12 settembre 2007

Dibattito: quale islam dopo Ratisbona?


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DIBATTITO

A un anno dall’invito di Benedetto XVI a deporre le armi della violenza in nome della fede, è cambiato l’atteggiamento del mondo musulmano? Oppure ancora vincono le spinte fondamentaliste? Due conoscitori del mondo islamico s’interrogano sulle conseguenze del discorso del Pontefice Ecco cosa si è mosso

Quale islam dopo Ratisbona

Di Giorgio Paolucci;Di Camille Eid

Samir Khalil

Una provocazione che spinge ad «allargare la ragione»

«È la via necessaria per un vero dialogo,ma molti all’epoca ignorarono quella parola che torna 46 volte nel discorso tenuto dal Papa» Una sfida anche per l’Occidente

Samir Khalil, di origini egiziane, è gesuita e grande conoscitore del mondo musulmano. Insegna islamologia alla Saint Joseph University di Beirut e tiene corsi in varie università europee.

Un anno fa il discorso di Ratisbona venne frettolosamente catalogato come anti-musulmano. Che traccia è rimasta oggi nel mondo islamico delle polemiche scatenate allora?

«Le parole di Benedetto XVI erano in realtà un invito ad "allargare la ragione" rivolto a tutti, in primo luogo all'Occidente. La parola ragione è citata 46 volte nel discorso. Ma all'epoca a molti fece comodo isolare i riferimenti al dialogo tra l'imperatore bizantino Manuele Paleologo e il saggio persiano per riattizzare il fuoco della polemica che era stato acceso dopo il caso delle vignette su Maometto».

Insomma, fu più una montatura che una polemica culturalmente fondata?

«La maggior parte di coloro che polemizzarono o scesero in piazza "in difesa dell'islam" non aveva neppure letto il discorso, che fu tradotto in arabo solo dopo settimane, ma si appoggiavano ad alcune notizie "provocatorie" di agenzie di stampa occidentale.
Ma agli agitatori delle folle (e a qualche governo che doveva distrarre l'attenzione dai problemi sociali e politici interni) faceva comodo evocare il fantasma del Papa antimusulmano. Col passare del tempo, però, le parole di Ratisbona hanno lasciato il segno».

In che senso?

«Tra gli intellettuali più illuminati si sta prendendo coscienza che l'uso della violenza in nome di Dio è un problema reale più che una boutade del Papa. Più in generale, sta allargandosi l'area di coloro che rifiutano un'interpretazione letterale e tradizionalista del Corano e vogliono invece un approccio che tenga conto del contesto in cui si vive. Dicono: Dio non ci ha dato il Corano per metterci fuori del nostro tempo, dobbiamo rileggere i testi sacri calandoli nella realtà, partendo dalla cultura odierna, misurandoci con i problemi della vita contemporanea. Questo rende necessario l'uso della ragione nell'approccio ai testo sacri e, più in generale, richiede un rapporto tra fede e ragione come quello evocato a Ratisbona».

Questa presa di coscienza è limitata ad alcune élite intellettuali o riguarda anche la gente comune?

«Negli ultimi anni è esploso il fenomeno delle fatwa, i responsi giuridici emanati dai "saggi" musulmani che si occupano degli aspetti più minuti della vita quotidiana: come è islamicamente corretto mangiare, lavarsi, vestirsi, avere rapporti sessuali. Le autorità religiose pretendono di determinare il comportamento dei fedeli appoggiandosi sulla tradizione dei primi secoli, che viene trasferita in maniera meccanica nell'epoca contemporanea. E così decidono, in base a un approccio letterale dei testi sacri, cosa è lecito e cosa non lo è. Ma molta gente si ribella, in nome del buon senso e della ragione. Non hanno letto il discorso di Ratisbona, ma è come se quelle parole dimostrassero tutta la loro validità: non agire secondo la ragione è contrario alla natura di Dio».

L'Occidente può fare qualcosa per favorire questo processo? O è meglio che non si impicci, essendo una dinamica tutta interna al mondo musulmano?

