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3 dicembre 2007

Pöttering (Presidente Parlamento Europei) ai giovani: "Scegliete di fare la differenza" (Osservatore Romano)


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All'inaugurazione milanese dell'Anno accademico della Cattolica il presidente del parlamento europeo Pöttering ai giovani

Scegliete di fare la differenza

Alberto Manzoni

I valori cristiani, che hanno contribuito in maniera sostanziale a formare l'Europa; l'importanza del dialogo interculturale ed interreligioso; le sfide del mondo attuale alla "vocazione" propria dell'università e di ogni istituzione che deve formare le nuove generazioni e quindi le prospettive per il futuro degli stessi giovani che vi si stanno preparando: è stato uno sguardo ampio ed alto quello offerto dalle tre autorità intervenute venerdì scorso per l'inaugurazione dell'Anno accademico 2007/2008 dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, il magnifico rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi ed il presidente del parlamento europeo Hans-Gert Pöttering.
La data scelta per la cerimonia, il 30 novembre, ha coinciso da un lato con la festa liturgica di sant'Andrea apostolo e dall'altro con la data della firma, da parte di Benedetto XVI, della sua seconda lettera enciclica, Spe salvi. Sono state due circostanze messe in rilievo anzitutto dall'arcivescovo durante l'omelia della santa messa celebrata nella basilica di Sant'Ambrogio, adiacente la sede della Cattolica. Il cardinale Tettamanzi, nella sua veste di presidente dell'istituto "Giuseppe Toniolo" di studi superiori (ente fondatore della Cattolica), ha poi tenuto il tradizionale saluto nell'aula magna di largo Gemelli, dopo il discorso inaugurale del rettore e prima della prolusione dell'ospite tedesco.
Pöttering si è concentrato sul rapporto tra i giovani e la politica: ciò gli ha consentito di spaziare dagli avvenimenti dell'ultimo quarto di secolo, che hanno rivoluzionato il volto dell'Europa, alle grandi domande che i giovani si pongono rispetto agli anni a venire, anche a causa di processi globali che sono sotto gli occhi di tutti: l'enorme progresso di Paesi fino a pochi decenni fa "in via di sviluppo", i cambiamenti climatici che sembrano mettere a rischio le condizioni di vita del pianeta, le questioni che sorgono a causa di fenomeni migratori da un continente all'altro.
Sono tematiche alle quali le persone responsabili pongono attenzione da tempo; e i Pontefici, in particolare Benedetto XVI ed il suo predecessore Giovanni Paolo II, hanno dato parecchi motivi di riflessione: la scelta della speranza, virtù alla quale è dedicata la Spe salvi, è indicativa rispetto ai modelli cui i giovani dovrebbero ispirarsi nella loro crescita. A tale proposito il cardinale Tettamanzi ha voluto sottolineare che "parliamo ai giovani e dei giovani, ma dobbiamo parlare prima di tutto agli adulti, perché i giovani hanno bisogno di esempi virtuosi".
A cosa dovrebbero porre attenzione, allora, gli adulti e specialmente quelli che per vocazione e professione si dedicano alla formazione delle nuove generazioni? Secondo il presidente dell'assemblea di Strasburgo, deputato per la Germania dal 1979, il ruolo dei giovani in Europa è e sarà decisivo, ma persistono alcuni dati preoccupanti: per esempio, la cosiddetta "fuga di cervelli" dal nostro continente a quello nordamericano, nel momento in cui "l'Europa dispone di troppo pochi centri di eccellenza. Le classifiche internazionali evidenziano che, anche se duecento delle cinquecento principali università del mondo si trovano in Europa, solo due delle prime venti e solo dodici delle prime sessanta sono negli Stati dell'Unione. Analogamente, la spesa globale per l'istruzione superiore è scarsa rispetto agli standard di molti dei concorrenti internazionali. L'istruzione superiore europea avreb- be bisogno di altri 150 miliardi di euro di finanziamenti all'anno, mentre non si è ancora affermata la modalità di interventi finanziari privati, come avviene negli Usa, dove peraltro vi sono ancora meno laureati che in Europa".
Di questioni economiche ha parlato anche Ornaghi, il quale ha fatto dei rilievi critici alla situazione dell'università in Italia ed in special modo a quella degli atenei non statali, per ricordare che se si parla di importanza dei corpi sociali occorre anche sostenerli concretamente: "Riforme e rivolgimenti del sistema universitario, in cui siamo immersi e a cui siamo senza tregua sottoposti da ormai sette anni, richiedono ogni volta interventi di integrazione, correzione o rattoppo. Dell'estenuante e in termini economici assai costoso accavallarsi di nuove misure legislative e ministeriali, si rischia persino di non capire più quale pur autoreferenziale logica o quale sopravvivenza di mentalità vetero-statalistica lo ispiri e possa dargli un ragionevole senso. Una progressiva burocratizzazione minaccia di appiattire non solo le Università non statali, ma anche l'intero sistema universitario, costringendo a consumare e sprecare molte energie e risorse intellettuali". Ma il discorso del rettore non si è certo consumato in un cahier de doléance. La domanda essenziale e non retorica è un'altra: "Una Università come la nostra a quali compiti e a quali responsabilità è chiamata, in modo speciale e senza possibilità di surroghe, quando essa ancora realmente sia e si senta una istituzione protagonista della vita del Paese?". Il punto è capire cosa significhi in realtà essere protagonista: le aspettative di concreti cambiamenti, da parte delle "parti più vitali del Paese", interpellano la politica. Queste aspettative emergono - afferma Ornaghi - "negli strati maggiormente responsabili di istituzioni e associazioni, imprese ed enti non profit, corpi organizzati della società e movimenti"; esse non riescono più a "tollerare a lungo lacerazioni e antagonismi più o meno reali o ideologici tra il sistema partitico-politico e quello dell'economia e della società". "Per questo - continua - una visione autenticamente politica dell'interesse futuro, una politica come tessuto connettivo dell'intero Paese e come fattore di positivo cambiamento richiedono non solo la presenza, ma anche la continua formazione e preparazione di quell'insieme di "minoranze creative" da cui è costituita la classe dirigente". Si comprendono allora le ragioni dell'invito al presidente Pöttering a tenere il suo discorso sul rapporto tra giovani e politica e nel contempo si capisce in quale senso la Cattolica, pur nel suo carattere originariamente e genuinamente popolare, intende essere protagonista: proprio nella formazione ed educazione delle persone che potranno costituire la futura classe dirigente.
Tornando alla prolusione e rimanendo nel tema della formazione universitaria, va notato uno dei principali accenti posti dal relatore: "Priorità politica dell'Unione Europea - ha detto Pöttering - dev'essere investire nel "capitale umano" delle generazioni future, quindi nell'istruzione, nella formazione e nella ricerca, garantendo la necessaria autonomia alle istituzioni universitarie". Se i giovani avranno una preparazione adeguata, potranno anche affrontare il ruolo di "custodi del creato", proseguendo nel cammino intrapreso dall'Ue in tema ecologico. Ma potranno anche diventare "costruttori di ponti" fra culture: lo dice chi ricorda che "se nel 1979 mi avessero detto che si sarebbe riunificata la Germania o disfatto il blocco sovietico o realizzata la moneta unica, avrei detto che era solo un bel sogno". I sogni sono diventati realtà, ecco perché - e torna il richiamo al Santo Padre - occorre non perdere mai la speranza.
Allora anche la scelta di dichiarare il 2008 "Anno europeo del dialogo interculturale" non è un sogno. "Ci sono milioni di abitanti dell'Unione di religione e cultura islamica - ha detto ancora Pöttering - che noi dobbiamo conoscere meglio per poter avere un vero dialogo, il quale può basarsi solo sul rispetto reciproco, sul riconoscimento della dignità dell'altro, con disponibilità reciproca e sincerità"; ed il suo riferimento alla libertà religiosa in ogni Paese è stato tutt'altro che sottinteso.
Il ruolo che può - e deve giocare - l'Europa nel mondo è enorme: basti pensare a ciò che essa già fa e può ancora fare in Medio Oriente. Per questo, e in tutti gli altri campi di impegno politico e sociale, i giovani devono sentirsi "ambasciatori ed alleati dell'Europa", attenti alle esigenze di una autentica formazione ed alle scadenze istituzionali importanti come le prossime elezioni europee del 2009.
Così in conclusione il presidente Pöttering è tornato all'appello iniziale: "Cari giovani, vogliamo e abbiamo bisogno del vostro pensiero e del vostro consiglio per compiere le giuste scelte ora. Lavoriamo insieme nel migliorare la politica e per mostrare al pubblico in che modo possiamo migliorare la nostra vita. Scegliete di fare la differenza! La vostra opera di costruzione dell'Italia e dell'Europa di domani inizia qui, oggi, in questa università".
Questa stessa università, con le sue quattordici Facoltà ed i 38.671 iscritti al termine dell'anno accademico 2006/07 (+ 2 per cento rispetto al precedente), sta attendendo con fiducia l'avvio della conferenza dei servizi per l'acquisizione della vicinissima caserma Garibaldi, che significherebbe tantissimo per la vita futura della Cattolica. Ma, secondo Ornaghi, per questo futuro non bastano i muri: per tutti, a partire dall'ateneo che fra tre anni celebrerà il 90° anniversario di fondazione e fra due il 50° della morte del fondatore padre Agostino Gemelli, è necessario un ritorno alle virtù dimenticate, ma così necessarie, come l'umiltà, la pazienza, l'esperienza della fatica. Sono quei valori ai quali Benedetto XVI ha richiamato i giovani nel recente incontro di Loreto, senza dimenticare quanto aveva detto all'apertura dell'anno accademico 2005/06 a Roma.
I temi del dialogo fra culture e religioni e della "vocazione" propria dell'università sono stati richiamati dal cardinale Tettamanzi, che ha sottolineato come "la celebrazione liturgica di sant'Andrea ci spinga a ravvivare l'impegno, a testimoniare il Vangelo all'interno e attraverso il nostro operare quotidiano nell'Università Cattolica. Andrea, secondo il vangelo di Giovanni, fu il primo degli apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù; la liturgia della Chiesa bizantina lo onora con l'appellativo di protóklitos, che significa appunto "primo chiamato"". Tradizioni, ha detto il porporato, "molto antiche raccontano che Andrea ha trasmesso il Vangelo ai greci". Andrea, ha concluso il cardinale Tettamanzi, "è infatti il santo patrono della Chiesa di Costantinopoli, sorella della Chiesa di Roma. Il racconto giovanneo ci può offrire un duplice insegnamento sul nostro impegno universitario, essenzialmente educativo e culturale. Il primo impegno: l'Università Cattolica deve essere un "luogo" in cui si possa sperimentare ciò che l'evangelista Giovanni riassume nel verbo "dimorare", cioè di conoscere in profondità, in modo reale e vitale. Il secondo insegnamento ci riporta all'incontro fra la fede cristiana della Chiesa delle origini e la cultura greca, a cui veniamo richiamati da Benedetto XVI. Un frutto davvero prezioso, questo, che non possiamo limitarci a contemplare come una ricchezza del passato, ma che dobbiamo rinnovare e rielaborare nell'oggi per il presente e per il domani".

