17 dicembre 2007

Altra inchiesta di Maltese: "Carità, l´altra faccia dell´obolo così la Chiesa sostituisce lo Stato"


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Grazie al suggerimento di Eufemia, leggiamo e commentiamo l'ennesima inchiesta di Maltese:

Mezzo miliardo di euro, secondo fonti ecclesiastiche, viene speso per opere di assistenza nel mondo un tacito patto: mentre la mano pubblica smantella il Welfare, quella vaticana tappa le falle più evidenti

Carità, l´altra faccia dell´obolo così la Chiesa sostituisce lo Stato

CURZIO MALTESE

Il grande obolo di Stato alla chiesa cattolica, che ogni anno costa circa cinque miliardi di euro ai contribuenti, ha anche un volto e uno scopo nobili: la carità.
Le fonti della Chiesa parlano di mezzo miliardo di euro speso dal Vaticano e dalle conferenze episcopali per opere di assistenza in tutto il mondo. La quota più consistente arriva dalla Cei, la conferenza episcopale italiana, che destina il 20 per cento del miliardo ricevuto con l´ «otto per mille», oltre 200 milioni di euro, in assistenza e carità: 115 milioni in Italia e 85 milioni nelle missioni all´estero. Ma il flusso di carità della Chiesa avviene anche attraverso altri canali, come la Caritas internazionale, il fondo papale della Cor Unum, le associazioni di volontariato e perfino la banca vaticana, lo Ior, e la prelatura dell´Opus Dei, più note per attività meno benigne.
Si può discutere se si tratti di tanto o poco rispetto al costo complessivo della chiesa cattolica per gli italiani. Si potrebbe forse fare di più, come sostengono molte voci cattoliche.

Ma nei fatti in alcune realtà parrocchie e missioni cattoliche sono rimaste sole a presidiare i confini più disperati della società, quegli stessi dai quali lo stato sociale si ritira ogni giorno.