«L'Occidente è ovunque nel mondo islamico. La globalizzazione ne porta la cultura, la mentalità, la musica, i film in milioni di case, e a poco valgono i filtri messi dalle autorità governative. C'è Internet, ci sono le tv che permettono di superare le barriere. E la superiorità tecnologica occidentale è del tutto evidente, dai rasoi elettrici alle automobili ai computer. Poi c'è l'immigrazione, che ha portato milioni di musulmani in Europa. La stragrande maggioranza di loro campa meglio che in patria, magari si lamenta ma indubbiamente s perimenta la migliore qualità della vita, la libertà, la democrazia. Molti partono, pochissimi tornano, dunque preferiscono l'Europa. La civiltà occidentale, malgrado i suoi numerosi e innegabili difetti, viene lentamente metabolizzata. Ovviamente, anche nei suoi aspetti deleteri e antireligiosi».

Come del resto avviene tra i cristiani…

«Relativismo, materialismo, consumismo, edonismo sono problemi per tutti coloro che appartengono a una tradizione religiosa. La maggior parte degli imam sostiene che sono il frutto dell'Occidente e quindi bisogna rifiutare in blocco tutto ciò che arriva dalla cultura occidentale perché porta all'ateismo. I cattolici possono testimoniare con la loro vita che tutto ciò è una sfida ma non un impedimento a vivere la fede, e che non c'è conflitto tra fede e modernità. La modernità non è un nemico ma una realtà con cui misurarsi: bisogna fare opera di discernimento usando la ragione. Questo è il grande contributo che i cattolici possono offrire ai musulmani perché non rimangano prigionieri di una posizione che li porta a considerare come un potenziale nemico tutto ciò che sta fuori dal mondo islamico».

Su cosa si può fondare un dialogo tra musulmani e cristiani che non si fermi alle "diplomazie religiose" o al confronto sui valori?

«Ciò che caratterizza l'essere umano rispetto a tutti i viventi è una sola cosa: la ragione e la libertà che ne deriva. Questo è l'elemento di base su cui fondare l'incontro e il confronto. Il discorso di Ratisbona ci ricorda i due grandi rischi che si possono correre: una ragione schiacciata dalla fede (la tentazione integralista), o l'assolutizzazione della ragione che rende ininfluente la fede, che è l'atteggiamento prevalente in Occidente. Il dialogo può includere alcuni valori condivisi (ad esempio, i diritti umani), a condizione che siano stabiliti usando la ragione come riferimento. La "ragione allargata" proposta a Ratisbona è inclusiva dell'etica, della spiritualità, e non s i ritiene una misura assoluta e autoreferenziale».

Le sembra che in Occidente questa esortazione ad allargare la ragione sia stata recepita?

«Il Papa ha messo in discussione il sistema di pensiero prevalente in Occidente negli ultimi due secoli, secondo il quale al di fuori di ciò che si può dimostrare non c'è razionalità. Invece le realtà non dimostrabili esistono e per molta gente sono fondamentali per vivere. E' significativo che proprio in un Occidente che considera la ragione come un assoluto ci siano tante persone che si rifugiano nell'astrologia, nella magia, nelle sette e in altri fenomeni dominati dall'irrazionale. Questo, evidentemente, è una sfida anche per la Chiesa, che deve ritrovare nel fascino per Gesù il motivo fondamentale di attrattiva nei confronti dell'uomo contemporaneo. Non ricette facili o scorciatoie mondane, ma la testimonianza che seguire Gesù ci rende pienamente uomini. Ed è proprio ciò che Benedetto XVI ci invita continuamente a fare».


Wael Farouq

La Mezzaluna è ancora divisa tra tradizione e modernità

«Le parole di Ratzinger mi hanno spinto a rileggere la crisi del pensiero arabo. Dobbiamo liberarci di un certo passato»

Nel discorso di papa Benedetto XVI mi ha colpito il fatto che per lui il concetto della ragione non è un concetto chiuso su di sé, ma è un concetto vivo e aperto all’esperienza e alla realtà umane». Wael Farouq è docente di Scienze islamiche alla Facoltà copto-cattolica di Sakakini, al Cairo. Figura tra gli autori d’eccezione del volume Dio salvi la ragione (Cantagalli) che raccoglie, oltre al celebre discorso del Papa all’Università di Ratisbona, anche alcune loro riflessioni. «Si può riassumere il discorso in poche parole, prosegue Farouq: la ragione è una relazione. Una relazione fondata sull’amore dell’altro, senza la quale la fede non può compiersi. Ecco perché il logos ha due significati: Parola e ragione; È seguire la dinamica della ragione spalancata e messa in moto dall’imponenza della realtà che ci rende capaci di un vero dialogo delle culture e delle tradizioni religiose».

