2 dicembre 2007

Enciclica "Spe salvi": i commenti di Franco Garelli e Gianni Vattimo ("La Stampa")


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MA IL MONDO È ORMAI GLOBALE

Franco Garelli

E’ molto orientata a marcare la specificità religiosa del cristianesimo la nuova enciclica che Benedetto XVI ha dedicato al tema della speranza. Continuando nel suo impegno di «catechista del mondo» il Papa teologo richiama anche con questo importante documento i fondamenti della fede cristiana, che è altra cosa rispetto alle molte attese umane e domande di significato presenti in varie culture. In tutte le epoche si possono individuare molti maestri di vita e percorsi spirituali e anche il tempo presente si caratterizza per una grande varietà di proposte di salvezza e di richieste di salvatori. Ma la speranza cristiana è l’unica nel suo genere, in quanto si fonda su un evento di redenzione che ha cambiato il corso della storia.
È su questo discorso, un po’ ostico per la cultura di tutti i tempi, che il Papa ribadisce la distinzione della speranza cristiana. E lo fa con un linguaggio oltremodo moderno, con immagini anche accattivanti. La speranza cristiana è «performante», nel senso che la certezza del futuro cambia anche il presente; la fede è una costante disposizione dell’animo, un atteggiamento che richiama più la dimensione della ricerca e della conquista spirituale che un qualcosa di consolidato o acquisito una volta per tutte; i cristiani non conoscono nei particolari ciò che li attende, ma «sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto». Non manca, ovviamente, il riferimento alla verità religiosa e alla certezza della fede; ma l’affresco di cristianesimo che emerge da questa enciclica sembra disegnare il profilo di un credente più umano, che scommette sulla fede e che trae da essa una speranza che è chiamato a testimoniare nel mondo. Si tratta della scommessa che ha informato la vita dei santi e martiri della Chiesa, come di tanti credenti comuni, che hanno creduto che il «cielo non è vuoto» o che ha un «plusvalore» che orienta sia ad una vita buona e responsabile sia all’impegno per gli altri e nelle realtà terrene.
Nel sottolineare la distinzione cristiana della speranza, il documento del Papa sembra porsi a metà strada tra il riconoscimento di altri percorsi di speranza e la denuncia di situazioni e correnti filosofiche che nel corso della storia si sono opposte alla novità della proposta cristiana. Così la convinzione che «la vera, grande speranza dell’uomo, l’unica che resiste a tutte le delusioni, può essere solo il Dio cristiano», potrà apparire troppo tranchant per un mondo laico occidentale che non considera il cristianesimo come l’unico depositario di germi di speranza. Altri, analogamente, avranno delle perplessità di fronte ai passi del documento che chiamano in causa l’età illuministica, una certa idea del progresso, lo sviluppo della scienza, come fattori del tutto tesi a spegnere i germi della speranza cristiana o a sostituirsi ad essa.
Come in genere accade nei documenti di questo Papa, il richiamo alle vicende dell’Occidente sembra prevalente nella sua visione della realtà e nel modo di trattare del cristianesimo. Anche in questo coraggioso testo sulla speranza cristiana (che richiama i credenti a essere fedeli ad una grande virtù pur in un’epoca fortemente segnata dalla sfiducia) il Papa teologo tende a fare i conti con la cultura prevalente nel vecchio Continente e con la sua storia. L’Occidente è stato certamente la culla del cristianesimo, dopo le sue fasi iniziali, e ha avuto e continua ad avere un indubbio influsso sulle vicende del mondo intero. Resta però da chiederci quale possa essere la ricezione di questo importante documento sulla speranza cristiana in un mondo cattolico che è sempre più globale, che si compone di molte storie e culture diverse da quella occidentale, visto che l’Europa cattolica attualmente pesa non più di un terzo sull’insieme della cattolicità. È anche di questa attenzione ai contesti e alle culture diverse che si alimenta la speranza cristiana.

© Copyright La Stampa, 1° dicembre 2007


TROPPA CONDANNA PER LA MODERNITA’