All´origine dei molti regali e favori fiscali concessi alla Chiesa, soprattutto negli ultimi vent´anni, dopo la revisione del Concordato, non ci sono soltanto il frenetico lobbyismo dei vescovi e la rincorsa di tutti i partiti al pacchetto di voti cattolici, ormai esiguo in termini assoluti (le ricerche citano un 6-8 per cento) ma sempre decisivo. Esiste un tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s´incarica del «lavoro sporco», di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente di esclusi senza più diritti, garanzie, protezione.
Basta girare le città italiane per vedere quanto sia estesa la rete di supplenza. Le parrocchie sono diventate in molti casi i principali centri di accoglienza per gli immigrati, gli uffici di collocamento per stranieri ed ex carcerati, i consultori per le famiglie che hanno in casa un nonno con l´Alzheimer, un figlio tossico, un parente con problemi di salute mentale. I centri Caritas della capitale sono gli unici punti di riferimento e di ricovero del «popolo della strada», senza tetto, mendicanti, alcolisti abbandonati dallo stato e dalle famiglie. Svolgono un ruolo prezioso di raccolta dati per segnalare le nuove emergenze, come la povertà giovanile italiana, la più alta d´Europa.
L´incapacità dei governi di elaborare una seria politica dell´immigrazione, oltre le sparate populiste, ha delegato nella pratica ai preti la questione sociale più importante degli ultimi vent´anni. A Milano, personaggi come don Colmegna svolgono di fatto il ruolo di «sindaci ombra» nelle periferie ormai popolate in larga maggioranza da immigrati. E non sono soltanto le politiche sociali a mancare. La comunità di Sant´Egidio a Roma è diventata un punto di riferimento internazionale per le politiche nei confronti dell´Africa e del Sud America, certo più consultata in materia della Farnesina. La stessa iniziativa della moratoria contro la pena di morte, l´unico momento in cui la politica estera italiana abbia ricevuto attenzione oltre i confini, è partita dalla comunità con sede in Trastevere. Il Patriarcato di Venezia, in particolare con l´arrivo del cardinale Scola, ha intrecciato una fitta rete di scambi culturali con l´Islam. Franato con i muri il terzomondismo della sinistra, avvelenati i pozzi della solidarietà laica nello «scontro di civiltà», ormai è l´organizzazione cattolica a detenere quasi l´esclusiva dei problemi del terzo mondo, anche quello di casa nostra.
La formula è «soldi in cambio di servizi». Privilegi fiscali, esenzioni, pioggia di finanziamenti a vario titolo ma per delegare al mondo cattolico un lavoro sporco che lo stato non vuole e non sa fare. Alla fine è sempre questa la giustificazione all´anomalo rapporto economico fra stato e chiesa, al di là delle improbabili contestazioni delle cifre (che sono quelle). Il discorso è logico ma lo scambio è diseguale. Lo stato non ha nulla da guadagnare nell´ammettere la propria inettitudine. Come spesso accade, sono proprio alcuni intellettuali cattolici a rilevarlo.
Nella società spappolata dagli egoismi, come appare nell´ultima rapporto del Censis, secondo Giuseppe De Rita il ruolo di supplenza della chiesa cattolica si è evoluto fino a conquistare il cuore dei rapporti sociali: il campo dell´appartenza. «La chiesa è l´unica ormai a capire che si fa sociale con l´appartenenza. Non si tratta soltanto di fornire servizi ma anche accoglienza, valori di riferimento, identità. Un tempo in Italia erano molte le classi di appartenenza. Se penso al Pci nelle regioni rosse o ai grandi sindacati, alla rete delle case del popolo, alle cooperative, questo mondo è scomparso in gran parte, la mediatizzazione della politica ha cambiato i termini della questione. Oggi se Veltroni vuol lanciare il Partito Democratico pensa a un evento, ai gadget, alla comunicazione, ma non è la stessa cosa. Lo stato italiano, a differenza di altri, non ha mai saputo creare appartenenza e per questo non è in grado di fare politiche sociali efficaci, per quanto costose. I comuni sono l´unica appartenenza politica degli italiani». Non è un caso che siano proprio i comuni, i sindaci, a entrare più spesso in conflitto con la supplenza del clero, per esempio nella vicenda dell´Ici. Ma non è paradossale che una società sempre più laicizzata affidi compiti così importanti al clero? La risposta di De Rita è netta. «E´ vero che la religione cattolica in quanto tale è in crisi. Le scelte individuali ormai prevaricano le indicazioni dei vescovi. La vera forza della chiesa non sta nel suo aspetto pubblico, mediatico, politico, ma nell´essere rimasta l´unica organizzazione con un forte radicamento nei territori e una pratica sociale quotidiana. Una pratica di solidarietà che molti laici non hanno, me compreso. La chiesa di Ruini è un altro discorso».
Ma come la pensa chi al sociale ha dedicato la vita? Don Luigi Ciotti s´incarica di combattere da quarant´anni, attraverso il Gruppo Abele e poi Libera, tutte le guerre che la politica considera perse: contro la povertà, le mafie, le dipendenze, la legge non uguale per tutti, i ghetti carcerari, le periferie insicure, le morti in fabbrica. Con il sostegno della chiesa, ma non sempre. Fu processato in Vaticano quando da presidente della Lila sostenne che l´uso del preservativo per non trasmettere l´Aids era un atto d´amore cristiano. E ancora quando parlò dal palco di Cofferati davanti ai tre milioni del Circo Massimo. La sua è una testimonianza in primissima linea. «In quarant´anni ho imparato che una società felice è quella dove c´è meno solidarietà e più diritti. La bontà da sola non basta, a volte anzi è un alibi per lasciare irrisolti i problemi. Questa bontà ci rende complici di un sistema fondato sull´ingiustizia, che poi delega a un pugno di volontari la cura delle baraccopoli perché non diano troppo fastidio. I volontari del gruppo Abele, di Libera, cattolici o no, non hanno certo rimpianti per la vita che si sono scelti, era tutto quanto volevamo fare. Ma non che potevamo fare. Si ha sempre l´impressione di rincorrere i problemi. La questione è reclamare più giustizia, non offrire come carità ciò che dovrebbe essere un diritto». La chiesa con i suoi interventi pubblici sembra richiamare l´attenzione più sui temi sessuali o sulla famiglia che non sulle questioni sociali, o è un pregiudizio anticlericale? «La Chiesa è fatta da uomini e ospita di tutto, anche mondi assai distanti fra di loro. Ma è vero che l´attenzione dei media e della politica si concentra soltanto su alcuni aspetti, Per esempio, se i vescovi criticano i Dico la polemica dura anni. Se invece Benedetto XVI si scaglia contro il precariato giovanile, la sera stessa la notizia sparisce dai telegiornali. Molti nella chiesa pensano di più agli aspetti spirituali e considerano che la giustizia non sia di questo mondo. Io non l´ho mai vista così. Penso che la strada per il cielo si prepara su questa terra»

© Copyright Repubblica, 17 dicembre 2007 (consultabile anche qui)

Analizziamo:

Il grande obolo di Stato alla chiesa cattolica, che ogni anno costa circa cinque miliardi di euro ai contribuenti, ha anche un volto e uno scopo nobili: la carità

Errore! Non e' lo Stato che regala i proventi dell'otto per mille (l'obolo di San Pietro e' un'altra cosa, non facciamo confusione!) ma sono i contribuenti che LIBERAMENTE decidono a chi dare la somma!