A distanza di un anno dal discorso di Ratisbona, crede che si sia mosso qualcosa all’interno del mondo islamico, nel senso di un’apertura alla ragione nel vivere la fede, oppure prevale la diffidenza?

«È difficile affermare che un singolo discorso, a prescindere dall’autorità di chi lo pronuncia, sia in grado di cambiare l’ordine delle cose nel mondo islamico. Di sicuro, il "mio" mondo è cambiato. Il mio modo di concepire il rapporto tra ragione e fede. La lectio di Ratisbona è stata per me un invito e un incentivo per andare a fondo della crisi che sta vivendo il pensiero islamico, e in particolare quello arabo. Ho scoperto, con tanto dolore, che lo sforzo razionale degli autori arabi, invece di risolvere la complessità della realtà, ne diviene parte integrante, perché - volente o nolente - cade nella trappola di partire dalla dialettica tra tradizione e modernità. Questa dialettica è diventata una specie di "buco nero" che inghiottisce ogni sforzo intellettuale e ogni coscienza critica. Gli uni rifiutano la modernità - pur usandola - fino ad arrivare alla rottura, mentre gli altri si identificano con essa fino a vedere nella tradizione e nel contesto storico un ostacolo al progresso».

I tragici eventi che colpiscono ogni giorno il mondo musulmano non muovono una riflessione sulla violenza in nome di Dio?

«Certo, eccome. Ma è doveroso precisare che quando oggi parliamo del rapporto islam ragione o islam violenza dobbiamo distinguere tre livelli: l’islam, la sua interpretazione in un momento preciso da parte di una determinata comunità, e infine le pratiche islamiche nella realtà e nella vita quotidiana. Al primo livello, non troviamo un solo testo contrario alla ragione, ma al secondo troviamo parecchi principi e idee contrari alla ragione e pure all’islam. Il filosofo al-Kindi e poi Averroè hanno illustrato bene come l’interpretazione dei testi rel igiosi possa essere insieme contro la ragione e la fede. Il contesto del discorso del Papa non collega comunque la violenza all’islam, ma invita a fare dell’islam, in quanto grande tradizione religiosa, una fonte di conoscenza. Ignorare queste tradizioni o rifiutarle costituirebbe un attacco alle capacità della ragione. La crisi, secondo me, non risiede nell’islam, ma nei meccanismi di pensiero che lo hanno preceduto, interagito con esso al momento della sua comparsa e si sono diffusi al punto da diventare dominanti fino ai giorni nostri».

È così difficile per il musulmano d’oggi intendere che una fede non supportata dalla ragione sia facilmente succube di convenienze politiche e come tale poco finalizzata allo sviluppo della libertà umana?

«L’analfabetismo, l’arretratezza tecnologica e la corruzione politica in cui versano molti musulmani. condiziona profondamente questa riflessione e la stessa pratica religiosa. La crisi della razionalità contemporanea non è tuttavia limitata a una sola cultura; nonostante la grande differenza circa le cause e la natura di questa crisi in ogni cultura, essa rimane una crisi generale dell’umanità, da cui discende unicamente violenza, in diverse forme: la violenza conoscitiva contro la vita umana incarnata dallo spirito nichilista dominante in Occidente e la violenza fisica contro la vita umana incarnata dallo spirito estremista nel mondo islamico. Bisogna recuperare la passione per la ragione come esigenza di totalità. L’allargamento della ragione non avviene solo attraverso la pur giusta difesa di una corretta concezione della ragione, ma dal vedere in atto un’umanità che vive la ragione così e che ne sperimenta il bene per sé».