(©L'Osservatore Romano - 2 dicembre 2007)

8 ottobre 2007

Il giurista Böckenförde: conoscere il Cristianesimo per superare l'ignoranza sulle altre religioni e per conservare la nostra cultura


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Anticipazione

«La comunità politica chiede alle Chiese l’ethos necessario al suo funzionamento»

DI ERNST-WOLFGANG BÖCKENFÖRDE

E' del tutto indifferente se in una comunità politica esistono una o più religioni, op­pure una comunità fondata sulla libertà per esistere deve riferirsi alla religione, o a una religione particolare, senza però poter garanti­re la sua esistenza? Alla base di questa doman­da sta un’altra domanda, e cioè: dove trova lo Stato, la comunità politica, il suo fondamento spirituale e la comunanza che le è necessaria, se a tal fine non può essere presa in considera­zione la religione, in quanto sprovvista del ca­rattere di obbligatorietà universale? Questa ba­se condivisa può venire allo Stato in un’altra maniera, per esempio attraverso l’eredità po­litico- culturale, o la cognizione razionale, o il consenso effettivo? Oppure in quel caso, come disse ad esempio Hegel, essa resta sospesa 'nel­l’aria', sicché ha bisogno di una cosiddetta re­ligione civile?
In epoche precedenti la religione era la forza connettiva più grande dell’ordinamento poli­tico. Essenzialmente dalla religione lo Stato traeva la sua forza portante e le forze regolati­ve della libertà. In seguito, nel corso del pro­cesso di secolarizzazione della comunità poli­tica, il XIX secolo credette di poter trovare un nuovo vincolo spirituale e una nuova forza u­nificante nel concetto di nazione, e nell’iden­tità politico-culturale così ottenuta. La nazio­ne venne allora considerata come qualcosa di «santo» in senso secolarizzato, la cui esistenza, il cui onore e la cui grandezza sembravano me­ritare e anzi imporre anche il sacrificio della vi­ta. Il nazionalismo non di rado divenne, e con­tinua a essere, una religione sostitutiva – e c­o­È me tale cattiva –, e talvolta si congiunge a una religione. Il pensiero della nazione, pertanto, non porta con sé e non forma alcuna idea gui­da per le posizioni umane di fondo, per la re­sponsabilità etico-morale e per un ethos del comportamento interumano.
Date queste premesse diventa comprensibile lo sforzo fatto per attribuire alla religione alcune funzioni nell’interesse della conservazione e della fondazione interna della comunità poli­tica. La sua azione dev’essere quella, per così dire, di un soggetto che fa le veci dello Stato e della società, di un rappresentante o di un me­diatore di quel consenso sui valori che lo Stato da sé non è più in grado di creare. Ci si deve chiedere, a ogni modo, fino a che punto la re­ligione e le comunità religiose possono accet­tare di esser prese in considerazione come sog­getti facenti le funzioni della comunità politi­ca. Questa maniera di rapportarsi allo Stato, che fa compiere loro un servizio nei confronti dell’ordinamento politico-secolare, corrispon­de alla loro missione? Oppure esse dovrebbe­ro sottrarsi a una simile messa a servizio, per a­more della propria identità e per preservare la propria peculiarità e la propria missione? A que­sta domanda ogni religione deve rispondere per sé. Essa non può farsi imporre la risposta dallo Stato o dalla società. Essa ha certo un ob­bligo di lealtà nei confronti delle leggi vigenti, alle quali appartiene anche la libertà religiosa, ma non è tenuta a identificarsi con la comunità e con i suoi fondamenti spirituali.
Ma oggi un’altra domanda ci appare più attua­le. Fino a che punto uno Stato può affidarsi al­la funzione integrativa della religione, o di una maggioranza di religioni, in campo etico-spi­rituale, e poggiare su di essa? Di nozioni di re­ligione c’è bisogno in Europa. Da un lato, per superare la diffusa ignoranza sulle altre reli­gioni, non da ultimo l’islam. Questa ignoranza è un fertile terreno di coltura per i pregiudizi, soprattutto per quelli negativi. Dall’altro lato, af­finché la nostra cultura rimanga comprensibi­le per la prossima generazione. Pensiamo solo alle grandi opere della letteratura. Come si può avvicinare il Faust di Goethe agli scolari e agli studenti, e come possono questi capirlo, se non c’è la conoscenza del cristianesimo?
Un insegnamento dell’etica, non come materia sostitutiva ma come materia per tutti, è un com­pito che, di fronte al pluralismo religioso, ideo­logico ed etico-spirituale caratteristico della nostra società, deriva dalla funzione educativa dello Stato e dalla sua finalità integrativa. Un in­segnamento generale dell’etica di questo tipo non entra in conflitto con la neutralità religio­so- ideologica dello Stato. Tale neutralità non significa una neutralità o indifferenza rispetto ai valori, nel senso di un’assenza di sostanza e­tico- spirituale. Un buon insegnamento dell’e­tica non ha carattere confessionale, non pre­scrive alcuna posizione in maniera vincolante. Possiamo disporre di testi classici, partendo da Platone e Aristotele, passando da Cicerone e Tommaso d’Aquino, Martin Lutero, gli umani­sti, fino ad arrivare a Kant, Hegel, Mahatma Gandhi e Martin Luther King.
Accanto a ciò, si può e si deve mantenere l’in­segnamento della religione legato alla confes­sione, per coloro che appartengono a una co­munità religiosa. Il contenuto di tale insegna­mento dev’essere modellato in base ai princi­pi della comunità interessata. Organizzato, do­ve possibile, come materia ordinaria, esso vie­ne alleggerito dal carico etico di cui spesso sof­fre grazie alla presenza contemporanea di un insegnamento di etica e di uno di religione. Non essendo più l’unico insegnamento tenuto a tra­smettere contenuti etici, esso può (nuova­mente) concedere alla diffusione del sapere re­ligioso fondamentale lo spazio che gli spetta. E questo, mi pare, gli farebbe bene.

