18 febbraio 2008

Il celibato sacerdotale: che cosa insegna il Concilio Vaticano II? E Benedetto XVI? Ecco i testi...


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Vittorio Messori sul celibato sacerdotale: "Quando la Chiesa delle origini scelse la via della «continenza sessuale»" (Corriere)

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CELIBATO SACERDOTALE: CHE COSA DICE IL CONCILIO VATICANO II?

Il celibato

16. La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (124) nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo (125). Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva (126) e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato (127).

Il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine « non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma da Dio» (Gv 1,13). Ora, con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli (128), i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso (129) si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo.

In questo modo, pertanto, essi proclamano di fronte agli uomini di volersi dedicare esclusivamente alla missione di fidanzare i cristiani con lo sposo unico e di presentarli a Cristo come vergine casta (130) evocando così quell'arcano sposalizio istituito da Dio, e che si manifesterà pienamente nel futuro per il quale la Chiesa ha come suo unico sposo Cristo (131). Essi inoltre diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio (132).

Per questi motivi - fondati sul mistero di Cristo e della sua missione - il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella Chiesa latina a tutti coloro che si avviano a ricevere gli ordini sacri. Questo sacro Sinodo torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato, avendo piena certezza nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della nuova legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del sacerdozio di Cristo con il sacramento dell'ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza. Il sacro Sinodo esorta inoltre tutti i presbiteri, i quali hanno liberamente abbracciato il sacro celibato seguendo l'esempio di Cristo e confidando nella grazia di Dio, ad aderirvi generosamente e cordialmente e a perseverare fedelmente in questo stato, sapendo apprezzare il dono meraviglioso che il Padre ha loro concesso e che il Signore ha così esplicitamente esaltato (133) e avendo anche presenti i grandi misteri che in esso sono rappresentati e realizzati. E al mondo di oggi, quanto più la perfetta continenza viene considerata impossibile da tante persone, con tanta maggiore umiltà e perseveranza debbono i presbiteri implorare assieme alla Chiesa la grazia della fedeltà che mai è negata a chi la chiede. Ricorrano allo stesso tempo ai mezzi soprannaturali e naturali che sono a disposizione di tutti. E soprattutto non trascurino quelle norme ascetiche che sono garantite dalla esperienza della Chiesa e che nelle circostanze odierne non sono meno necessarie.

Questo sacro Sinodo prega perciò i sacerdoti - e non solo essi, ma anche tutti i fedeli - di avere a cuore il dono prezioso del celibato sacerdotale, e di supplicare tutti Iddio affinché lo conceda sempre abbondantemente alla sua Chiesa.

(Decreto sul Ministero e la vita dei Presbiteri, Presbyterorum Ordinis, Roma, presso San Pietro 7 dicembre 1965, firmato da Papa Paolo VI e dai Padri conciliari)

CELIBATO SACERDOTALE: CHE COSA DICE BENEDETTO XVI?

Eucaristia e celibato sacerdotale

24. I Padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l'Ordinazione, la piena configurazione a Cristo. Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i Vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri. In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l'offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.(75) Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso. Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa.

In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il Concilio Vaticano II (76) e con i Sommi Pontefici miei predecessori (77), ribadisco la bellezza e l'importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l'obbligatorietà per la tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società.

Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis: Esortazione Apostolica Postsinodale sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa (22 febbraio 2007)

C'e' qualche discontinuita'? Non mi pare...Benedetto XVI ribadisce il dettato del Concilio.
R.

Vedi anche il commento di Lapis che ringraziamo :-)

6 commenti:

lapis ha detto...

lo stesso Papa Paolo VI, poco dopo il Concilio, riaffrontava l'intera questione nell'enciclica "Sacerdotalis Caelibatus" del 1967 e, pur confermando la validità della regola tradizionale, si poneva esattamente gli stessi problemi e domande che alcuni giornalisti sembrano scoprire solo stamattina, ma di cui in realtà la Chiesa ha spesso discusso.

"Le obiezioni contro il celibato sacerdotale

5. Si può dire che non mai come oggi il tema del celibato ecclesiastico sia stato scrutato con maggiore acutezza e sotto ogni aspetto, sul piano dottrinale, storico, sociologico, psicologico e pastorale, e spesso con intenzioni fondamentalmente rette, anche se le parole possono averle talvolta tradite. Guardiamo onestamente le principali obiezioni alla legge del celibato ecclesiastico abbinato al sacerdozio. La prima, sembra provenire dalla fonte più autorevole: il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri, ma lo propone piuttosto come libera obbedienza ad una speciale vocazione o ad uno speciale carisma (2). Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei dodici, come anche gli Apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane (3).

6. L'intimo rapporto che i Padri della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno stabilito nel corso dei secoli tra la vocazione al sacerdozio ministeriale e la sacra verginità trova la sua origine in mentalità e situazioni storiche diverse dalle nostre. Spesso nei testi patristici si raccomanda al clero, più che il celibato, l'astinenza dall'uso del matrimonio, e le ragioni addotte per la castità perfetta dei sacri ministri sembrano talvolta ispirate a eccessivo pessimismo per la condizione umana nella carne, o a una particolare concezione della purezza necessaria per il contatto con le cose sacre. Gli argomenti antichi, inoltre, non risulterebbero più consoni a tutti gli ambienti socio-culturali, in cui oggi la Chiesa è chiamata a operare mediante i suoi sacerdoti.

7. Una difficoltà che molti avvertono sta nel fatto che con la disciplina vigente del celibato si fa coincidere il carisma della vocazione sacerdotale col carisma della perfetta castità come stato di vita del ministro di Dio; e perciò si domandano se sia giusto allontanare dal sacerdozio coloro che avrebbero la vocazione ministeriale, senza avere quella della vita celibe.

8. Il mantenimento del celibato sacerdotale nella Chiesa arrecherebbe inoltre gravissimo danno là dove la scarsità numerica del clero, accoratamente riconosciuta e lamentata dallo stesso sacro Concilio (4), provoca situazioni drammatiche, ostacolando la piena realizzazione del piano divino di salvezza e mettendo a volte in pericolo la stessa possibilità del primo annunzio evangelico. La preoccupante rarefazione del clero, infatti, viene ascritta da alcuni alla pesantezza dell'obbligo del celibato.

