzano il sospetto di incompetenza e di immoralismo su chi ricerca un diverso fondamento etico alle complesse questioni sul tappeto.

Si obietterà che il Papa non può mettersi a fare lezioni di filosofia. È vero. Ma se intende muoversi su un piano di razionalità, deve sapere che la possibilità di rifarsi a «una legge naturale innata» è oggetto di un’appassionata e approfondita controversia che non può essere ignorata. E razionalità è confronto di ragioni.

Ma il vero equivoco è ancora un altro. L’enorme rilievo delle tesi del Papa non deriva dal loro contenuto ma dalla posizione religiosa di chi le pronuncia. Questo vuol dire che ciò che dà loro peso è il sottinteso dogmatico, religioso, teologico. Ovviamente è legittimo che nella questione della «famiglia naturale» o dell’aborto si introducano motivi religiosi, purché lo si faccia esplicitamente. E si riconosca il limite della loro portata. Invece su questo punto il discorso del Papa mantiene margini di ambiguità, perché pretende di argomentare in termini puramente naturali-razionali nel momento stesso in cui contiene forti suggestioni e appelli di carattere religioso. È un punto importante. La Chiesa oggi si autopromuove sempre più come «agenzia etica», «esperta dell’umano» senza volere o potere esplicitare le motivazioni dogmatico-religiose che la guidano. Pubblicamente lascia così indeterminato o semplicemente non detto il nesso stretto tra la sua idea di «vita», di «natura», di «dignità umana» e le dottrine tradizionali del peccato o della redenzione in Cristo che le sottendono.

Esplicitare questo nesso la metterebbe in difficoltà rispetto alle altre religioni mondiali. Ma la costringerebbe anche a un confronto assai più serrato con le minoranze laiche che ancora esistono in culture come la nostra, ad esempio, anche se la maggioranza degli italiani preferisce eludere questi problemi.

© Copyright La Stampa, 3 dicembre 2007 (consultabile anche qui)

Ora finalmente capisco! E' tutto chiaro! Non importa cio' che il Papa ha veramente detto alle Ong, non importa cio' che Padre Lombardi ha precisato, non importa rettificare cio' che di errato si e' scritto.
E quanto di piu' grave: non ha alcuna importanza cio' che ha davvero dichiarato il portavoce delle Nazioni Unite.
Importa solo una cosa: dimostrare che le parole del Papa hanno semplicemente un significato religioso e, quindi, non contano sul piano pubblico nazionale ed internazionale!
Per questo Rusconi afferma, testuali parole: "L’enorme rilievo delle tesi del Papa non deriva dal loro contenuto ma dalla posizione religiosa di chi le pronuncia. Questo vuol dire che ciò che dà loro peso è il sottinteso dogmatico, religioso, teologico".
Come dire: il Papa dice quello che dice perche' e' il Papa, Capo di una religione che deve rimanere nella sfera privata (vedi Angelus di ieri). Il Pontefice ha il diritto (bonta' di Rusconi!) di dire la sua a patto che non dia eccessivo fastidio a chi non la pensa come lui.
Ecco il problema, ecco la verita'!
Il Papa fa paura non perche' e' il Papa e dice "cose da Cattolico", ma perche' argomenta razionalmente i suoi discorsi. Da' molto fastidio che il portavoce dell'Onu abbia sostanzialmente dato ragione a Benedetto XVI (ecco perche', oggi, i giornali tacciono!) e quindi si cerca di convincere il "lettore" che il Papa dovrebbe occuparsi degli affari suoi e dire la "sua" verita' ai "suoi" fedeli.
Enno', cari signori, in uno Stato veramente laico si ascolta il Pontefice, magari lo si critica, ma si risponde alle sue tesi con argomenti solidi e non sempre e comunque con gli stessi proclami di presunta violazione della laicita'.
Che noia...che barba!
E soprattutto: quando il direttore della Sala Stampa vaticana "bacchetta" agenzie, tg e quotidiani per avere creato un caso che non esiste, se ne prende atto e si scrivono articoli basati su cio' che il Papa ha veramente detto e non su cio' che fa comodo...

Raffaella

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CITTA’ DEL VATICANO - "Le forzature giornalistiche, magari con titoli intesi a colpire e a richiamare l'attenzione, possono causare malintesi gravi e mettere in moto dinamiche generatrici di tensioni ingiustificate". Lo ha affermato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ai microfoni della Radio Vaticana, deplorando il fatto che nelle scorse ore il discorso del Pontefice alle Organizzazioni Non Governative sia stato interpretato come un attacco all'Onu (mentre non lo era) ma anche che gli stessi media responsabili della 'forzatura' abbiano poi richiesto un commento in merito al portavoce del Palazzo di Vetro.

"Giustamente - ha scandito padre Lombardi - il portavoce delle Nazioni Unite, che era stato interpellato, speriamo non con l'intenzione di alimentare una tensione, ha messo in luce che non vi era alcuna polemica fra il Papa e l'Onu".

"Il Papa - ha spiegato il gesuita - aveva affermato testualmente che 'spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica' ma non aveva, come qualcuno ha scritto, 'attaccato l'Onu' o detto che essa sia 'dominata' dal relativismo morale". Infatti, "Benedetto XVI, come i suoi predecessori, e' del tutto consapevole dell'importanza delle Nazioni Unite per la pace e la difesa dei diritti umani, tanto e' vero che ha accettato volentieri l'invito a recarsi, l'anno prossimo, in visita al Palazzo di Vetro di New York".
Secondo padre Lombardi, "non bisogna vedere attacchi dove non ci sono: e' evidentemente dovere della Chiesa portare avanti le istanze piu' serie per la difesa della dignita' umana anche nelle sedi internazionali in forza della sua autorita' morale, poiche' cio' corrisponde alla sua missione. Se cio' avviene e' rispondente alla finalita' stessa di tali organizzazioni".