© Copyright Avvenire, 6 ottobre 2007


Principi etici, Stato sotto scacco

In uscita una raccolta di saggi del giurista tedesco Böckenförde, spesso citato da Ratzinger e Habermas: «Le nazioni cercano nelle religioni quei fondamenti che da sole non possono generare»

DI MARCO RONCALLI

La prossima settimana per Ernst-Wolfgang Böckenförde inizia con due appuntamenti romani. Lunedì 8 ottobre il noto costituzionalista tedesco sarà presso il Centro studi americani per un seminario organizzato da Reset dal titolo 'Religione e Stato secolare: una prospettiva post secolare' con Gian Enrico Rusconi, Michele Nicoletti, Geminello Preterossi e Gustavo Zagrebelsky. Martedì, invece, sarà al Piccolo Eliseo per un confronto con Giuliano Amato e Rosy Bindi su 'Etica, laicità e fede nello stato liberale'. Non solo. Negli stessi giorni arriva in libreria il suo Cristianesimo, libertà, democrazia.
Una raccolta importante, che presenta in prima traduzione italiana alcuni saggi fra i più significativi del pensatore che nel 1967 teorizzò, con la necessaria distinzione fra la sfera religiosa e quella politica, anche la prospettiva di una loro cooperazione coordinata, argomento qualche anno fa del dialogo tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas, ma tenuto presente anche nelle parole pronunciate a Verona da Benedetto XVI quasi a completare la famosa lectio di Ratisbona che considera irrinunciabile un rapporto dialettico tra fede e ragione, conversioni e convinzioni. Anzi c’è di più. Fra i testi della nuova opera böckenfördiana , non sembra sbagliato individuare lunghi brani che palesano in nuce i ricorrenti temi alla base del dibattito attuale apertosi anche in casa nostra sul rapporto fra politica e religione, e che indicano ragioni teoriche e concreti orientamenti per una partecipazione attiva alle discussioni in corso nella consapevolezza della posta in gioco: in due parole, la convivenza umana. Un saggio in particolare, datato 1996, resta di grande interesse per spunti di riflessione e una serie di domande che, a loro volta, ne generano altre ineludibili. Si tratta dell’intervento su 'La religione nello stato secolare', ripreso e aggiornato nello scorso ottobre al Centro per gli studi storici italo-germanici di Trento, dove si parlò delle 'religioni politiche', del problema della neutralità dello stato davanti ai conflitti religiosi, di laicità e specificità nazionali, ecc. Certo, sono ormai passati quarant’anni da quando Böckenförde coniò la famosa frase «Lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti normativi che non può garantire», ma il diktum böckenfördiano resta lì al cuore del problema, come dimostrano gli ampi stralci che qui presentiamo.

Ernst-Wolfgang Böckenförde
CRISTIANESIMO, LIBERTÀ, DEMOCRAZIA
a cura di Michele Nicoletti
Morcelliana. Pagine 360. Euro 24,00

© Copyright Avvenire, 6 ottobre 2007

28 settembre 2007

Vian risponde a Pellicani sulle radici cristiane dell'Europa e ricorda la lectio di Ratisbona


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Card. Bertone: Radio Vaticana dà la possibilità di ascoltare le parole vere, le parole autentiche del Papa, non quelle filtrate, ridotte, mutilate

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La questione delle radici più pagane che cristiane

L'Europa sfigurata da anacronismi e omissioni

Gian Maria Vian

Torna la questione delle radici europee: davvero sono più pagane che cristiane? Questa sembra essere la tesi di Luciano Pellicani, lo studioso socialista che la sostiene in un libro di prossima uscita e dal titolo netto (Le radici pagane dell’Europa, Rubbettino). Tesi anticipata sulla rivista "Mondoperaio" e in un convegno su "La risposta laica ai fondamentalismi religiosi" che si conclude oggi, contrapponendo, per l’ennesima volta, una laicità di per sé positiva a religioni connotate in modo negativo.
A presentare il tema è stato, con attente sfumature, Antonio Carioti sul "Corriere della Sera" di ieri, in un articolo dove affermazioni radicali si affiancano ad argomenti storicamente più fondati da parte dello stesso Pellicani. Così lo studioso parla di "dittatura spirituale" del cristianesimo e delle sue istituzioni, pur riconoscendo che il "merito maggiore" della fede cristiana è stato quello di "introdurre un principio di solidarietà verso i deboli, la caritas, che il mondo pagano non conosceva". E non è un riconoscimento da poco.
Troppe sono però le contrapposizioni che Pellicani disegna con apparente fondatezza ma che le fonti antiche non autorizzano. Come quando sostiene che il Dio biblico "pronuncia dall’alto sentenze, comandi e divieti, senza argomentarli. Invece la filosofia greca ritiene che ogni proposizione vada giustificata in termini razionali". Schierando da una parte Cicerone e Seneca, razionali e umanisti, mentre dall’altra li fronteggerebbe un sant’Agostino intollerante persino più dell’imperatore Tiberio.
Semplificazioni, si dirà. Certo, ma semplificazioni che poi restano e si sedimentano in un sentire comune che prescinde sempre di più da una vera conoscenza dell’antichità, che fu, nel bacino mediterraneo in età imperiale e tardoantica, tanto classica quanto cristiana. In un’armonia che gli intellettuali seguaci di Gesù seppero ricercare ed elaborare con tenacia e originalità: dapprima gli apologisti greci dei secoli II e III e poi gli autor i dell’età costantiniana, fino a Girolamo e ad Agostino - sì, l’Agostino a cui Pellicani non rende giustizia dimenticando i debiti del grande africano nei confronti della cultura classica, per esempio proprio di Cicerone - e a figure come Boezio, fino a Isidoro di Siviglia.
Radici classiche e cristiane insieme, dunque, consolidatesi in una dialettica feconda che è un dato acquisito dagli specialisti. Come conferma un piccolo libro di Manlio Simonetti, anch’esso imminente (Classici e cristiani, Medusa), nato dalla rubrica che il grande filologo e storico ha tenuto su "Avvenire".

Si può discutere a lungo sulle componenti pagane e cristiane del nostro continente, e quindi del mondo occidentale, ma è necessario condurre la discussione senza anacronismi che ravvivano le tinte delle attuali contrapposizioni e accentuano la sempre più radicale incomprensione del fatto religioso. Anacronismi che, nel caso delle tesi di Pellicani, sembrano aggiungersi alla macroscopica omissione di un fenomeno storico fondamentale come quello del giudaismo ellenistico, non a caso centrale nel discorso che Benedetto XVI ha tenuto a Ratisbona.

Un intervento, quello di papa Benedetto, tanto importante quanto incompreso, e che è stato rivolto in primo luogo a un Occidente sempre più materialista e dimentico di Dio. Con un appello pacato alla ragione: quel Logos che - presente nei testi filosofici e religiosi del giudaismo ellenistico come principio razionale dell’universo - viene identificato dai primi autori cristiani con Cristo, il Dio definitivamente vicino alla ragione e al cuore dell’uomo. Che si rintraccia nelle radici pagane, ebraiche e cristiane della tradizione occidentale e che con i suoi semi di verità è presente in ogni essere umano.

© Copyright Avvenire, 28 settembre 2007

28 agosto 2007

"Strane ingerenze" europee negli affari interni dell'Italia


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Commenti all'Angelus di ieri

Appuntamente televisivi con il Santo Padre (settembre 2007)

Indiscrezioni di Panorama (ma sono le solite!)

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Cari amici, oggi, puntuale (ma tu guarda che combinazione!), riesplode la polemica sulle presunte agevolazioni fiscali di cui godrebbe la Chiesa Cattolica in Italia. A parte il fatto che le altre confessioni hanno gli stessi benefici di legge, pare quantomeno strano che la questione riesploda proprio oggi.
Non sara' che qualcuno, di cui e' pietoso e saggio tacere anche il nome, ha interesse a distogliere l'attenzione su materie eticamente sensibili certamente piu' importanti e che, guarda caso, sono venute alla ribalta proprio in questi giorni?
Ma tu guarda che combinazione: domani le prime pagine dei giornali saranno occupate da una sterile polemica che riguarda lo Stato italiano e la Santa Sede e non certo le istituzioni europee. Non solo: si viene a sapere che, stranamente, la commissione UE ha chiesto informazioni al governo italiano sulla base di "segnalazioni" di soggetti italiani (ma tu guarda!) di cui il portavoce non ha voluto rivelare il nome.
Beh, questi nomi li potrei fare io e voi
?
Ecco la notizia e l'articolo di oggi di Avvenire:

La Commissione deciderà se aprire un'inchiesta per aiuti di Stato illegali
Nel mirino in particolare alcune esenzioni Ici previste dalla Finanziaria 2006


Vantaggi fiscali alla Chiesa
Ue chiede informazioni all'Italia


BRUXELLES - La Commissione Ue chiederà al governo italiano "informazioni supplementari" su "certi vantaggi fiscali delle chiese italiane", ma non ha ancora deciso se aprire un'inchiesta. Lo ha detto Jonathan Todd, il portavoce del commissario alla Concorrenza Neelie Kroes, precisando che, nel caso, si tratterebbe di un'inchiesta per aiuti di Stato illegali. Sarebbe la prima volta che la Chiesa finisce nel mirino dell'antitrust europeo.
"Non abbiamo ancora preso la decisione se aprire o no l'inchiesta", ha detto Todd, rilevando che il governo italiano ha già risposto ad una prima richiesta di notizie. Bruxelles ritiene però necessario un surplus di informazioni, "pertanto le chiederemo in forma scritta o verbale", ha detto Todd, senza precisare quando.
Ad attirare l'attenzione della Commissione sarebbe stata in particolare una norma contenuta nella Finanziaria del 2006, l'ultima del governo Berlusconi, che prevede l'esenzione dall'Ici degli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità commerciali. L'esenzione è riconosciuta anche alle altre religioni che hanno un accordo con lo Stato italiano e alle attività no-profit. Bruxelles intenderebbe chiarire inoltre anche le riduzioni di imposta (al 50%) concesse alle imprese commerciali della Chiesa.