9. Non mancano poi quelli, i quali sono convinti che un sacerdozio uxorato non soltanto toglierebbe l'occasione a infedeltà, disordini e dolorose defezioni, che feriscono e addolorano tutta la Chiesa, ma consentirebbe ai ministri di Cristo una più completa testimonianza di vita cristiana anche nel campo della famiglia, dal quale il loro stato attuale li esclude.

10. C'è ancora chi insiste nell'affermazione secondo la quale il .sacerdote, in virtù del suo celibato, è in una situazione fisica e psicologica innaturale, dannosa all'equilibrio e alla maturazione della tua personalità umana; accade così - dicono - che spesso il sacerdote si inaridisca e manchi di umano calore, di una piena comunione di vita e di destino con il resto dei suoi fratelli, e sia costretto a una solitudine che è fonte di amarezze e di avvilimento. Tutto questo non indica forse una ingiusta violenza e un ingiustificabile disprezzo di valori umani derivanti dalla divina opera -della creazione e integrati nell'opera della redenzione compiuta da Cristo?

11. Osservando inoltre il modo con cui un candidato al sacerdozio giunge all'accettazione di un impegno coli gravoso, si eccepisce che, in pratica, esso è il risultato di un atteggiamento passivo, causato spesso da una formazione non del tutto adeguata e rispettosa della umana libertà, piuttosto che il risultato di una decisione autenticamente personale, essendo il grado di conoscenza e di autodecisione del giovane e la sua maturità psico-fisica assai inferiori, e in ogni caso sproporzionati, all'entità, alle difficoltà oggettive e alla durata dell'obbligo che egli si assume.

12. Non ignoriamo che altre obiezioni possono essere sollevate contro il sacro celibato: è questo un tema molto complesso, che fiocca sul vivo la concezione abituale della vita, e che introduce in essa la luce superiore proveniente dalla divina rivelazione; una serie interminabile di difficoltà si presenterà per coloro che non capiscono questa cosa (5), che non conoscono, o che dimenticano il dono di Dio (6), e non sanno quale sia la logica superiore di tale nuova concezione della vita e quale la sua mirabile efficacia, la sua esuberante pienezza.

13. Questo coro di obiezioni sembrerebbe soffocare la voce secolare e solenne dei Pastori della Chiesa, dei maestri di spirito, della testimonianza vissuta di una legione senza numero di santi e di fedeli ministri di Dio, che del sacro celibato hanno fatto interiore oggetto ed esteriore segno della loro totale e gaudiosa donazione al mistero di Cristo. No, questa voce è tuttora forte e serena; non viene soltanto dal passato, viene anche dal presente. Solleciti sempre all'osservanza della realtà, Noi non possiamo chiudere gli occhi su questa magnifica e sorprendente realtà: vi sono ancora oggi nella santa Chiesa di Dio, in ogni parte del mondo, dove essa ha eretto le sue tende benedette, innumerevoli ministri sacri - sud-diaconi, diaconi, presbiteri, vescovi -, che vivono in modo illibato il celibato volontario e consacrato; e, accanto a loro, non possiamo non avvertire le schiere immense dei religiosi, delle religiose, e anche di giovani, e di laici, fedeli tutti all'impegno della perfetta castità: essa è vissuta non per disprezzo del dono divino della vita, ma per amore superiore alla vita nuova sgorgante dal mistero pasquale; è vissuta con coraggiosa austerità, con gioiosa spiritualità, con esemplare integrità ed anche con relativa facilità. Questo grandioso fenomeno documenta una singolare realtà del regno di Dio vivente in seno alla società moderna, a cui presta umile e benefico ufficio di luce del mondo e di sale della terra (7); Noi non possiamo tacere la nostra ammirazione: in esso soffia indubbiamente lo Spirito di Cristo".




http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis_it.html

Raffaella ha detto...

Grazie Lapis :-)

Carla ha detto...

Ho avuto modo di leggere tempo fa la "sacerdotalis caelibatus" di Paolo VI del 1967, mi pare. Premetto che non ho certo quella salda preparazione teologica che occorrerebbe per affrontare con competenza ed in modo approfondito questa grande questione. Tuttavia per una fatto più istintuale (e mi rendo conto, che per ciò stesso è forse connotato da superficialità) ho sempre ritenuto preferibile un sacedozio uxorato. Ciò considerando prevalente sulle altre la motivazione descritta al punto 10 dell'intervento di lapis (purtroppo sono tra quelli che "insistono nell'affermazione che..." di cui al medesimo punto 10) , oltre naturalmente al fatto che non è dato rinvenire un obbligo in tal senso nelle Scritture (ho sentito parlare di riferimenti a Matteo 19, 12, però) . Tornando all'Enciclica, ho sperato, sul serio, di trovarvi uno più argomentazioni forti e decisive pro-celibato idonee a convincere mutare la mia impressionee, ma sinceramente non sono stata in grado di trovarle. Mi piacerebbe però ampliare i miei orizzonti. Saluti Carla

Anonimo ha detto...

Sono sacerdote da 21 anni e sono profondamente convinto delle motivazioni soprannaturali del celibato sacerdotele, oggi più che mai. In un'epoca in cui il senso del soprannaturale corre il rischio di perdersi è più che mai necessario che attraverso la verginità e il celibato ci siano uomini e donne che indichino a tutti cle "la nostra patria è il Cielo". Il celibato è un grande dono, ma per "capirlo" ci vuole una grazia dello Spirito come dice gesù nel Vangelo.

Anonimo ha detto...