Gianni Vattimo

Ma possibile che, per Benedetto XVI, il «cristianesimo moderno» sia degno solo di una autocritica, del resto connessa con quella che viene richiesta a tutta la modernità (paragrafo 22)? Mentre l’enciclica appena pubblicata abbonda, com’è giusto, di citazioni scritturali e di richiami ai Padri della Chiesa, essa evita completamente ogni riferimento alla teologia contemporanea, che pure non è affatto silenziosa sulla tematica della speranza. A cominciare da quella Teologia della liberazione che l’attuale pontefice ha contribuito potentemente a tacitare già quando collaborava con Giovanni Paolo II nel ruolo di capo della Congregazione per la dottrina delle fede. Va bene che oggi non ci sono più Padri della Chiesa, il loro tempo è finito. Ma il silenzio dei teologi di oggi, tra le tante citazioni di cui è costellato il testo papale, non può non collegarsi all’amputazione di una parte della tradizione ecclesiale, che il Papa vede come limitata a testi più antichi, quasi che l’assistenza dello Spirito Santo, mandato da Gesù per «insegnarci ciò che lui ci aveva detto», non si sia estesa molto oltre i tempi apostolici.
Il cristianesimo moderno deve fare autocritica perché, evidentemente, si è lasciato infettare dal virus della modernità. Che per il Papa si chiama culto eccessivo della ragione e della libertà. Tutto comincia con il povero Francesco Bacone, che enuncia per la prima volta il programma di una umanità che si riscatta dalle dipendenze naturali con l’uso tecnico della scienza. E che in tal modo diventa più libera. Ma ciò che secondo la tradizione più antica si trattava di realizzare era il ricupero della condizione originaria, prima del peccato originale, insomma la «redenzione». Che si può attendere solo dalla fede in Gesù Cristo. Naturalmente Bacone non negava affatto la fede in Gesù Cristo, non aveva intenzione di liquidare la tradizione cristiana. Neanche molti pensatori dell’Illuminismo erano decisamente anticristiani, come non lo era, prima di loro, Galileo Galilei, che rifiutava soltanto di assumere l’Antico Testamento come un manuale di astronomia.
I tanti scienziati credenti che operano oggi nelle università, anche cattoliche, di tutto il mondo non ritengono affatto di servire al progetto distruttore della modernità anticristiana. Certo il pontefice non pensa di scomunicare tutti questi bravi operai della conoscenza. Ma è indubbio che il tono complessivo della sua enciclica, con l’insistenza sulla irriducibilità della speranza cristiana a qualunque speranza mondana, dà l’impressione che riconoscere il primato della fede implichi un’accettazione della finitezza umana che potrebbe rasentare la rassegnazione o almeno una forma di quietismo. Del resto, ciò che il Papa rimprovera a tante forme di ideali emancipativi moderni è la loro pretesa, almeno a lui appare tale, di realizzare il regno di Dio in terra - con la conseguenza ovvia che, data l’impossibilità di un simile programma, si producano solo violenze ancora più gravi di quelle a cui si tratterebbe di rimediare.
A questa condanna non sfugge Bacone, non sfugge Kant, non sfugge soprattutto Marx. Che pure avrebbe qualche titolo per salvarsi: la sua idea di riscatto umano è molto più vicina al cristianesimo di quanto non sia la fede illuministica nel progresso. Però anche la storicità della redenzione marxiana non va bene al Papa. Che dalla storia non si aspetta niente o quasi, tanto che la soluzione a cui pensa, senza enunciarla, è una sorta di ritorno a prima di Bacone. Di qui anche la preferenza per i testi più antichi della tradizione cristiana, e il silenzio sulla teologia contemporanea. Ma il vero senso della speranza cristiana può legarsi a questa radicale diffidenza verso ogni possibilità di miglioramento della condizione umana, sia in termini di agevolazione materiale dell’esistenza, sia in termini di maggiore autonomia di singoli e comunità rispetto alla «necessità» di leggi naturali che forse non sono sempre espressione della volontà divina? È vero che per salvarci dobbiamo ridiventare come bambini. Ma fino a che punto la fedeltà ai testi scritturali esigerebbe una lettura così letterale?

© Copyright La Stampa, 1° dicembre 2007

2 commenti:

Gug ha detto...

Premesso che non mi sembra Vattimo abbia capito gran che della enciclica papale, sono curioso di sapere perche, a quale titolo, Marx dovrebbe essere meno criticato di Bacone o Kant per la sua pretesa di "creare il paradiso in terra". Mi sembra che la storia provi ampiamente quanto funesto sia stato il tentativo di Marx (e della sua ideologia) di risolvere i problemi dell'umanita' al di fuori e addirittura contro i principi della tradizione cristiana.

Anna ha detto...

Non credo, da un lato e in modo ingenerosamente restrittivo, che si possa ignorare che il Papa abbia almeno la conoscenza della Chiesa, ovvero delle Comunità dei 5 continenti...; e, dall'altro, noto che il supposto "limite occidentale" s'infrange nel disincanto della constatazione di una massiccia esportazione di ideologie occidentali in ogni angolo del mondo, dove peraltro la Chiesa si è sempre trovata presente (nel bene e nel male). Pertanto, non mi pare che Garelli possa muovere ragionevolmente il suo appunto. Davvero il mondo è globale. Non so se Garelli abbia notizie di prima mano su come hanno letto questa enciclica in altri luoghi... per ciò che conosco di prima mano e in ambito ecclesiale, (è un limite!?), dal Brasile, alla Repubblica Centrafricana, alla Corea e al Giappone mi sono giunte solo notizie confortanti: hanno letto e hanno capito ciò che è stato scritto, di più assicurano di avere compreso!
Per quanto riguarda Vattimo, l'ho letto con non ironica tenerezza, sembra proprio un bambino. In altro intervento lamentava anche la mancata citazione di Bloch e di Moltmann. In altri scritti il teologo Ratzinger aveva proprio parlato di Bloch e comprendo che Vattimo possa ignorarli, la Deus Caritas invece cita Moltmann. Ma il punto non mi sembra che stia nelle citazioni che si sarebbero volute e non ci sono, nè nel non meglio specificato "cristianesimo moderno". - Per inciso: una cosa che nessuno dei nostri amici ha rilevato: la non citazione di Hans Urs von Balthasar e neppure del teologo Ratzinger. "Rilevazione" che avrebbe meritato un momento di attenzione e riflessione, forse... - Il punto credo sia nel genere letterario della Lettera Enciclica e nella assoluta chiarezza e franchezza dei contenuti espressi. Una domanda sorge alla lettura di questi e altri commenti : quale attese sono nel cuore di queste persone? Contemporaneamente, mi viene in mente l'immagine di una delle tentazioni del deserto: muta i sassi in pane. Se i sassi restano sassi e il pane, pane: posso capire la stizza!