4 dicembre 2007

“Spe salvi”. Piccola guida per leggerla con frutto (dal blog di Sandro Magister)


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“Spe salvi”. Piccola guida per leggerla con frutto

Tra i commenti all’enciclica di Benedetto XVI sulla speranza merita attenzione questo che ci ha trasmesso Francesco Arzillo, 47 anni, romano, magistrato amministrativo molto competente in filosofia e teologia:

L’enciclica “Spe salvi” è l’atto più recente del magistero di Benedetto XVI, di cui rappresenta una sintesi polifonica, di grande impatto spirituale, teologico, culturale.

Colpisce in primo luogo lo stile, molto personale, che esprime la simultanea offerta del cuore e della mente dell’Autore alla meditazione dei lettori.

Per quanto riguarda il contenuto, vorrei richiamare brevemente l’attenzione su tre profili che mi paiono particolarmente significativi.

Si tratta anzitutto di un grande affresco apologetico: viene seguito alla lettera l’invito di Pietro a rendere ragione della speranza che è in noi; della speranza che porta con sé la capacità di mostrare la fede e l’amore autentici, nella loro capacità di trasformare i cuori e la storia. Apologetica organica, che mostra il cristianesimo come un tutto, nel suo nucleo vivo, e lo porge come risposta alla domanda dell’uomo contemporaneo.
Questa domanda non è elusa: ad essa si presta sincero ascolto. E tuttavia l’orizzonte di senso che le si offre è ampiamente eccedente, perché germina dall’inaudita Risurrezione piantata nel cuore della storia. Seria è la domanda, seria è l’inquietudine. Ma seria è anche la risposta; e serio è il giudizio sui cuori degli uomini e sulla loro disponibilità ad accoglierla.

Ma tutta l’enciclica è anche una grande trattazione, ad un tempo, di escatologia e di teologia della storia, che offre moltissimi spunti di riflessione.

Metodologicamente, colpisce l’innesto fluido, sulla base patristica, delle riflessioni moderne (si pensi alla citazione del Padre de Lubac); non colgono nel segno le critiche di chi lamenta un atteggiamento semplicemente conservatore.
Contenutisticamente, vi si mostra un grande lavoro di cesello su temi dibattuti da decenni, e qui portati a una persuasiva chiarificazione.
Basti pensare all’attenta fissazione del rapporto tra il “già” e il “non ancora” nel paragrafo 7.
O alla magnifica rivalutazione del tema del giudizio, tratteggiato su un crinale delicatissimo, con la riproposizione dei Novissimi, accompagnata da un timore che non diventa terrore e alimenta ulteriormente la gioia fiduciosa.
O ancora alla rivalutazione equilibrata del carattere comunitario della speranza cristiana.
O alla fissazione in termini nettissimi, senza compromessi, dell’antitesi tra gli escatologismi immanentistici della modernità e la speranza cristiana.

E infine alla profonda analisi del ruolo della sofferenza, della quale si evidenzia il senso in maniera intensa e pacata, senza cadere nel dolorismo, ma anche allontanando definitivamente l’illusione di un cristianesimo senza Croce.

Importanti sono anche alcuni passaggi solo apparentemente secondari: per esempio, l’accenno, nel paragrafo 5, al fatto che la vita “non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia” (punto importante, se letto avendo presente le polemiche sulle implicazioni dell’evoluzionismo).
Sullo sfondo, incombe la domanda fondamentale sul senso della storia; la risposta non indulge minimamente ad alcuna falsa apocalittica; l’eschaton si fa presente nel quotidiano, lì dove è accolto il messaggio del Regno di Dio. Lo sguardo è positivo, non negativo: si tratta del Dio della vita, sul quale – soltanto – possiamo contare.

Vi è infine la meta. Proprio la sezione sulla vita eterna è la più intensa; vi si mostra un terzo profilo, che è quello spirituale e mistico. Al paragrafo 12 il lettore è colto da un attimo di trasalimento, quando è invitato a meditare sul “momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più… Questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia”.

È questa l’estrema offerta che la Chiesa può fare a tutti gli uomini di oggi: ai semplici, ma anche ai pensatori che indagano intorno al mistero dell’essere: accettare una proposta che ci conduca gratuitamente alla fine, al porto della gioia, di una gioia senza misura.

Per questo la classica, rituale chiusura mariana acquista qui una tonalità anch’essa spiritualmente assai intensa, dove Maria, “piena di santa gioia” viene invocata quale “Stella maris”, come guida nel cammino della vita.

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