Benedetto XVI è tornato in più occasioni sul tema del celibato, ma ricordo in particolare il bellissimo discorso tenuto ai religiosi a mariazell in Austria, nel quale il papa parlava di povertà, obbedienza e castità. Il pezzo sulla castità è:

Per comprendere bene che cosa significhi castità, dobbiamo partire dal suo contenuto positivo. Lo troviamo ancora una volta solo guardando a Gesù Cristo. Gesù ha vissuto in un duplice orientamento: verso il Padre e verso gli uomini. Nella Sacra Scrittura veniamo a conoscerLo come persona che prega, che passa intere notti in dialogo col Padre. Pregando Egli inseriva la sua umanità e quella di tutti noi nel rapporto filiale col Padre. Questo dialogo diventava poi sempre nuovamente missione verso il mondo, verso di noi. La sua missione lo conduceva ad una dedizione pura ed indivisa agli uomini. Nelle testimonianze delle Sacre Scritture non vi è alcun momento della sua esistenza in cui si possa scorgere, nel suo comportamento verso gli uomini, una qualche traccia di interesse personale o di egoismo. Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà. L’entrare in questi sentimenti di Gesù Cristo – in questo essere totalmente in comunione col Dio vivente e in questa comunione tutta pura con gli uomini, a loro disposizione senza riserve – questo entrare nei sentimenti di Gesù Cristo ha ispirato a Paolo una teologia ed una prassi di vita che risponde alla parola di Gesù sul celibato per il Regno dei cieli (cfr Mt 19, 12). Sacerdoti, religiosi e religiose non vivono senza connessioni interpersonali. Castità, al contrario, significa – e da ciò volevo partire – un’intensa relazione; è positivamente una relazione col Cristo vivente e a partire da ciò col Padre. Perciò con il voto di castità nel celibato non ci consacriamo all’individualismo o ad una vita isolata, ma promettiamo solennemente di porre totalmente e senza riserve al servizio del Regno di Dio – e così a servizio degli uomini – gli intensi rapporti di cui siamo capaci e che riceviamo come un dono. In questo modo i sacerdoti, le religiose e i religiosi stessi diventano uomini e donne della speranza: contando totalmente su Dio e dimostrando in questo modo che Dio per loro è una realtà, creano spazio alla sua presenza – alla presenza del Regno di Dio – nel mondo. Voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, offrite un contributo importante: in mezzo a tutta la cupidigia, a tutto l’egoismo del non saper aspettare, alla brama di consumo, in mezzo al culto dell’individualismo noi cerchiamo di vivere un amore disinteressato per gli uomini. Viviamo una speranza che lascia a Dio il compito della realizzazione, perché crediamo che Egli la compirà. Che cosa sarebbe successo se nella storia del cristianesimo non ci fossero state queste figure indicatrici per il popolo? Che cosa sarebbe del nostro mondo, se non ci fossero sacerdoti, se non ci fossero donne e uomini negli Ordini religiosi e nelle Comunità di vita consacrata – persone che con la loro vita testimoniano la speranza di un appagamento più grande dei desideri umani e l’esperienza dell’amore di Dio che supera ogni amore umano? Il mondo ha bisogno della nostra testimonianza proprio oggi.

Anonimo ha detto...

A proposito di celibato… dei nostri amati “preti cattolici”:

Mah… trovo piuttosto inconsistenti le opinabili convinzioni, tutt’altro che ortodosse, dei cristiani che favoriscono il matrimonio dei sacerdoti cattolici (magari con prole di almeno mezza dozzina di figli/e!) e nei quali trovano parecchie riserve circa la propensione o di restare celibi per loro indole caratteriale o di farne addirittura voto con loro libera e cosciente scelta. Non le ritengo persuasive per il fatto d’esser troppo conformate a quei criteri umani che, se non equilibrati con senno, frenano lo sviluppo spirituale e svuotano la materialità di quei buoni frutti derivanti proprio dal celibato. In pratica, esso celibato, non è stimato con l’onore che merita, ma sottovalutato da quello che, in effetti, è: dono specifico della Grazia a favorire e completare al meglio il servizio ministeriale verso la comunità ecclesiale anzitutto, ma anche verso la collettività civile tutta. Questi accorti altruisti, tolgono l’energia che motiva l’autentica vocazione sacerdotale: la chiamata individuale fatta da Dio Gesù. Costoro annullano la potenzialità della grazia e l’amore del Cristo stesso! Di contro, accentuano l’esteriorità del sacerdozio, pensandolo appunto in termini giuridici cosicché, oggigiorno, il celibato sembra essere per loro una regola oltremodo gravosa, sentita ormai anacronistica e quindi ingiustificata. Credono che ciò sia per colpa di un comando imposto dai vertici della Gerarchia che obbliga a sopportare il “bel voto” al celibato da accettare quasi a conseguenza dell’altro voto, l’ubbidienza, o al più perché gli stessi chiamati sono ormai degli scapoli rassegnati che al massimo, col loro stato di celibi, aggiungono altri meriti personali a quelli del loro futuro vincolo sacerdotale. Insomma al convinto parere di taluni, circa la sostanza del celibato sacerdotale, poco o nulla c’è da valutare, anziché sentirlo invece come scelta felice di un voto personale ben meditato, libero e vissuto poi con amore dai singoli invitati dalla magnanimità del Signore. In più, la diffidenza che tali malleabili cattolici riservano al voto del celibato, è anche perché lo ritengono la principale costrizione che condiziona parecchio o impedisce del tutto la libera possibilità a chiunque vuole o desideri farsi prete; quasi che, il farsi sacerdote, fosse una professionalità come le tante altre del mondo profano.