"E' importante - ha concluso il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - rispettare con attenzione la lettera e lo spirito di quanto viene detto, in particolare dal Papa. Lo abbiamo verificato ancora una volta ieri a proposito del discorso del Papa alle Organizzazioni non governative di ispirazione cattolica, in cui ha ribadito le sue preoccupazioni per il relativismo morale".

© Copyright Petrus

Purtroppo anche questa dichiarazione e' stata del tutto ignorata. A mio avviso occorre trovare il modo di imporre ai quotidiani di rettificare le informazioni scorrette che pubblicano. Non si capisce perche' solo nei confronti della Chiesa si portino avanti certi tipi di "campagne".
R.

2 dicembre 2007

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Alberto Bobbio

Città del Vaticano Il Papa non ha criticato le Nazioni Unite. Non ha detto che «il relativismo morale» domina le decisioni del Palazzo di Vetro.

Eppure ieri per tutto il giorno è andata in scena la guerra tra la Santa Sede e le Nazioni Unite, per «colpa» di una frase di Benedetto XVI, pronunciata in un discorso ai rappresentanti delle Ong, le Organizzazioni non governative cattoliche, riunite in Vaticano insieme ai rappresenti diplomatici vaticani presso diversi organismi internazionali, riferita in modo assolutamente sbagliato dalle agenzie di stampa e ripresa da centinaia di siti internet di tutto il mondo.

Il Papa ha detto che oggi «il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistiva, che pare ritenere, come unica garanzia di una pacifica convivenza tra i popoli, il negare la cittadinanza alla verità sull'uomo e sulla sua dignità nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento delle legge morale naturale». Non c'è alcun riferimento alle Nazioni Unite. Piuttosto Joseph Ratzinger è preoccupato di ciò che accade nel dibattito politico e culturale nei diversi Stati del mondo, soprattutto in quelli occidentali, in cui i valori dell'uomo vengono piegati a vari interessi di natura ideologica o economica, che trovano un riscontro anche nelle norme internazionali.

L'OBBIETTIVO DELLE CRITICHE

Ma l'obiettivo della critica del Papa non sono le Nazioni Unite, che non dispongono di una legislazione propria a cui gli Stati sarebbero tenuti a conformarsi. Piuttosto si potrebbe vedere una critica alla legislazione dell'Unione Europea sulle coppie di fatto, sulla ricerca scientifica rispetto agli embrioni, ma anche su quella del commercio, che prevede il protezionismo dei prodotti occidentali nel grande mercato alimentare. Le parole del Papa sono chiare: «Si pensi al tentativo di considerare come diritti dell'uomo le conseguenze di certi stili egoistici di vita, oppure al disinteresse per le necessità economiche e sociali dei popoli più deboli, o al disprezzo del diritto umanitario e ad una difesa selettiva dei diritti umani».
È l'Europa sul banco degli imputati, insieme a diversi organismi internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, il cui modo di procedere spesso seleziona i diritti umani in base al calcolo del business e alle convenienze dei Paesi ricchi.

Non è servita neppure una precisazione del direttore della Santa Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che, nel primo pomeriggio, ha definito «forzate» le interpretazioni del discorso del Papa a riportare la calma.

Agenzie, siti internet dei giornali e televisioni di tutto il mondo hanno continuato a raccontare della frattura tra la Santa Sede e le Nazioni Unite e di un clima che si fa avvelenato, in vista della prossima visita all'Onu di Benedetto XVI, prevista per il 18 aprile del 2008.

lA REPLICA DELLE NAZIONI UNITE

Le Nazioni Unite hanno risposto nella tarda serata. Farhan Haq, terzo portavoce del Palazzo di Vetro, senza usare alcun tono polemico, ha precisato che l'Onu si fonda «sui diritti umani» e dà «ascolto anhe ai popoli, le Ong, gli attivisti dei diritti umani e i singoli parlamenti». Esattamente quello che ha rilevato il Papa nel suo discorso stravolto da un'errata interpretazione: «La cooperazione internazionale tra governi ha contribuito significativamente alla creazione di un ordine internazionaloe più giusto». Anzi Ratzinger promuove il lavoro delle Nazioni Unite, perché ha promosso «il riconoscimento universale del primato giuridico e politico dei diritti umani, la fissazione di obiettivi condivisi per il pieno godimento dei diritti economici e sociali da parte di tutti gli abitanti della terra (i cosiddetti Obbiettivi dei Millennio, ndr), la promozione della ricerca di un sistema economico mondiale giusto e, ultimamente, la salvaguardia dell'ambiente e la promozione del dialogo interculturale».
Ma è il clima generale culturale che tende al relativismo, che preoccupa moltissimo il Papa e la Santa Sede. Negli ultimi due giorni il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha convocato a Roma per una riunione a porte chiuse circa 100 dirigenti di Ong cattoliche mondiali, tra cui Sergio Marelli, capo della Focsiv, l'organizzazione che raccoglie tuttte le Ong cattoliche italiane. È stato il primo incontro di tale genere. L'idea è quella di creare una sorta di forza di pressione internazionale, una lobby a sostegno della solidarietà e della giustizia verso i Paesi poveri, contro lo strapotere di tanti organismi internazionali che subordinano invece ogni politica ai «controvalori», ha denunciato Bertone, «del potere, del profitto e dell'edonismo».

© Copyright L'Eco di Bergamo, 2 dicembre 2007