Quali sono le vie attraverso cui il mondo islamico può riscoprire l’unità di fede e ragione? E in che modo il mondo occidentale può aiutarlo?

«La riscopre recuperando la tradizione popolare islamica secondo la quale "Dio lo si conosce con la ragione" che sovrappone la ragione addirittura all’ispirazi one divina. Nel diritto islamico si afferma poi che "la ragione è precedente alla sharia", perché senza la prima non si intende la seconda. Il problema sta, come già detto, nel trasferire questi concetti nella realtà. l’Occidente aiuta i musulmani - e qui aiuta anche se stesso - quando rimane fedele ai propri principi etici e democratici. Se gli occidentali non ammettono che uno rappresenti una comunità senza elezioni, mi chiedo perché mai accetta di farlo con l’Oriente. L’Occidente deve smettere di considerare come partner dei politici che "sequestrano" o manipolano l’islam».

© Copyright Avvenire, 12 agosto 2007

3 commenti:

Umberto ha detto...

I maomettani. Essendo essi di una religione post-cristiana (Maometto è nato seicento anni dopo Cristo),non solo rifiutano la Parola di Dio rivelata da Gesù Cristo, ma vogliono sostituirla con quella di Maometto.

Voglio lasciarvi all'ultimo libro di p. Livio Fanzaga (Radio Maria), uscito da pochissimi giorni: Non Praevalebunt - Manuale di resistenza cristiana ed. Sugarco; c'è anche qualcosa sull'islam e i maomettani.
Dopo Ratisbona possiamo anche aggiungere al dibattito la "Risposta ai quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa" della Congregazione omonima del 29 giugno di questo anno.
La Chiesa di Cristo sappiamo che è una sola e che sussiste nella Chiesa cattolica (quesito 2).
Fra cristiani e maomettani nell'Europa che molla le radici, si nutre di falsi ecumenismi non in linea con quello che dichiara il Magistero ad esempio nel Direttorio Ecumenico, bhe allora... io comunque, come circa cinque secoli fà, mi affido alla nostra Madre celeste Maria Santissima.
Conversione, pentimento, preghiera!
Le nostre armi.
Poi venga il resto.

Umberto ha detto...

Scordavo questa breve:

Perchè non possiamo dirci musulmani.
Maometto, profeta anche per i cristiani?

ROMA, lunedì, 25 giugno 2007 (ZENIT.org).- I cristiani non possono accettare Maometto come profeta in senso coranico e quindi aderire al suo insegnamento come a una “norma definitiva e universale”.

E' quanto sostiene il professor Christian W. Troll, S.I., docente di Islamologia e Relazioni islamo-cristiane alla Facoltà di Teologia di Francoforte, in un articolo dal titolo “Maometto, profeta anche per i cristiani” pubblicato sul quaderno de “La Civiltà Cattolica” del 19 maggio scorso (Civ. Catt. 2007 II 315-420 numero 10 del 2007).[.......]

Umberto ha detto...

Chiedo scusa. Dimenticavo anche questa cosa da dire.

Ho un buon amico, che da anni, francescano terziario è in Turchia missionario.
Proprio in questi giorni ci siamo incontrati, è tornato per poco tempo a casa.
Ovvio la mia 'tempestata' di domande su come vivono là adesso loro cristiani, su una possibile Turchia in Europa etc etc.
(Questa tempestata di domande la subisce ogni volta che torna).

Bene non sono rose e fiori, anzi.
Ma, come lui dice, è con la testimonianza della vita, dell'operare, che riesce a fare opera di missione.
Per il resto credo sappiate tutti come è la faccenda per i cristiani.
E potrei darvi la testimonianza di un altro amico carissimo, rifugiato dal Pakistan con la famiglia perchè, lui cristiano, scrivendo su un piccolo giornale cattolico locale 'dava fastidio'. E volevano fargli la pelle. Suo zio, vescovo è stato assassinato, tempo fa ne avrete sentito parlare in Tv e nei giornali e non solo.
Cosa è il maomettanesimo l'ho imparato dai miei amici.