Difatti, nello stonato d’alcune obiezioni sollevate da questi antesignani pessimisti (comprese pure quelle di qualche audace prelato; e mi riferisco anche a quanto detto dal neoeletto presidente della conferenza episcopale tedesca!), ci sta la convinzione che il celibato, proprio perché svuotato dei significati che invece trova nella Sacra Scrittura e nei contenuti teologici, ha l’odore di un’imposizione autoritaria che sembra spiegare la scarsità di nuove vocazioni o la già notevole insufficienza di presbiteri. Non solo: presumono anche che i preti non sposati sono più a rischio e più inclini alle storpiature sessuali o ad avere permanenti difetti causati appunto, non dall’intemperanza delle passioni dei pur buoni istinti o dal non governare gli appetiti sensuali, ma dal fatto di essere infine dei celibi repressi. Invece, non valutano con più buonsenso che, proprio con la fedeltà al celibato, sono messe alla prova le virtù dei sacerdoti e sono vivificate altre loro virtualità per il bene del Corpo mistico. Nello stesso tempo non s’avvedono che, se il “voto” al celibato è supplicato in Dio con insistenza dai destinatari fiduciosi che anche la loro debolezza non è tentata oltremisura (1Cor 10, 13), allora di sicuro Egli aggiunge pure il dono altrettanto pertinace e prezioso della coerenza al loro impegno d’essere celibi, affinché nel comportamento ci sia continuità tra la promessa e la relativa pratica di vita che compia in loro la piena conversione e la gaudiosa speranza della conseguente salvezza (Lc 16, 10).

Tuttavia, nel fondo dei dubbi posti da questi solerti critici sono sottese, però, da una parte un concetto del sacerdozio circoscritto ai soli bisogni materiali umani, ma soprattutto, dall’altra una visione critica del tutto distorta della potestà e dell’autorità esercitate nella Chiesa Cattolica.
In verità, se si seguisse questa loro filantropica logica, allora si porrebbe un’altra finta questione a riguardo dell’autorità della Chiesa, del Sacerdozio e del Celibato. Si direbbe allora: è tanto più facile obbligare il sacerdote a perseverare nel voto del suo celibato, oppure, è molto più difficile o quasi impossibile mantenere l’obbligo - sempre imposto dall’alto – all’impegno del sacerdote di consacrare le specie eucaristiche e di perdonare i peccati e di fare altri uffici divini secondari? Ciò, si penserebbe se si desse erroneamente per scontato che, la Chiesa Cattolica ha il “potere” di gestire i Sacramenti come meglio lei crede! Ergo (il nostro caso riguarda il sacramento dell’Ordine, ossia, lo specifico al sacerdozio presbiterale nel celibato). Rispondo: il problema non esiste fintanto che al centro fra le due apparenti contrapposizioni, agisce e permane l’amore divino-umano, dal fatto che, il perno del sacerdozio non è il celibato bensì l’Eucaristia generata dall’amore divino e dalla libera risposta umana, che è stata data tangibilmente nella vicenda terrena e negli eventi pasquali vissuti da Gesù Cristo, “a favore” dei suoi discepoli i quali, a loro volta, devono concretizzare la memoria perenne del suo sacrificio nel loro vissuto quotidiano. È dunque il Sacrificio Eucaristico che, a sua volta genera il celibato quale ottimale risposta dei chiamati al sacerdozio, così come, è ancora l’Eucaristia che genera le virtù della prudenza e della castità dei fidanzati, quindi, la costante fedeltà e fecondità nel loro prossimo matrimonio. Va quindi affermato che alla fine, le ragioni di quei “generosi” critici cristiani sono di certo immotivate perché esulano completamente dalla valenza di due presupposti: il cristologico e l’ecclesiale. Per cui, nel rispetto della verità, sono essi che qualificano al meglio il sacerdozio, svolto anche con il celibato permanente quale risultato del bene sommo dell’Amore divino-Gesù-umano che nei sacerdoti celibi, trova la sua perfetta equivalenza e bellezza nella fedeltà a Lui e al sacro servizio dentro la sua Santa Chiesa Cattolica.
Pertanto, se sono ben radicate le ragioni con le quali si motiva il valore del celibato per i sacerdoti cattolici, al contrario, sono invece parecchio disordinate e insufficienti quelle richieste improntate sulla contingenza e fondate nel relativismo, quindi, inaccettabili e da respingere almeno per alcune più che plausibili considerazioni:

a) - non è la vocazione al sacerdozio a doversi adattare alle esigenze di chi sente immediato e quasi irrinunciabile al proprio ego, il bisogno professionale di farsi prete. Così come non è l’impegno a dichiararsi forzatamente coerenti al voto del celibato, né prima di accettarlo consapevolmente e in tutta libertà né dopo attuandolo nella coerenza del suo esercizio (realtà che richiama anche l’impegno alla virtù della castità!), a rendere valido o no il sacerdozio cattolico. Piuttosto, siccome il celibato sacerdotale è fondato, non nel comando, bensì nell’amore mai coartato e libero di accogliere con gioia quell’accezione in più della Grazia operata dal e nel mistero cristologico-ecclesiologico, questo fa sì che esso celibato è allora dono peculiare insito nella “chiamata” al ministero presbiterale, finalizzato per la pienezza di vita del Corpo mistico ecclesiale. Tanto che la Tradizione cattolica occidentale, specie romana, ne ha fatto di questo “fiore della santità”, il privilegio di norma fissata nel Diritto Canonico non prima di essere stata ben riflettuta dagli antichi santi Padri delle chiese, orientale ed occidentale, quindi, promulgata con più dettagliati documenti conciliari, petrini e sinodali lungo il corso dei secoli.
Insomma, va ricordato che la “vocazione al sacerdozio” è anzitutto, atto d’amore profondo, tenero, affettivo, sentimentale, passionale, molto intenso, quasi sanguinante verso i particolarmente amati: Gesù e la sua prediletta Chiesa Cattolica.
Qual è perciò la migliore sequela a Cristo, al suo così incommensurabile amore, se non proprio quella risposta del discepolo alla vocazione sacerdotale vissuta ogni giorno, in tutte le ore, per ciascun minuto nel rispetto del sacro voto al celibato verginale, casto, totale e perenne!
Ciò che sostanzia il celibato non è tanto il dovere ad una sua intrinseca necessità, ma piuttosto quello stesso identico “Amore” divino (1Gv 4, 8) e umano gratuito e con il quale si risponde allo specifico invito di Dio per svolgere quel ministero sacerdotale che è stato conferito da Gesù Cristo ai suoi più intimi discepoli, chiamati a conformarsi pienamente e totalmente per il servizio a Lui, Regno di Dio, e alla sua maggiore gloria. In ciò, Gesù di Nazaret è l’archetipo a cui il “chiamato” deve guardare costantemente, con abnegazione di se stesso, senza mai distrarsi, perché ormai la sua vita è Cristo stesso – ben altro dunque è l’amore (agape) da quello platonico o istintivo e pur buono, “consumato” (eros) con donna che magari anche un prete può desiderare!