Todd ha spiegato che le informazioni sono state chieste dopo le segnalazioni, nel 2006, da parte di soggetti italiani di cui non però ha riferito l'identità.

Il portavoce ha sottolineato che, se l'inchiesta dovesse essere avviata, si tratterebbe della prima volta che l'antitrust europeo mette nel suo mirino la Chiesa, anche se in Belgio c'è stato un contenzioso per una questione di Iva e anche in Spagna c'è un'indagine in corso su delle facilitazioni fiscali.
L'annuncio della Commissione arriva nel mezzo delle polemiche sui vantaggi di cui gode la Chiesa cattolica, in particolare su alcune forme di esenzione dall'Ici. Proprio oggi, il quotidiano dei vescovi Avvenire pubblicava un intervento di mons. Giuseppe Betori, il segretario della Cei. "L'esenzione dall'Ici - scrive Betori - si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare il terzo settore. Chi contesta un tale atteggiamento dello Stato manifesta una sostanziale sfiducia nei confronti di molteplici soggetti sociali di diversa ispirazione, particolarmente attivi nel contestare il disagio e la povertà".

Sito Repubblica 28 agosto 2007


L’INUTILE POLEMICA

Betori interviene dopo le dichiarazioni (poi smentite) attribuite a Kasteel, segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum, in cui si ipotizzava la possibilità di «adeguare il Concordato»

Chiesa, fisco, esenzioni: il «privilegio» che non c’è

Il segretario della Cei: l’esenzione dall’Ici si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale, deriva dalla legislazione ordinaria ed è uguale a quella relativa ad altri enti non commerciali. «Il Concordato ha prodotto pace sociale»

Da Roma Danilo Paolini

Basta poco, magari un titolo di fine estate su un giornale, e la grancassa anticlericale torna a suonare la nenia stonata sui presunti "privilegi fiscali" della Chiesa e, addirittura, sulla possibilità di ridiscutere l'accordo di revisione del Concordato sottoscritto nel 1984 tra la Santa Sede e la Repubblica italiana. Stavolta è toccato a un colloquio con La Stampa di monsignor Karel Kasteel, olandese per nazionalità e oggi segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum, in cui si ipotizzava la possibilità di «adeguare il Concordato» e di rivedere «l'intera materia delle tasse». Ma in serata lo stesso monsignor Kasteel ha smentito, sottolineando di essersi «limitato semplicemente a rispondere per telefono ad alcune domande che riguardavano non la questione fiscale, bensì l'aiuto dato dalla Chiesa - anche tramite Cor Unum - a chi si trova in necessità di qualsiasi tipo».
Perciò - si legge ancora nella nota diffusa dal prelato - «isolate dal loro contesto, le affermazioni a lui attribuite non esprimono il suo pensiero, in una materia che, del resto, esula dalle competenze del Dicastero in cui egli opera». Affermazioni che in ogni caso - aveva già chiarito in precedenza padre Ciro Benedettini, vice-direttore della Sala Stampa della Santa Sede - esprimevano «una posizione personale».
Preso atto comunque della perdurante «attenzione dei media sul tema del fisco e di presunti privilegi della Chiesa», dal canto suo il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Betori precisava «che l'esenzione dall'Ici è materia del tutto estranea agli accordi concordatari, che nulla prevedono al riguardo» e ricordava «ancora una volta che essa si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale, che deriva dalla legislazione ordinaria ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare del terzo settore».
Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, infatti (essendo stato più volte spiegato da questo ma anche da altri giornali, tra cui Il Sole 24 Ore) che l'esenzione dall'imposta comunale sugli immobili è riconosciuta, in base al decreto legislativo 504 del 1992, ai fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio di culto e alle loro pertinenze, nonché agli immobili degli enti non commerciali destinati allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, di religione o di culto.
«Chi contesta un tale atteggiamento dello Stato verso soggetti senza fine di lucro - osservava ancora monsignor Betori - operanti per la promozione sociale in campo assistenziale, sanitario, culturale, educativo, ricreativo e sportivo, manifesta una sostanziale sfiducia nei confronti di molteplici soggetti sociali di diversa ispirazione, particolarmente attivi nel contrastare il disagio e le povertà.

Sarebbe infatti incongruo che lo Stato gravasse quelle realtà, ecclesiali e no, che perseguono fini di interesse collettivo». Verrebbe da chiedersi, tra l'altro, a quale Comune a caccia di qualche euro in più possa realmente convenire di rischiare la chiusura, per esempio, di una mensa della Caritas.

«A quanti poi mettono in discussione il Concordato tra Santa Sede e Italia, è bene far presente che esso ha prodotto pace sociale e frutti di collaborazione, di cui si avvantaggia tutto il popolo italiano», concludeva il segretario generale della Cei. Segni evidenti dell'apprezzamento degli italiani, del resto, sono riscontrabili nella vita di tutti i giorni. Come la libera scelta della grande maggioranza delle famiglie a favore dell'insegnamento della religione cattolica a scuola o dell'otto per mille nella dichiarazioni dei redditi.
Tuttavia, c'è chi non perde occasione per tornare alla carica contro la Chiesa. Anche ieri il sottosegretario all'Economia Paolo Cento (Verdi) non si è smentito, proponendo «un tavolo bilaterale» per rivedere il Concordato. Mentre Isabella Bertolini (Forza Italia) ha sollecitato Prodi «a dissociarsi dagli attacchi alla Chiesa che provengono dalla sua maggioranza».

© Copyright Avvenire, 28 agosto 2007

Complimenti a Mons Betori per il coraggio di "dire pane al pane e vino al vino": lo Stato italiano metta tutte le imposte che vuole. A questo punto non solo sara' necessario ma anche auspicabile (dal mio punto di vista) chiudere qualche sede della Caritas.
Forse i poveri non sono cittadini come gli altri? Forse lo Stato si occupa di loro? Non e' forse vero che il piu' delle volte e' la Chiesa a farsi carico dei piu' bisognosi? E vogliamo gravare di imposte l'unico "ente" che tende una mano a chiunque lo richieda?
Ma si'! Facciamo un "dispetto" alla Chiesa da bravi bambini laicisti. Ci si assuma, pero', l'onore di assistere i poveri e si dia ai giovani un'adeguata educazione.
Cari laicisti, lo Stato italiano crollerebbe su se stesso se le Caritas chiudessero. Questo e' un dato di fatto...riflettere e smettetela di fare e dire amenita'!
Resta sempre la faccenda dei beni sottratti alla Chiesa con la forza (il Concordato, come afferma Mons. Betori, ha chiuso la questione romana garantendo la pacificazione). Si dica in commissione europea che il nostro Paese ha con la Santa Sede un rapporto particolare anche in virtu' della sottrazione dei beni ecclesiastici
.
Raffaella

27 agosto 2007

Il ruolo essenziale dei valori spirituali nella sfera pubblica


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La religione nella sfera pubblica

Il ruolo essenziale dei valori spirituali

di padre John Flynn, L.C.