All´origine dei molti regali e favori fiscali concessi alla Chiesa, soprattutto negli ultimi vent´anni, dopo la revisione del Concordato, non ci sono soltanto il frenetico lobbyismo dei vescovi e la rincorsa di tutti i partiti al pacchetto di voti cattolici, ormai esiguo in termini assoluti (le ricerche citano un 6-8 per cento) ma sempre decisivo

Frasi offensive a cui si potrebbe e dovrebbe reagire. Quali regali? Quali priviliegi? Parliamo delle altre confessioni che godono dell'otto per mille, per favore? Parliamo dei privilegi dei partiti?
Maltese, io faccio parte di quel 6-8 per cento...mi rispetti!


Ma è vero che l´attenzione dei media e della politica si concentra soltanto su alcuni aspetti, Per esempio, se i vescovi criticano i Dico la polemica dura anni. Se invece Benedetto XVI si scaglia contro il precariato giovanile, la sera stessa la notizia sparisce dai telegiornali

Bravo Don Ciotti!
R.


Il cardinale Sebastiani, "ministro" dell´Economia

"Con le Missioni aiutiamo tutti senza differenze"

È grande il nostro guadagno nell´aiutare i paesi poveri sta nel fatto che chi ama è felice come ci ha insegnato Gesù

ORAZIO LA ROCCA

Città del Vaticano

Eminenza, come mai la Chiesa è tanto impegnata, con uomini, donne e risorse finanziarie, nei paesi poveri? Perché lo fa?

«Perché ci guadagna tanto!», risponde il cardinale Sergio Sebastiani, presidente della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede, comunemente indicato come il «ministro» dell´Economia del Vaticano.

Sì, ma cosa ci guadagna?

«Ci guadagna quello che ha promesso Gesù: "Chi mi segue avrà il centuplo quaggiù e la vita eterna". Chi ama è felice. E questo lo sanno non solo i cristiani; ogni uomo, anche colui che si dice ateo, quando ama veramente sperimenta la letizia, la pace e la bellezza che nascono dall´amore. Domandatelo a tanti padri e madri che ogni minuto si "spendono" per i figli. Senza amore non lo potrebbero fare e dove c´è amore vero c´è Dio! Questo è il vero guadagno, tanto che si può essere ricchi ma infelici, perché la felicità, ciò che ogni uomo cerca, nasce dall´amore vero».

Si può quantificare l´impegno economico della Chiesa nei paesi poveri? La Cei, prima dell´euro, parlava di un impegno medio di circa mille miliardi di lire all´anno per la solidarietà. E´ vero?

«Io sono responsabile del bilancio preventivo e consolidato della Santa Sede. I bilanci della Cei non sono di mia competenza; di essi possono parlare il presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, o il segretario generale, l´arcivescovo Giuseppe Betori. Comunque, la cifra annuale impegnata in solidarietà è enorme ed è spesa con grande scrupolosità».

Un fiume quasi inarrestabile di soldi destinati alle comunità cattoliche. E gli altri? I poveri non cattolici?

«Aiutare chi soffre e vive in povertà, senza guardare alla politica o alla religione, è missione tipica della Chiesa, perché Gesù ci ha insegnato che Dio ci ama... da qui parte l´impegno della Chiesa, specialmente nel Terzo Mondo. Lo posso testimoniare io stesso, avendo lavorato come rappresentante del Papa in diversi Paesi del Terzo Mondo. Ho così potuto constatare quanto zelo e spirito di abnegazione pongono tanti missionari e religiosi nel lenire le sofferenze dei più bisognosi, senza distinzione di religione e di razza. L´onorevole Walter Veltroni, sindaco di Roma e segretario del Partito Democratico, è stato più volte in Africa e sa bene l´impegno della Chiesa verso i poveri! La Chiesa aiuta tutti, senza nessuna distinzione. E mi meraviglia che non si voglia capire questa verità. Un solo esempio: in molti Paesi islamici, dove non si può fare opera di evangelizzazione, la Chiesa mantiene scuole ed altre opere sociali aperte a tutta la popolazione e frequentate soprattutto da figli di musulmani. Alla Chiesa preme solo aiutare chi ha bisogno».

Perché arrivano tante risorse finanziarie nelle casse della Chiesa, risorse che poi vengono in parte destinate agli aiuti internazionali?