Cristo Gesù, pur essendo Onnipotente si umiliò, scese e “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14) per esercitare nel suo massimo abbassamento umano e con l’abissale annichilimento di se stesso, il proprio sacerdozio – ben sapendo la povertà dei suoi discepoli preti -, con quella totale ubbidienza filiale (Fil 2, 8) alla volontà (coincisa perfettamente con la sua di vero uomo) di Dio-Padre; ciò attraverso il proprio “Sacrificio”, la sua personale ed irrepetibile eucaristia! Per cui, la garanzia che rende felice il sacerdote celibe, sta nella sua fede-certezza che Gesù Cristo è il solo Sacerdote che ha voluto, col proprio ministero terreno e poi celeste, rendere umanamente realizzabile ciò che in terra Lui, proprio perché è stato tentato in tutto (Mt 27, 42-46), ha svolto da vergine, da casto, da celibe e in assoluta povertà, a vantaggio dei suoi sacerdoti i quali, a loro volta, possono allora attuare ugualmente in tutto, il loro fedele e casto celibato sacerdotale. Gesù non aveva alcuna necessità di fare tutto questo, semmai lo ha liberamente fatto soltanto per mostrare ciò che è impossibile compiere anche ai suoi sacerdoti se vogliono attuarlo da soli, con le proprie forze. Invece nella misura in cui sono uniti “con Cristo per Cristo e in Cristo, sperimentano allora la fattibilità concreta del loro ministero presbiterale, proprio nel viverlo bene e coerentemente con il proprio sacro celibato.

A mio avviso dunque, chi non punta a questa comprensione dell’amore di Dio rivelato sommamente nel mistero del Dio-Figlio incarnato - che è il Cristo Gesù unico Modello, Maestro e Buon Pastore -, ha solo una vaga idea di ciò che significa vocazione e vita spesa “per” gli altri, nel sacrificio sacramentale del sacerdozio che trova la sua completezza e gioia anche nel sacro celibato.
Il Sacerdozio non è lo sghiribizzo scelto da chi è attratto a praticare quest’apparente redditizio “mestiere”. È invece vocazione per la quale, in definitiva, è soltanto Gesù il Sacerdote Celibe che chiama, quando, come e chi vuole a spendere, a sacrificare, a “perdere” tutta la propria vita. Anteposta, appunto, non è la possibilità dell’uomo a scegliere di sua iniziativa o per proprio gusto a diventare prete - come invece può essere per qualsiasi discepolo, pure se sacerdote, diacono o religioso etc, di preferire un lavoro mondano che può scambiare a suo piacere o anche magari nell’esercitarlo non rispettarne le regole imposte dall’azienda e osservate sia dal capo, che dall’ultimo dei dipendenti.
La sequenza ragionevole semmai, è che all’uomo appartiene di ascoltare, di recepire e di rispondere con la propria fede alla “Vocazione” specifica preparata anzitempo e sempre per iniziativa di Dio Trino. Questo è il motivo per il quale diventa “preferibile” accogliere il celibato e di farne anche un sacro voto, perché esso è il dono distintivo dell’Amore (secondo lo schema teologico di san Paolo!) per la totale disponibilità del presbitero al suo ufficio divino nell’unica Chiesa di Cristo, quella Cattolica Apostolica.

Si reclama ancora: ma così proposto, allora le vocazioni al sacerdozio nel “celibato”, diventano più improbabili e sempre più scarse, sennonché infine nulle, tanto da rendere addirittura superflua la prece assidua della Comunità ecclesiale affinché il Padrone mandi ancora “operai” nella sua molta mèsse.
Certo, per benevolenza del Padre con l’azione ininterrotta del Figlio nello Spirito Santo, molti sono i ministeri, i carismi, i talenti e i servizi donati dalla Trinità alla sua Chiesa, ma non tutti i discepoli sono chiamati a svolgere le medesime funzioni ministeriali ed esclusive del sacerdote. Di conseguenza, pur essendoci carismi e doni per tutti i fedeli e tutti, in forza della dignità del loro Battesimo, sono ben disposti a vivere i propri ministeri ordinari - regale, profetico e sacerdotale -, non tutti però sono investiti di quel potere materiale giuridico conferito con l’Ordine presbiterale per rendere sacro il profano.

Al sacerdote cattolico celibe, in comunione col suo vescovo, gli è dunque indispensabile e prioritario compiere anzitutto, l’opera materiale di Consacrare le Specie Eucaristiche, per rendere presente e attiva-viva, con il mistero della transustanziazione, l’Eucaristia, affinché il Sacrificio eterno operato da Cristo Gesù crocefisso e risorto, sia effettivo al suo fine di salvezza col nutrire e col guidare i convocati nel Popolo di Dio. Mancando la materialità dell’azione sacerdotale di consacrare pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo, l’altrettanta materialità dell’Eucaristia non esisterebbe, perciò, si potrebbe addirittura affermare che tra i compiti ministeriali del sacerdote, gli basterebbe soltanto quello di Consacrare le specie e lasciare ad altri i restanti uffici divini – chiaro che la mia è una voluta esagerazione, in ogni caso, più che logica e a prescindere dall’altra specificità del presbitero di amministrare solo lui il sacramento della Confessione.
Di conseguenza se, al sacerdote celibe gli è dato in più, oltre che di consacrare, anche il potere materiale di rimettere i peccati e di spezzare la Parola di Dio, gli sono invece secondarie e per niente indispensabili le altre sue opere pastorali, ministeriali e sacramentali. Se dunque, il sacerdote possiede anche su quelle secondarie la piena potestà, esse però sono funzioni pastorali perfettamente possibili da compiere anche dal diacono sposato o meno e che è in comunione con lui. Difatti per il diacono sposato, è compito specifico di amministrare in parte gli altri Sacramenti e funzioni, delle quali: impartire battesimi e celebrare matrimoni, inoltre di proclamare e predicare la Parola di Dio, il distribuire le santissime specie, quindi, ungere gli infermi, gestire la carità, benedire persone, animali, case e oggetti, eccetera.
Nel Concilio Vaticano II c’è stata un’effusione particolare della Grazia, proprio nel far riscoprire l’antica usanza della Chiesa Cattolica, del dono grandissimo del “Diaconato permanente”, sia di sposati sia di scapoli e di vedovi. Sono questi diletti figli della Chiesa Cattolica, appunto, i primi diretti collaboratori dei sacerdoti celibi che, col loro santo servizio diaconale, sgravano di molto quei compiti sacerdotali secondari per i loro Superiori ma utili e necessari al bene del Corpo mistico!