ROMA, domenica, 26 agosto 2007 (ZENIT.org).- Il rapporto tra religione e politica continua ad essere motivo di acceso dibattito, con risvolti anche su questioni di bioetica, di politiche per la famiglia e di giustizia sociale. Mentre si continua a insistere a non voler concedere alcuno spazio alla religione nella politica, un libro pubblicato lo scorso anno sostiene invece che una società democratica pluralista ha bisogno della presenza della fede e di argomentazioni religiose nella vita pubblica.
Brendan Sweetman spiega questa sua posizione nel libro “Why Politics Needs Religion: The Place of Religious Arguments in the Public Square” (InterVarsity Press). Sweetman, professore di filosofia presso la Rockhurst University di Kansas City, nel Missouri, è convinto che il tentativo volto ad estromettere la religione dalla politica si basi su un malinteso senso del pluralismo moderno.
Sweetman esordisce illustrando il concetto di “visione del mondo” (“worldvision”) come quell’impostazione di fondo che sottende la nostra concezione della realtà, della natura della persona umana e dei valori morali e politici. Esiste una grande varietà di queste visioni del mondo:
alcune puramente laiche, altre fondate su basi religiose.
I fautori del secolarismo, spiega il libro, tendono a voler escludere quelle visioni del mondo fondate sulla religione, perché sostengono che si basino su fonti inattendibili o irrazionali. Sempre secondo i laicisti, in una società pluralistica non è possibile introdurre argomenti religiosi perché ciò significherebbe imporre elementi di una religione sugli altri che non condividono tali credenze.

La razionalità

Sweetman mette tuttavia subito in evidenza che una tale argomentazione ignora che l’elemento razionale svolge un ruolo sostanziale nella religione. Sweetman, che all’inizio del libro dichiara la sua fede cattolica, cita come esempio l’enciclica “Evangelium Vitae” di Giovanni Paolo II che contiene un’estesa spiegazione, su basi razionali, della contrarietà all’aborto.
“Il laicista, opportunamente, ignora la questione della razionalità della fede religiosa, o nega superficialmente che la fede religiosa possa essere razionale, o, ancora, evita di fare il raffronto fra la razionalità delle convinzioni religiose e la razionalità delle convinzioni laicistiche”, sostiene Sweetman.
È ora che venga sfatato il mito di una concezione della religione come una sorta di sinonimo di irrazionalità. L’impostazione religiosa del mondo, sostiene Sweetman, non ha nulla da temere da un’analisi razionale.
Il libro sostiene inoltre che la religione non è da considerarsi come una forma di minaccia alla democrazia. Al contrario, essa può rappresentare un valido contributo al dibattito pubblico. Una società, per dirsi veramente democratica, dovrebbe tener conto della “visione del mondo” di tutti i suoi membri e consentire loro di partecipare alla dialettica pubblica, afferma.
La religione può anche rappresentare un valido contributo alle discussioni sui diritti umani, sui valori politici e sul concetto di persona umana, aggiunge Sweetman.
Egli ammette che le religioni non sempre si dimostrano all’altezza dei principi che proclamano e che spesso vi è disaccordo tra le religioni su questioni morali, sociali e politiche. Non tutti gli elementi religiosi, inoltre, sono adatti ad orientare le politiche pubbliche – spiega Sweetman – e non tutte le convinzioni religiose seguono una logica razionale.
Ciò nonostante, la visione religiosa del mondo costituisce un contributo valido e merita di poter essere ascoltata. Infatti, estromettere una visione religiosa del mondo senza dare ad essa la possibilità di essere discussa pubblicamente nel merito delle argomentazioni che essa propone si configura come una violazione dei principi democratici.
Una delle obiezioni dei laicisti, osserva Sweetman, è che la religione introdurrebbe divisioni e dogmatismi, e persino violenze, nella sfera pubblica. È vero che la religione può essere motivo di divisione, ammette l’autore, ma questo è egualmente valido per impostazioni di natura puramente laica. Il XX secolo abbonda di esempi di abusi commessi in nome di ideologie del tutto laiche.

Cattolici in azione

Il Vescovo Thomas Olmsted, di Phoenix, in Arizona, ha scritto un libretto, in forma di domande e risposte, contenente una serie di raccomandazioni sul ruolo della religione nella politica. In questo suo pamphlet, dal titolo “Catholics in the Public Square”, pubblicato da Basilica Press, egli raccomanda ai fedeli di essere rispettosi delle convinzioni degli altri, o di coloro che non hanno alcuna fede.
Allo stesso tempo, tuttavia, “i cattolici non devono avere timore di abbracciare la loro identità o di mettere in pratica la loro fede nella vita pubblica”.
La Chiesa, prosegue il Vescovo Olmsted, non cerca di imporre la sua dottrina sugli altri. Essa è, nondimeno, legittimamente impegnata per il bene comune, per la promozione della giustizia e del benessere della società.
Purtroppo esiste una forma di discriminazione contro i credenti e soprattutto contro i cattolici che esprimono le loro idee pubblicamente. Non solo vi è una interpretazione errata delle idee cattoliche, ma esiste una vera e propria ostilità nei confronti delle persone che manifestano le proprie convinzioni religiose.
“Ciò nonostante, è nostro dovere impegnarci nella cultura e non fuggire da essa”, osserva il Vescovo Olmsted. Il credente, come ogni persona, ha tutto il diritto di proporre le proprie idee nella sfera pubblica.

Valori fondamentali

Un altro contributo recente al tema del ruolo della religione nella politica è stato espresso dall’Arcivescovo di Washington, Donald Wuerl, che il 13 aprile ha parlato in occasione del National Catholic Prayer Breakfast.
Negli ultimi anni si è indebolito, nell’opinione pubblica, il senso del ruolo che i valori religiosi possono svolgere come elemento di sostegno del diritto e della politica, ha osservato l’Arcivescovo. Anziché fare leva sui valori che sono comuni alle principali religioni, vi è un crescente ricorso ad argomentazioni puramente laiche per giustificare l’azione politica.
L’Arcivescovo Wuerl ha sostenuto che questa tendenza è contraria alla prevalente visione dei padri fondatori dell’America. Esiste un principio comune nell’esperienza politica americana, ha sostenuto: “La convinzione della natura cogente della legge morale è fondamentale per comprendere ogni filone di pensiero americano”.
Il pensiero cattolico è su questa linea, ha proseguito l’Arcivescovo, ricordando che il Catechismo della Chiesa cattolica parla dell’importanza della legge morale e di come i comandamenti sono espressione diretta della legge naturale.
“La fede religiosa ha svolto e continua a svolgere un ruolo significativo nella promozione della giustizia sociale e nella difesa di ogni vita umana innocente”, ha spiegato il presule. La fede, ha aggiunto, ci aiuta a valutare la nostra vita e a giudicare il bene e il male in linea con la sapienza divina.

Approccio schizofrenico

L’Arcivescovo ha quindi sottolineato che il tentativo di separare la sfera morale da quella politica, o i valori spirituali da quelli umani, è un “approccio schizofrenico alla vita”, che porta solo “devastazione alla persona e alla società”.
“Il modello laicista non è sufficiente a consentire un’adeguata analisi dell’agire umano, in grado di dare un orientamento che sia in linea con un’impostazione altruistica della vita umana”, ha concluso.
Questo ragionamento si trova spesso anche nel pensiero di Benedetto XVI. Tra i suoi più recenti richiami alla necessità della presenza della fede e dei valori morali nella politica e nella società, vi è quello contenuto nel suo discorso del 5 luglio, rivolto ad un gruppo di Vescovi della Repubblica dominicana, a Roma per la loro visita quinquennale ad limina apostolorum.
È compito dei laici lavorare e agire direttamente nella costruzione dell’ordine temporale, ha ricordato il Papa. E in questo compito essi hanno bisogno di essere guidati dalla luce del Vangelo e dell’amore cristiano.
I cristiani impegnati nella vita pubblica dovrebbero – ha raccomandato il Pontefice – dare testimonianza pubblica della propria fede ed evitare di vivere due vite parallele: una spirituale e l’altra secolare, dedicata alla partecipazione ad attività sociali, politiche e culturali.
Il Papa ha esortato i cristiani a perseguire, invece, una piena coerenza tra la loro vita e la loro fede, fornendo così un’eloquente testimonianza della verità del messaggio cristiano. Una coerenza che troppo spesso manca nella vita pubblica.

© Copyright Zenit

19 agosto 2007

Il Papa al Parlamento europeo? Forse nel 2008


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Ratzinger pronto all'ingresso in Europa

di MARIO PRIGNANO

Potrebbe avvenire nei primi mesi del prossimo anno, la visita di Benedetto XVI al Parlamento europeo: venti anni esatti da quella di Giovanni Paolo II, in un momento politico delicatissimo non solo per le polemiche che puntualmente accompagnano ogni dibattito in sede Ue su presunti diritti e pretese discriminazioni sessuali, ma anche per il lavorìo sull'integrazione europea. Che, nonostante i recenti parziali successi, la Chiesa guarda tuttora con grande preoccupazione per la perdita di slancio e di contenuti che ormai da tempo lo caratterizza. Insomma, di questioni da trattare in un incontro con gli eurodeputati, Papa Ratzinger ne avrebbe. Se confermata, la notizia di una sua trasferta nel cuore del Vecchio Continente sarà la prima di stampo politico prodotta dal Meeting di Rimini quest'anno.