«Chi fa del bene ha sempre maggiore credibilità da parte di persone buone e disponibili a dare il loro aiuto. Lo vedo, ad esempio, con il bilancio della S. Sede: ogni anno aumentano le offerte dei fedeli di tutto il mondo.

Nonostante le polemiche giornalistiche ed anche dolorosi scandali che derivano dalla debolezza dei singoli uomini, il prestigio della Chiesa è in crescita, grazie all´opera dei papi del secolo scorso e, in particolare, di Giovanni Paolo II e, ora, di Benedetto XVI.

Anzi, paradossalmente queste polemiche stanno svegliando tanti cattolici freddi o distratti, grazie ai quali gli aiuti economici consegnati alla Chiesa sono in crescita costante».

E´ possibile sapere quante risorse ecclesiali vanno alle missioni e quante servono per il sostentamento della Chiesa?

«Basta scorrere i bilanci annuali della Cei, della Caritas o della Congregazione per l´Evangelizzazione dei Popoli per rendersene conto. Anche dei proventi dell´8 per mille una importante quota va alle missioni. In linea di massima, la grandissima parte degli aiuti economici della Chiesa cattolica va ai paesi poveri».

Ma i soldi che arrivano alla Chiesa con l´8 per mille non sono in fondo un costo a carico degli italiani?

«Sull´8 per mille occorre fare chiarezza. Il Vaticano non c´entra nulla. I proventi per la Chiesa cattolica vanno tutti alla Cei. Non è una tassa aggiuntiva e nemmeno un privilegio, ma una quota dell´imponibile Irpef distribuita volontariamente e proporzionalmente sulla base delle scelte dei cittadini, tra tutte le confessioni religiose che hanno stipulato una apposita "Intesa" con lo Stato italiano. Il fatto che non si tratti di un privilegio non ha neppure bisogno di una forte smentita. Se fosse una svista, i contribuenti italiani potrebbero correggerla quando compilano la denuncia dei redditi».

Ma la Chiesa non potrebbe fare di più per i poveri?

«Siamo soddisfatti di quello che si fa, ma consapevoli che si potrebbe sempre fare di più, specialmente se ci fossero più missionari. I cattolici lo sanno e non si tireranno mai indietro. Perché questo ci ha insegnato Cristo».

© Copyright Repubblica, 17 dicembre 2007

Leggo ed ammiro:

Anzi, paradossalmente queste polemiche stanno svegliando tanti cattolici freddi o distratti, grazie ai quali gli aiuti economici consegnati alla Chiesa sono in crescita costante

Concordo e confermo anche sulla base della mia esperienza personale!
R.

2 commenti:

brustef1 ha detto...

Beh almeno Maltese non disconosce quanto fa la Chiesa Cattolica per i diseredati (lui lo chiama "lavoro sporco", ma ognuno usa il linguaggio che ha). E' una clamorosa scoperta dell'acqua calda, perché non è certo da oggi che la Chiesa si prende carico dei poveri, esattamente come prescrivono il Vangelo e tutta la dottrina, nei secoli dei secoli. Questa è la pura e nuda realtà. Il resto è dietrologia e processo alle intenzioni. Non ha letto Maltese, sul suo stesso giornale, in un editoriale pubblicato proprio ieri, la differenza ben rimarcata da Scalfari tra un fatto e un processo alle intenzioni? E se la Chiesa si sostituisce allo Stato in un'attività come l'aiuto ai più deboli non è per chissà quali accordi occulti, ma perché è lo Stato ad essere carente. Conclusione: guai se non ci fosse la Chiesa, Maltese, i poveri sarebbero abbandonati al loro destino e lei sarebbe a corto di argomenti.

mariateresa ha detto...

diciamo che Maltese ammette con quel suo linguaggio ammalato di ideologia che la Chiesa fa del bene al prossimo, cosa che non risulta del giornale su cui scrive.
E' un tentativo di ammettere quelle verità evidenti che anche padre Albanesi aveva tentato di dire finendo nel cestino delle opinioni che funziona così selettivamente e pro domo propria su Repubblica. Quanto alla percentuale del voto cattolico lascerei stare se fossi in lui ,dopo i sondaggi così lungimiranti in occasione del referendum sulla procreazione e anche di quelli prima delle elezioni politiche.
Non si ha ragione per sondaggio.
Fosse così il suo governo dovrebbe trasferirsi in blocco a quel paese e starci per un pezzo.
E' pazzesco questo argomentare per demonizzazioni e postulati di parte.
L'articolo di La Rocca è invece di tutt'altro tipo. Beh.