Al sacerdote cattolico perciò, non è necessario il bene dell’amore affettivo, sentimentale, tenero, da innamorato, sensuale, passionale, profondo, molto intenso verso la sua ipotizzata donna e partorita famiglia. Gli è invece urgente e primario l’innamorarsi di Dio-Gesù, quindi il sedurre, il fecondare e il “partorire” figli della chiesa in ben altra maniera. Per lui dunque è essenziale il vanto della croce di Cristo, per il bene dell’amore pieno, affettivo, sentimentale, tenero, passionale, focoso, profondo, molto intenso, verginale, eterno ed espresso con la richiesta assidua, quindi la lode continua e col rendimento di grazie mai sdebitante, attraverso il suo casto celibato nel sacerdozio indirizzato, per l’appunto, verso l’amato Cristo Gesù. Lo Sposo casto e celibe rappresentato così bene nel modo sponsale e fedele di quell’amore fecondativo – inteso esattamente ad immagine di quello che avviene tra marito e moglie – dato e corrisposto nella relazione, di Patto, d’Alleanza, di Matrimonio eterno tra Dio-Gesù e la sua Santa immacolata Sposa, la Chiesa Cattolica che in tal modo rigenera ancora nuovi propri diletti Figli!

b) – ora, tornando al “servizio del potere e della potestà” che sono esercitate e possedute soltanto da Gesù Cristo per la sua Chiesa Cattolica, spetta allora solo alla Gerarchia Apostolica articolata nella potestà e autorità del Pontefice e a quelle del Magistero Episcopale in stretta comunione con il Vescovo di Roma, la valutazione e lo stabilire con i mezzi formativi nei seminari e negli istituti preposti con i loro maestri educatori, e soprattutto, all’ultimo discernimento dei vescovi, quali saranno i relativi presbiteri idonei al “celibato” (tra l’altro, “in Oriente come in Occidente, chi ha ricevuto il sacramento dell'Ordine, non può più sposarsi.” [Catechismo C.C. n 1580]) e al diaconato di fedeli anche sposati o preferibilmente scapoli. D'altronde, e si badi bene, che per la formazione dei candidati all’Ordine sacerdotale e dei reverendi già investiti del loro ministero, è ancora una volta operante la Grazia, giammai staccata dai Maestri preposti alla formazione del sacerdozio. Grazia che è generata dal Padre con il Figlio e nello Spirito Santo, affinché l’educazione e l’inculcamento - inteso nel suo più ampio ed esatto senso dottrinale e teologico - degli aspiranti e dei già consacrati sacerdoti, abbondi dei suoi buoni frutti tra cui il Celibato. Pertanto, è quindi essendo fiduciosi della divina Provvidenza espressa nei gradi della Gerarchia ecclesiastica, che i prossimi candidati o i già sacerdoti celibi trovano tutta l’assistenza, la potenza e la valenza di quella formazione costante e capillare espressa nelle sue svariate forme: la preghiera assidua nel ringraziamento e nella supplica, la meditazione, l’ascetica, il distacco dal mondo – non disinteresse -, la penitenza, i ritiri spirituali, il tutto accompagnato con il fulcro decisivo della concreta elemosina. Tutto ciò è sostenuto anche dallo studio della Sacra Scrittura, delle Dottrine morali, sociali e loro ramificazioni nella teologia e filosofia etc. In breve, il vissuto quotidiano e concreto dei sacerdoti, dovrà ed è indirizzato a realizzare i “consigli evangelici di ubbidienza, castità e povertà ed è alimentato con le virtù teologali e cardinali, di modo che gli interessati controllino i loro, seppure buoni, sentimenti e desideri del cuore, delle passioni, degli istinti, dei diversi appetiti dei sensi… proprio per non essere a loro asserviti nè tantomeno in dannosa balia di essi. Ciò trova tutta la sua vivacità e competenza se, i candidati e i già preposti sono e restano sottomessi e in comunione con i loro superiori: Vescovi e Presbiteri distinti nei loro diversi gradi gerarchici.

Sempre a tal proposito, c’è anche da rilevare quanto alcuni cattolici ”democratici” deformano l’idea di governo adottato nell’istituzione gerarchica della Chiesa universale, probabilmente perché lo comparano con le forme emancipate di governare la moderna società secolare o forse anche perché influenzati dai metodi di governo liberali usati nel protestantesimo e nelle sue derivanti confessioni. Invece, la potestà e il potere della Chiesa Cattolica quanto al loro servizio giuridico, ministeriale e pastorale, sono ben diverse e derivano direttamente dalla signoria di Cristo il quale ha rimesso nelle mani dell’Autorità Apostolica, tali suoi privilegi illimitati e universali organizzandola nella sequenza di scala gerarchica, sennonché di trasmetterle anche quello “di sciogliere e di legare”. Va ricordato perciò che, il ”potere” e la “potestà” della Chiesa sono assoluti e al cui vertice c’è solo “il Signore”; e mai tali prerogative partono dalla base, mai dalla comunità dei fedeli (come se esistesse una “democrazia” pari a quella dello Stato sovrano laico in cui e in ultima analisi, è sempre il popolo a decidere) bensì dal vertice, dal solo “Kyrios” e dal suo mandato conferito al Magistero Apostolico.
Chi ubbidisce al Vescovo, ubbidisce direttamente a Cristo Gesù; e viceversa. Punto!
Nel governo della Chiesa Cattolica, se ad es hanno la loro notevole rilevanza i Consigli Laici Pastorali, è infine soltanto prerogativa del Vescovo e dei suoi Presbiteri – parroci, arcipreti, sacerdoti e in parte i diaconi – d’essere poi decisionali allo stabilire quali sono le linee guida, sia giuridiche sia pastorali più opportune da adottare e da seguire, pur anche suggerite dalle diverse strutture religiose e laicali della Comunità ecclesiale tutta, giustappunto per l’armonia, l’unità, la pace e il bene ultimo della stessa.
Poi, di notevole rilevanza è da tenere ben presente - per quanto riguarda il potere e la potestà degli alti prelati cardinali, vescovi, arcivescovi, monsignori, sacerdoti, diaconi, ministri straordinari eccetera -, che nel Regno di Dio chi ha più potere, tanto più deve sentirsi ed essere “servo inutile” e tanto più sarà autorevole la sua persona, quanto più eserciterà bene nella carità il suo ministero presbiterale, sacerdotale, diaconale. Il tanto è quanto ha dimostrato al meglio Nostro Signore proprio col suo agire.