FACCIA A FACCIA Proprio oggi, infatti, col pretesto del tradizionale raduno ciellino, si incontreranno faccia a faccia il cardinale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone e il presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Poettering. Al primo toccherà celebrare la messa d'apertura del Meeting, mentre l'altro è stato invitato per tenere la prolusione inaugurale, dedicata quest'anno all'identità dell'Europa. Il contesto "amico" in cui i due si vedranno (ci sarà anche un pranzo, con Giorgio Vittadini, Giancarlo Cesana, Roberto Formigoni, e altri big di Cl) faciliterà l'affronto e la soluzione di una questione aperta fin da marzo scorso, quando, approfittando di un'udienza in Vaticano, Poettering invitò formalmente Benedetto XVI a Strasburgo. E se, come pare, parlando a nome del Papa, Bertone scioglierà positivamente la riserva, un attimo dopo si aprirà la discussione sul quando, sul come, sul perché e dunque, manco a dirlo, sul "per dire cosa" e "con quale autorità" il capo della Chiesa cattolica avrà accesso nella sede della massima istituzione democratica europea. Del resto, i rapporti tra l'Europarlamento e lo Stato Vaticano, da un punto di vista politico sono sempre stati piuttosto difficili, specie negli ultimi anni. Non a caso, appena qualche settimana dopo l'udienza di Poettering in Vaticano, gli eurodeputati Marco Pannella e Marco Cappato hanno presentato un'interrogazione chiedendo che, prima di rivolgere qualunque invito a Benedetto XVI, il Parlamento di Strasburgo pretendesse da lui «pubbliche e chiare scuse» per il presunto "disprezzo" con cui, a loro giudizio, il Papa trattava l'Europarlamento, continuando a intervenire sui temi più sensibili da un punto di vista etico-religioso, come quello dei matrimoni tra gay. La risposta secca di Poettering, per cui l'invito era già stato formulato, non ha evidentemente soddisfatto l'ala sinistra del Parlamento, che poco dopo, in aprile, è riuscita a far passare una risoluzione di condanna contro «i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali» in alcuni Paesi europei.

IL SENSO POLITICO Se però queste, come molte altre battaglie (si pensi a quella relativa alla sperimentazione sugli embrioni), hanno visto Strasburgo e il Vaticano impegnati su fronti opposti, va anche detto che un invito come quello di cui parliamo non poteva partire che da un padrone di casa come Poettering, cattolico convinto e democristiano di lunga data, politicamente e ideologicamente cresciuto all'ombra dei grandi vecchi dell'Europa unita, tra cui Helmut Kohl, di cui è stato allievo fedelissimo. Con lui, sullo scranno della presidenza del Parlamento, Papa Ratzinger si troverà perfettamente a proprio agio affrontando quei temi che più gli stanno a cuore (come stavano a cuore a Giovanni Paolo II) quando si parla di Europa: dalle radici cristiane del continente, alla sua storia culturale, alla tutela della vita umana dal concepimento, all'importanza della famiglia fondata sul matrimonio. Comunque lo si volesse valutare, sarebbe in ogni caso un evento di portata politica notevolissima. Con effetti dirompenti anche sulle cose di casa nostra, specie se, come si vocifera da settimane, il prossimo anno ci saranno davvero le elezioni politiche e il viaggio di Benedetto XVI a Strasburgo coinciderà con il periodo di campagna elettorale. .

I PAPI E LA UE WOJTYLA IN FRANCIA L'11 ottobre dell'88 Giovanni Paolo II interviene al Parlamento europeo. Lì denuncia l'esistenza di «correnti di pensiero» in «terra europea» che «a poco a poco hanno allontanato Dio dalla comprensione del mondo e dell'uomo», e di «fautori di un umanesimo agnostico e a volte anche ateo»

IL RELATIVISMO Il 2 marzo 2007 il presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Poettering ha invitato Benedetto XVI all'assemblea di Strasburgo. Papa Ratzinger ha in passato sottolineato che «l'Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sempre più spesso contesta che ci siano valori universali ed assoluti»

L'APOSTASIA Per Ratzinger l'Europa è caratterizzata da una «forma di apostasia da se stessa» che la «induce a dubitare della sua stessa identità».

IL CALO DEMOGRAFICO Secondo Benedetto XVI l'Europa sotto il profilo demografico starebbe rischiando il «congedo dalla Storia».

L'IMPEGNO CRISTIANO Il Papa ha invitato i cristiani ad essere «presenti in modo attivo» nel dibattito pubblico a livello europeo, e ha esortato: «Non piegatevi alla logica del potere fine a se stesso»

© Copyright Libero, 19 agosto 2007

Il Papa non rinuncera' ad andare al Parlamento europeo solo perche' certuni chiedono le sue scuse (straordinario! I sedicenti fautori di ogni liberta' vorrebbero impedire al Papa di parlare...bella coerenza!). E non dimentichiamo che dalla vecchia Europa, stanca e "smidollata", si sono levate ben poche voci a difesa del diritto di opinione del Papa dopo la lectio di Ratisbona. Nessuna lezione, quindi, dai politici.
Benedetto e' consapevole di essere, come ogni vero cristiano, segno di contraddizione e possibile segno di divisione. Lo ha detto in modo magnifico all'Angelus proprio oggi.

Raffaella

12 agosto 2007

Mons. Fisichella: Oriana Fallaci e Papa Benedetto


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Joseph e Oriana, l'incontro di due menti eccelse

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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Benedetto, il "parafulmine" (di Raffaella)

Monsignor Fisichella e gli ultimi giorni della Fallaci

di FRANCA GIANSOLDATI

MONSIGNOR Rino Fisichella, il prete che ha preso per mano Oriana Fallaci nell’ultimo percorso di vita, quello più difficile, quello segnato dalla malattia e dall’isolamento, che non ha esitato a metterle a disposizione per alcuni periodi la sua abitazione al Laterano senza la necessità della solita scorta per le minacce islamiste, attrezzandole una stanza per affrontare l’emergenza medica, cerca di spiegare l’eredità intellettuale di questa «atea devota».

L’eredità di una scrittrice controversa e coraggiosa che interroga sempre più il mondo cattolico. Il dibattito ospitato al Meeting ne è la prova.

La Fallaci sembra fare proseliti..

«La personalità di Oriana era talmente polivalente che non poteva non attrarre il mondo cattolico. Certamente bisogna considerare le molteplici sfaccettature della sua persona e della sua opera letteraria. E’ inevitabile che il coraggio di Oriana induca a riflessione. Da sempre. Si è trattato di coraggio quando ha scritto Lettera a un bambino mai nato. In un periodo di forte contrapposizione scrisse una pagina certamente autobiografica che andava al di là della sua biografia per affrontare una problematica che le è sempre stata vicina. La difesa della vita».

Nell’ultimo periodo, vedendo la vita che si spegneva, si rammaricava di qualcosa in particolare?

«Posso dire che uno dei suoi desideri era di scrivere la continuazione alla Lettera a un bambino mai nato. Non c’è riuscita. Nella vita di coloro che hanno una forte valenza intellettuale succede che quando si trovano davanti alla fine si accorgono di avere ancora tanto da fare, e questo valeva anche per lei. Ripetutamente mi diceva che non poteva morire perché doveva scrivere ancora tante cose».

Perché voleva tornare sul tema antiabortista?

«Mi aveva chiesto del materiale per riparlare di diritto alla vita. Sentiva forte la necessità di riflettere sulla vita. Era convinta della negatività di qualsiasi legge che potesse interrompere la vita nascente. Penso che volesse dare continuazione al libro al di là di ogni dibattito politico».

Un’atea devota che condivideva con la Chiesa molte battaglie..

«Nella visione positiva di Oriana c’era anche il suo costante richiamo al valore dell’identità dell’Europa. Ha detto e scritto concetti facilmente condivisibili, e lasciando in disparte i suoi aspetti caratteriali, ha saputo difendere strenuamente l’identità cristiana di un continente da ricondurre al cristianesimo».

Era una persona di fede?

«Si diceva cristiana in quanto si riconosceva nella cultura che ha dato le basi all’Europa. Che fosse senza fede non saprei. Quando parlavo con lei mi tornavano in mente quelle pagine scritte da Silone nel suo romanzo postumo Severina, laddove in una pagina la protagonista del romanzo veniva invitata a dare una risposta: “Ma tu credi? Credi?” E lei rispondeva: “Non credo ma spero”. La cosa bella è questa: che solo Dio conosce la fede nel cuore di ogni persona. Il cuore di Oriana era pieno di grande speranza. La speranza di un Dio, di una vita oltre la morte».