Credo inoltre, nel rispetto delle pur discutibili posizioni, che sia utile intenderci qual è il rapporto tra vocazione e amore e quello non meno incisivo della scala gerarchica dei valori già ordinati secondo il diritto di natura, e racchiusi nei sacramenti del Matrimonio e dell’Ordine. Quanto a quest’ultimo Sacramento, è da considerare poi anche la sua gradualità degli uffici previsti sebbene nella loro correlazione mantengono le distinte differenze: perciò all’ordine Episcopale è sottomesso quello Presbiterale al qual è subordinato l’ordine Diaconale. Tanto a precisare che, è l’oggettività del sacramento dell’Ordine che dà il grado di potestà e potere ai vari consacrati, e non i candidati episcopi e presbiteri a stabilirne il rapporto con la propria soggettività.
Anzitutto, ogni “vocazione” è in armonia con le atre e mai sono antitetiche con altri tipi di “chiamata”. Nessuna vocazione ha più importanza o ne sminuisce o è più inferiore o superiore di un’altra per il semplice fatto che ognuna esiste in se stessa, seppure disuguale nella sua capacità di contenere la Carità (Amore). In ogni vocazione c’è la sua ineguagliabile originalità e insostituibile funzione. Per questa ragione, una cosa è la chiamata e l’amore vissuti nel Matrimonio che ha la sua finalità e particolari scopi, ben altra cosa è la vocazione e l’amore vissuti nell’Ordine presbiterale che ha il suo ufficio e speciale finalità. Tra loro poi, non c’è mai alcun antagonismo. Per semplificare ancora: per es. sono unici e inimitabili, sia il cinguettio del passerotto, che il barrito dell’elefante tuttavia l’urlo del pachiderma si sente anche da 2-300mt, mentre il canto del passero si sente bene solo da 15-20mt. Ciò dipende dalle sproporzioni dei due animali e dalle loro effettive capacità di contenere, in questo caso, la voce: eppure le loro due differenti tonalità di versi, suscitano diverse emozioni, com’è l’allegria che risveglia il cinguettio, e il trasalire nel sentire il possente barrito del mite elefante. Ambedue poi suscitano in chi li ascolta la lode al Creatore per aver creato una cosa… macchè, due creature viventi così impensabili! D’altronde, questo ha raccontato col suo squisito mistico modo Santa Teresina del Bambino Gesù nella sua “Storia di un’anima”.

Allora, è assai scorretto presumere che, il sacerdote celibe, il quale rinuncia con ferma volontà e con libertà di coscienza d’avere moglie e di formarsi famiglia, sia in qualche modo limitato, qualcuno dice “mentalmente castrato”, di esprimere il suo amare istintivo per il fatto di non poterlo rivolgere anche con donna e quindi di legarsi pure con il vincolo coniugale e domestico pur mantenendo, e però posponendo, il suo ministero sacerdotale.
Le due vocazioni – invece - vanno ben distinte e mai mischiate o sovrapposte tra loro, con la scusa di chiamare in causa, amore & misericordia, esperite nei suoi diversi gradi. Ciò è a differenza vorticosa di quel simile sacerdozio emancipante e incastrato nell’erroneo abbinamento di relazionare, appunto, il senso di “amore naturale” per donna e famiglia in prospettiva matrimoniale e familiare, da ciò che non lo sminuisce affatto. Cioè, di quel amore di virtù, “Caritas”, sovrannaturale e ben più alto d’amare Cristo soprattutto nella dimensione sponsale e verginale, ed espresso col mezzo del celibato sacerdotale, calato nella pratica concreta e funzionale di “servizio per” il Regno dei Cieli e vissuto nella sua Chiesa universale. È un accostamento opportunistico da cui, confondendo l’amore e la vocazione, si vorrebbe perciò pretendere la necessità infondata del matrimonio anche nel sacerdozio.
Questo andazzo per nulla religioso ma d’ideologismo materialista relativista, è semmai il preambolo per ulteriori sviamenti con i quali, purtroppo, si giunge a certe assurde proposte, se non inique, di alcune frange del cattolicesimo licenzioso e permissivo (Olanda). Di solito però, a tali desolanti situazioni, si sono abituate le chiese cristiane separate, operando ad es. il paradosso d’origine pagana delle ordinazioni sacerdotali femminili, in nome della parità dei diritti tra uomo e donna, magari tra i due coniugi, prete e pretessa (buahhhh ah ah ah!!!). Peraltro, queste chiese separate si prodigano nella falsariga di amministrare i sacramenti per scopi utilitaristici e di consenso secondo le mode etiche e morali laiciste del pluralismo sociale, fondato però sul decadentismo edonistico dei costumi immorali attuali. Logicamente in testa, s’intendono quelle confessioni provenienti dall’anglicanesimo e primariamente dal protestantesimo con tutte le sue centinaia di confessioni, dispersioni, divisioni, sottodivisioni fino ad arrivare alle sette più oscure, quindi, a scimmiottare religiosità sostanziate da sincretismi d’origine orientale o modellate alle varie espressioni para-cristiane occidentali e d’oltre oceano con i new age, reiki, moon e simili; sennonché a quei gruppi pseudo natural-spirituali con estremismi a finalità d’eguaglianza universale e improntate sul sensazionalistico di carattere neo esoterico, cabalista, massonico eccetera.

Circa poi alla Legge - buona o creduta cattiva (Gn 2, 17) - e alle sue norme, regole e prescrizioni, sussiste un grosso equivoco nel conformarla alle circostanze particolari, in modo da presumere che queste debbano prevalere sulla legge stessa, benché, di fatto, non lo possono mai se non sovvertendo quel giusto ordine che, appunto, fa sì che la Legge esista. Caso mai, se non è Legge rivelata da Dio, ma originata dal senso di giustizia umana, allora prima si deve abolirla perché ritenuta impropria e ormai obsoleta, poi sostituirla con una d’aggiornata per adattarla alle nuove diverse situazioni ed esigenze individuali e sociali.
Per cui imho, è inopportuno insistere sull’ipotizzata incoerenza della Chiesa Cattolica, per il fatto che, ai consacrati - preti o addirittura vescovi - ortodossi orientali o protestanti o anglicani convertiti al cattolicesimo (e magari ne succedessero tante di queste conversioni!), sia concesso il ministero sacerdotale pur essendo costoro già sposati e con prole. È un’eccezione che non fa regola alla norma ecclesiastica cattolica di non ammettere il matrimonio ad alcuno che ha la vocazione al sacerdozio o che già esercita questo ministero. Al massimo, è ben più scontato e consono il contrario; cioè che le rispettive autorità di confessioni cristiane diverse, riconoscano la validità dell’ufficio sacerdotale di provenienza cattolica e concedano tranquillamente a questi loro neoconvertiti ministri, il matrimonio o le unioni di fatto o anche le convivenze e sposalizi tra coppie non solo etero.
Per questo ritengo che le critiche, pur plausibili su alcuni aspetti, vanno invece configurate solo in funzione del diaconato permanente nel quale sono previsti i consacrati sposati e mai, assolutamente, per lo specifico del ministero presbiterale cattolico.

Forse, questo discorso sembrerà valido, ma troppo “teorico” e generico, perchè staccato dalla concretezza dei problemi terra-terra che sembrano prevalere sull’interesse dei nostri amati sacerdoti. È da premettere però che ci sono delle ragioni ben valide per le quali i vertici, specie più alti della Gerarchia, insistono sul celibato dei sacerdoti e che a noi fedeli sfuggono completamente, di là delle spiegazioni plausibili che noi possiamo desumerne. Tale impressione a prima vista sembra essere banale o senz’altro “forzata” in quanto, a difesa delle incomprensioni, alcuni si premurano più, o meno indirettamente ad obbiettare: “Purtroppo, anche questo è parte del “mistero della fede”. In realtà, l’intuizione è piuttosto profonda perché ha il suo preciso significato cristologico ecclesiale, e di riflesso, teologico e catechetico. È quel “Mistero” cristologico ed ecclesiologico al quale gli Apostoli, dopo gli eventi pasquali, si apre meglio la sua comprensione, ma al quale Mistero non sono bastati i secoli passati per il suo approfondimento dal momento, che è talmente vasto da far sì che, nemmeno i secoli futuri basteranno per chiarirlo del tutto, pertanto, esso sarà oggetto di totale cognizione, beatitudine e adorazione soltanto in Cielo.
Più esplicitamente voglio dire: se è vero che comprendere il mistero di Cristo e della sua Chiesa nascente, era anche per i discepoli un processo graduale, è anche vero che agli amici più “intimi” di Gesù fu di comprendere sempre meglio il Suo mistero nella misura in cui costoro entravano in confidenza con Lui con la loro disponibilità di convertirsi, rinunciare al proprio orgoglio ed essere piccoli, umili. Quante volte nei vangeli si è letto, che Gesù, si appartava con i suoi discepoli per spiegare a loro in privato le parabole, pregare insieme, quindi confidare a loro chi era il Padre e svelare il segreto con quali rapporti Egli si relazionava con Lui, e quant’altro! Tanto preferibilmente ciò lo faceva con i pochissimi, i soliti due-tre, fino a rivelarsi nella sua epifania, nella trasfigurazione e nella cena pasquale, nella passione… in pratica, a quella sua paziente pedagogia al proprio modo originale e progressivo di insegnare, per es. a quel sempre “cocciuto” e grandissimo Santo dell’Apostolo Pietro, il quale partecipava in maniera costante molto più addentrata e sempre più profonda.
Senza indugio alcuno, dunque, va quindi dato per certo che la sacra Gerarchia cattolica, è tanto più autorevole e alta quanto più è coinvolta e partecipe nell’intimità della conoscenza del Mistero di Cristo e della sua Chiesa nella misura della sua confidenza a camminare con Cristo nella costante conversione. Tanto più perciò, lei Gerarchia diventa credibile, e tanto più a lei si deve allora quel sacro rispetto e sempre fiduciosa ubbidienza in Cristo da parte di tutti i fedeli cattolici e in maniera preminente dai nostri episcopi, presbiteri e diaconi consacrati con l’Ordine.

No, insomma il matrimonio ai sacerdoti cattolici! Sì, a rivalutare il Diaconato permanete di fedeli sposati e no! Nella nostra Una Santa Cattolica Apostolica Chiesa romana e paolina, ci siano soltanto preti santi, puri, casti e celibi. Non ci siano compromessi in questi servi di Dio, ma piuttosto, ci sia in loro ubbidienza incondizionata ai propri Episcopi e comunione piena con il Servo dei Servi, l’attuale nostro più che benvoluto Pastore, eccelso teologo, e nostro Pontefice amatissimo, Benedetto XVI.



Alessandro…… un sior venessian ciamà Bestion

Ciao siora Lella… smuack :o)))