Che affinità ci sono tra il Papa e la Fallaci?

«Ricordo il giorno dell’udienza a Castel Gandolfo. Si è presentata col libro di Benedetto XVI sull’Europa tra le mani. Era tutto sottolineato nei passaggi fondamentali. L’affinità intellettuale era tutta lì, nella visione della profonda crisi del mondo occidentale e forse anche nel desiderio di trovare la strada giusta per venirne fuori. Oriana a differenza di Benedetto XVI percepiva soprattutto il problema dell’Islam mentre il Papa vede la crisi quale prodotto del secolarismo».

E’ vero che l’università del Laterano di cui lei è rettore dedicherà alla Fallaci un piccolo museo?

«Al Laterano ha lasciato in eredità i suoi libri. Ha impacchettato lei stessa i volumi che voleva donare. Lo ha fatto finché ha potuto, in ginocchio per terra, come faceva lei, metteva la dedica e la sua firma, li ha inscatolati personalmente. Questo fino a un paio di settimane prima di morire. Ha donato anche fotografie e altri oggetti. Non voleva che andassero perduti, che andassero all’asta, dispersi in mille rivoli. Voleva tenerli uniti. I libri del Fondo Fallaci li stiamo catalogando poi saranno a disposizione. Questione di pochi mesi. Il Laterano riserverà una sala in cui esporre anche gli oggetti, una specie di piccolo museo. Ci sono i taccuini, le penne predilette, la sua macchina da scrivere, persino lo zaino del Vietnam».

© Copyright Il Messaggero, 12 agosto 2007

7 agosto 2007

Il filosofo americano Royal: la modernita'? E' cristiana!


Vedi anche:

I presunti scoop di un commentatore (???) poco informato

L'importanza del lavoro del cardinale Lustiger secondo Massimo Introvigne

Cardinale Ratzinger: il vero significato della partecipazione attiva dei fedeli alla liturgia

Voci incontrollate di pressioni sul Papa: chi fa pressing? La curia, la stampa o entrambe?

8 per mille: cio' che Scalfari (e non solo) si e' dimenticato di scrivere...

L'Italia non e' un Paese normale? Colpa dei Cattolici! Un bel commento sul Scalfari-pensiero

Si e' spento il cardinale Lustiger, arcivescovo emerito di Parigi

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

IDEE

Nel suo nuovo saggio il filosofo americano Robert Royal mostra il ruolo decisivo delle Chiese per la nascita dell'Occidente democratico

La modernità? È cristiana

Nel XXI secolo la fede sarà ancora un fattore trainante: in Europa come negli Usa, argina gli abusi del razionalismo

Di Flavio Felice

«L'impulso religioso è sempre stato una dimensione dell'umanità. Sarebbe qualcosa di molto simile ad una mutazione genetica qualora tale impulso si estinguesse». Con questa citazione del sociologo Peter Berger, il filosofo statunitense Robert Royal apre il suo più recente libro dall'emblematico titolo The God that did not Fail. How Religion Built and Sustains the West ("Il Dio che non ha fallito. Come la religione ha costruito e sostenuto l'Occidente"), uscito in America da Encounter Books e in via di pubblicazione in Italia per i tipi della Rubbettino. Royal è stato per anni vicepresidente dell'Ethics and Public Policy Center e da qualche anno ha fondato e presiede a Washington un nuovo think-tank, il cui nome rinvia immediatamente alla tesi centrale del suo libro: Faith & Reason Institute. Royal tenta di evidenziare un problema che è di ordine esistenziale, politico, oltre che storico: qual è l'avvenire della religione, ed in modo particolare del cristianesimo, tanto in Europa quanto nella realtà culturale e politica dell'Occidente? Si tratta di una domanda fondamentale che mai come oggi sta assumendo i caratteri di una disputa culturale; si pensi al dibattito sulla Costituzione europea, ovvero all'aspra dialettica tra chi sostiene laicamente la legittimità da parte dei credenti di intervenire nell'arena pubblica e chi negherebbe ai credenti lo stesso diritto. Il problema viene affrontato dal filosofo con grande rigore teorico ed attenta cura storiografica: la sua tesi è che il cristianesimo può ancora rappresentare una forza determinante per la civiltà occidentale del XXI secolo. Tesi, proprio perché tenta di non cedere a superficiali approssimazioni, argomentata attraverso una poderosa ricostruzione storica del ruolo giocato dal cristianesimo alla nascita e allo sviluppo delle istituzioni politiche e culturali tipiche delle moderne società occidentali. Il libro è suddiviso in nove capitoli, nei quali l'autore affronta le questioni inerenti la domanda religiosa dell'uomo dall'antichità classica fino ai nostri giorni, passando per la poliarchia tipicamente medioevale, per le prime forme di organizzazione rinascimentale, per la rottura delle diverse riforme protestanti e giunge fino ai tentativi di sistematizzazione illuministica: nelle sue versioni continentali ed anglosassoni. Sono questi ultimi i tentativi che hanno prodotto le rivoluzioni che hanno segnato i contorni della modernità, o forse sarebbe più corretto parlare di contorni delle diverse forme di modernità, così diverse tra di loro come diversi sono stati gli avvenimenti rivoluzionari dai quali, in parte, possiamo affermare che siano scaturite. Una modernità, dunque, che appare anch'essa plurale ed irriducibile ad un unico schema logico. Royal procede con una rigorosa riflessione sul secolo appena trascorso, mettendo il dito sull'orrore dei totalitarismi di destra e di sinistra che abbiamo conosciuto e che talvolta ci illudiamo di esserci buttati dietro le spalle una volta per tutte. Accanto alla denuncia delle culture che hanno proclamato la morte di Dio e delle ideologie che, in forza di quella dichiarazione di morte, hanno manifestato anche il disprezzo per l'umanità, un disprezzo che è giunto fino a concepire lo sterminio per ragioni etniche, religiose, politiche, Royal riafferma con forza la matrice di quelle identità culturali che hanno rappresentato un pensiero ed un'azione sociale a difesa della persona. Royal individua un ponte ideale che unisce le due sponde dell'Atlantico (basti pensare a Maritain e Sturzo). Un ponte dato dalla elaborazione di una cultura politica pensata come argine contro gli abusi del "razionalismo". Un abuso della ragione che ha finito per ridurre lo spazio della coscienza individuale, ovvero una progressiva costrizione che ha condotto in molti casi al divieto stesso di professare pubblicamente la fede e con essa ha negato l'esercizio delle libertà personali anche nel campo della partecipazione politica e dell'agire economico, inf erendo un colpo mortale al riconoscimento della dignità della persona umana. A parere Royal, l'edificazione di questo ponte è stata formalizzata da Pio XI nel 1931 con l'enciclica sociale Quadragesimo anno, dove viene elaborato in forma sistematica il principio di sussidiarietà orizzontale. Il suddetto principio incontra la tradizione del liberalismo classico nelle nozioni di federalismo, rule of law e bilanciamento dei poteri. Non a caso, qualche decennio prima, fu proprio Lincoln ad affermare: «L'oggetto legittimo del governo è realizzare quello che una comunità avrebbe dovuto fare, ma che non è stata in grado di fare, o quello che i singoli non possono fare da soli, facendo appello alle proprie capacità. Ma il governo dovrebbe evitare di interferire in tutto quello che la gente può e sa fare da sé». Di qui il richiamo di Royal al contributo del cristianesimo - storicamente innegabile e teoricamente rilevante - all'esercizio della tradizionale virtù della saggezza pratica e della ragione prudenziale all'interno di una più corretta comprensione della natura e dell'ordine sociale, al centro del quale c'è il fondamentale ruolo svolto dalle libere persone e dall'associazionismo nel pieno rispetto del principio logico, morale e politico-economico della sussidiarietà.

© Copyright Avvenire, 7 agosto 2007

22 luglio 2007

Il Cristianesimo europeo e' in declino? Sembrerebbe di no anche grazie alla popolarita' di Papa Benedetto


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Il futuro della religione in Europa

Moderato ottimismo da parte di un nuovo studio

Di Padre John Flynn, L.C.

ROMA, domenica, 22 luglio 2007 (ZENIT.org).- Molti prevedono un futuro a tinte fosche per il Cristianesimo in Europa. Ma non la pensa così Philip Jenkins che nel suo ultimo libro descrive la situazione del Vecchio Continente in modo meno tragico.

“God's Continent: Christianity, Islam and Europe’s Religious Crisis” è il titolo del suo libro pubblicato da Oxford University Press, ultimo di una trilogia sul tema del futuro del Cristianesimo.

I primi due volumi - “The Next Christendom” e “The New Faces of Christianity” - riguardavano principalmente la crescita della religione nell’emisfero Sud del mondo. Il terzo volume si concentra invece su un’Europa affetta da un evidente calo nella pratica cristiana e da una crescente presenza di immigrati musulmani.

Anche l’Europa è destinata a seguire l’esperienza del Nord Africa, in cui il Cristianesimo è stato soppiantato dall’Islam? Questo è ciò che alcuni pronosticano, osserva Jenkins. Tuttavia, egli ammette che la situazione attuale è ben lungi dall’essere ideale in termini di pratica religiosa dei cristiani, ma che non è cosi tragica come taluni vorrebbero farci credere.

Nonostante il calo nei tassi di fertilità e l’immigrazione proveniente dai Paesi islamici, Jenkins sottolinea che nella maggior parte delle nazioni dell’Europa occidentale i musulmani rappresentano solo il 4-5% della popolazione. Come paragone, negli Stati Uniti vi è una minoranza di latinoamericani, asiatici e altri gruppi etnici per un totale di circa il 30%.

Diverse sono le proiezioni per il futuro. Jenkins cita alcuni dati relativi agli Stati Uniti: il National Intelligence Council calcola che l’attuale popolazione musulmana in Europa, che ammonta a circa 15 milioni di persone, potrebbe raggiungere i 28 milioni nel 2005. I numeri tuttavia non sarebbero distribuiti in modo uniforme. In Francia, Germania e Olanda risiederebbe una minoranza del 10-15% nel 2025.

Jenkins sottolinea che se consideriamo l’Europa più ampia, quella che arriva fino ai confini dell’ex Unione sovietica, allora nel continente vi sarebbero circa 40 milioni di musulmani nel 2025. Si tratta tuttavia solo di circa l’8% della popolazione.

Inoltre egli sostiene che sia il Cristianesimo che l’Islam devono fare i conti con le notevoli difficoltà derivanti dall’orientamento secolarizzato della cultura europea. Allo stesso modo, spiega, è anche un errore pensare che l’Islam sia immune da questa tendenza in grado di moderare anche gli elementi più radicali.

Jenkins inoltre mette in guardia da una visione eccessivamente allarmista della presenza musulmana. Sarebbe un errore considerare l’intera popolazione musulmana in Europa come una categoria di fanatici o estremisti religiosi. Certamente – ammette – esiste un certo numero di musulmani estremisti e alienati dalla società dominante. Tuttavia, accanto ai radicali vi sono anche musulmani moderati la cui presenza non deve essere ignorata.

Per quanto riguarda i problemi derivanti dalla presenza musulmana in Europa, Jenkins afferma che occorre fare dei distinguo. Oltre alle tensioni derivanti dallo stesso Islam, bisogna considerare gli elementi economici, etnici, sociali e di tradizione culturale dei Pesi di origine degli immigrati che non hanno a che vedere con l’Islam in senso stretto.

Due vie

Jenkins sostiene che l’Europa potrebbe percorrere la via degli Stati Uniti, riuscendo ad integrare grandi numeri di immigrati di varia provenienza religiosa ed etnica. Egli ammette tuttavia che esiste anche un’altra via: quella che ha come modello il Libano, dove l’identità religiosa è legata a condizioni economiche e sociali, portando ad un futuro assai più preoccupante.

In questo contesto in cui il Continente deve scegliere la via da intraprendere, Jenkins osserva che la diffusa secolarizzazione in Europa rappresenta un ostacolo per i governi, impedendo loro di poter considerare e affrontare serenamente gli elementi e i problemi di natura religiosa.

Per questo motivo, Jenkins analizza da vicino l’impatto della secolarizzazione sulle Chiese cristiane in uno dei capitoli del suo libro. Il declino del Cristianesimo è stato particolarmente marcato nelle zone protestanti e nei Paesi che sono stati sotto il dominio dell’ex Unione sovietica.

La Chiesa cattolica ha conservato un alto livello di partecipazione, ma – aggiunge Jenkins – essa si trova a dover affrontare sfide notevoli. Le forze sociali e culturali hanno influenzato la popolazione al punto che le dimensioni della famiglia nei Paesi cattolici sono crollate ai livelli più bassi d’Europa. Inoltre, la frequenza in chiesa in Paesi come l’Italia e la Spagna è diminuita in modo consistente nell’ultimo decennio. Le vocazioni sacerdotali e religiose sono diminuite notevolmente e scarsi sono i segnali di una qualche forma di inversione di tendenza.

Ciò nonostante – prosegue Jenkins – affianco a questo trend negativo dobbiamo considerare altri elementi più positivi. Nonostante il declino, l’Europa ospita ancora una consistente popolazione cristiana. In Polonia, Slovacchia e Slovenia, la partecipazione religiosa è ancora molto alta. In Gran Bretagna, gli immigrati polacchi e croati hanno portato ad un rifiorire della religione in alcune zone.

Aumentano i pellegrini

Una tendenza incoraggiante è quella dell’alto livello di sostegno popolare di cui gode Benedetto XVI, che attrae sempre grandi numeri di persone nelle sue apparizioni pubbliche. La perdurante diffusione dei pellegrinaggi religiosi è un altro segno della vita nel Cristianesimo europeo, sostiene Jenkins. Negli anni ’50, Lourdes attirava circa 1 milione di visitatori l’anno. Il numero è ora vicino ai 6 milioni. Il santuario polacco di Czestochowa da solo vede l’affluenza di diversi milioni di persone l’anno, molti dei quali giovani.

Fatima vede circa 4 milioni di visitatori l’anno. In Spagna il numero dei pellegrini diretti a Santiago de Compostela sono cresciuti di circa mezzo milione l’anno. Anche l’Italia vede grandi numero di visitatori ai santuari come ad esempio quello di Loreto.

Jenkins sostiene inoltre che anche il gran numero dei nuovi santi creati da Giovanni Paolo II ha aiutato a rafforzare la devozione popolare. Egli mette a raffronto l’impegno di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI nei confronti di una riforma cattolica in cui la Chiesa ha risanato le sue fortune dopo un periodo di gravi difficoltà.

La creazione di nuovi ordini e movimenti religiosi nella Chiesa cattolica rappresenta per Jenkins un altro indicatore che il Cristianesimo non ne vuole sapere di morire in Europa. Riprova di ciò sono gli incontri dei rappresentati dei nuovi movimenti che si sono svolti a Roma per la festa di Pentecoste del 1998 e del 2006. Anche i gruppi carismatici all’interno della Chiesa cattolica sono fioriti in molti Paesi europei.

In questo senso, mentre diminuisce il numero degli ecclesiastici, aumenta la partecipazione da parte dei laici, che rappresenta una risorsa per il rinnovamento della vita della Chiesa. Il gran numero di giovani che ha partecipato alle attività della Giornata mondiale della gioventù di Colonia, in Germania, nel 2005 è un altro segno positivo per il futuro del Cristianesimo in Europa. Aumentano anche i gruppi evangelico e carismatico, all’interno delle Chiese protestanti, sottolinea Jenkins.

Un’altra fonte di forza per il Cristianesimo in Europa è l’immigrazione. Oltre agli immigrati musulmani una parte degli arrivi è di cristiani. I tassi di nascita sono crollati in Italia, ma Roma, per esempio, può contare sulla presenza di decine di migliaia di immigrati provenienti soprattutto dalle cattoliche Filippine.

Vi è anche una crescente presenza di ecclesiastici provenienti da altri continenti, che sta controbilanciando la diminuzione delle vocazioni europee. La Gran Bretagna – afferma Jenkins – ospita circa 1.500 missionari di 50 Paesi diversi, tra cui molti africani. Un altro esempio citato nel libro è quello di una diocesi cattolica in Francia che ospita circa 30 preti provenienti da ex colonie africane.

Perché allora l’impressione del pubblico sul futuro del Cristianesimo in Europa è così negativa? Jenkins accusa i media europei che egli giudica essere più laicisti e ostili alla religione rispetto a quelli degli Stati Uniti e li accusa di ignorare queste tendenze positive relative alla fede.

Inoltre la classe dirigente europea tende ad essere molto laica e impassibile di fronte alle pressioni pubbliche; una situazione che le porta ad assumere una posizione anticristiana, a dispetto dei sentimenti di molti cittadini.

Pertanto, Jenkins sostiene che, mentre non possiamo negare che il Cristianesimo in Europa sta attraversando un periodo di crisi, sarebbe un errore semplificare eccessivamente le questioni ignorando le diverse sfaccettature esistenti.

Zenit