14 agosto 2008

Card. Bagnasco: «La Chiesa non è un'élite, è un popolo».Le conseguenze di una ragione «condannata ad essere debole» e il colpo d’ala del Papa (Tracce)


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Fede e storia

«La Chiesa non è un'élite, è un popolo»

Davide Perillo

L’«emergenza educativa» e il rapporto tra cattolici e governo. Le conseguenze di una ragione «condannata ad essere debole» e il «colpo d’ala» del Papa.

Il Presidente della Cei traccia un bilancio del suo primo anno e mezzo alla guida dei vescovi italiani.

Introducendo (anche) il tema che affronterà al Meeting

«Guardi, quando il Santo Padre mi chiamò alla presidenza della Cei, eravamo nel mezzo della bagarre sui Dico. Molti giornali scrivevano: “I vescovi pontificano dall’alto, ma non sanno nulla della vita concreta della gente”.

Be’, da quel momento non ho mai smesso di ricordare a tutti che se c’è qualcuno che conosce i problemi della gente non perché li legge sui sondaggi, ma perché li vive in prima persona, questo qualcuno è proprio la Chiesa. I preti, i pastori, le suore. I laici. Non è un’élite che parla da un pulpito. È un popolo».

Meglio, «un popolo che fa storia», come recita il titolo dell’incontro con cui il cardinale Angelo Bagnasco, 65 anni, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, aprirà il Meeting di Rimini. Lo ha suggerito lui stesso, e non è un caso: di «popolo», Sua Eminenza parla spesso e volentieri. Anzi, a pensarci bene è una delle cifre di un incarico che, ormai, sta per toccare i diciotto mesi.
Era l’inizio di marzo 2007 quando Benedetto XVI lo chiamò a sostituire il cardinale Camillo Ruini alla guida dei vescovi italiani. Abbastanza per abbozzare un bilancio, possibilmente andando oltre i temi su cui spesso lo inchiodano i giornali, con quei titoli tranchant («Bagnasco avverte: fate in fretta sui rifiuti», o «Bagnasco detta l’agenda a Berlusconi») e quelle polemiche un po’ trite sul rapporto tra Chiesa e politica, laicità dello Stato e “religione civile”, richieste dei vescovi e offerte del governo. Tutti argomenti su cui il cardinale rimanda ai testi, come la sua prolusione all’ultima assemblea generale, ricca di accenni al «bisogno di sicurezza», alla «difesa del potere d’acquisto», a un «fisco a misura di famiglia», al rischio di eugenetica. Ma il cuore delle preoccupazioni dei vescovi, in questo momento, è un altro.

Ed è emerso con chiarezza proprio lì, nelle sale dell’ultima riunione plenaria, dove prima e dopo l’intervento di Benedetto XVI è risuonata più volte una formula familiare a chi segue Tracce: «emergenza educativa».

«Ormai è una priorità», conferma monsignor Bagnasco: «Culturale, e quindi pastorale. Lo dico alla luce dei lavori dell’assemblea e dell’eco che ha avuto l’intervento del Papa».

Eminenza, ha colpito molto l’essenzialità con cui Benedetto XVI ha affrontato la questione in quel discorso. In sostanza, ha detto: per noi il problema educativo è anzitutto un problema di «trasmissione della fede». Perché il focus dell’educazione è la fede?

Perché l’annuncio di Cristo racchiude ed esplicita una concezione dell’uomo completa. Raccoglie in un vero umanesimo tutto ciò che c’è di umano e, al tempo stesso, di trascendente in noi. E non c’è pedagogia, non c’è possibilità di educazione, senza un’antropologia corretta. Gesù Cristo è il vertice, l’espressione più alta di questo umanesimo completo, in quanto Figlio di Dio e vero uomo. Ce lo ricorda il Concilio, e ce lo conferma costantemente il Papa.

Lei, in maniera altrettanto esplicita, ha detto che Cristo non è qualcosa che arriva «alla fine della proposta» educativa, ma sta alla sua origine. Può spiegare meglio questo passaggio?

L’annuncio di Cristo non è un completamento finale, l’avvenimento conclusivo di un percorso. È il fondamento. Lì c’è il riferimento educativo visibile, concreto. E che il fascino di Cristo stia all’inizio del percorso educativo - non come un metodo accademico, ma come esperienza completa -, lo vediamo tutti. È l’impatto con quel fascino che fa nascere un movimento interiore, un sussulto, un’intuizione di fronte alle esigenze della vita. E questo mette in moto una conversione, un cammino; perché si intuisce che lì c’è la pienezza dell’uomo.

Però anche in parte del mondo cattolico c’è stata spesso - e c’è tutt’ora - la tentazione di pensare che la proposta cristiana debba arrivare solo alla fine di un certo percorso: come se prima ci fosse bisogno di una preparazione…

Vero. Ma è un’idea contestata dai fatti.

Altra affermazione netta che ha fatto di fronte ai suoi confratelli: «Il problema dei giovani sono gli adulti».

Lo avevo già detto a Loreto. Non è una captatio benevolentiae: sarebbe sciocco e sarebbe un tradimento del nostro compito. Ma è per un’esperienza condivisa, comune: al di là delle contraddizioni e dei fatti anche gravi che la cronaca registra, il mondo giovanile è un’altra cosa. È un mondo alla ricerca di ideali alti. Di ragioni per cui vale la pena spendere la vita. Nei giovani c’è un istinto di verità e di bene che va a caccia, anche per strade sbagliate, di ciò che vale. Se questo è l’animus giovanile - e la nostra esperienza ci dice che è così -, allora il problema sta negli adulti. Che devono essere all’altezza della loro responsabilità.

Si è parlato di «testimoni credibili»…

Appunto. E poi, guardi, non è vero che c’è un rifiuto degli adulti da parte dei giovani. C’è stato in altre epoche, anche recenti, ma oggi no. Al contrario, c’è la richiesta - spesso implicita, ma a volte anche molto esplicita - di punti di riferimento stabili, capaci di comunicare certezze.

Come definirebbe l’educazione, in una frase?

Aprire il giovane alla comprensione della realtà. Che non è solo il sensibile, ma anche il mondo del sovrasensibile. E aprirlo alla comprensione della realtà significa aprirlo alla comprensione di sé. Significa aiutarlo ad avere fiducia in se stesso, ad avere il gusto della verità e della ricerca. E iniziarlo alla durissima scuola della libertà.

Su cui spesso gli adulti sono i primi a cedere, a non aver voglia di investire e rischiare. C’è un passaggio del discorso del Papa che è molto significativo: parla di giovani che «pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli»…

Perché abbiamo perso - o edulcorato fino alla distorsione - certe categorie di fondo del vivere. Anzitutto la libertà. La verità. E l’amore. Sono tre categorie da recuperare completamente. Se i giovani sbagliano, è perché sono state veicolate nei loro cuori, e nella prassi, in modo distorto. Il punto è che l’opera educativa richiede una grande alleanza tra più soggetti. In primo luogo la famiglia, che deve essere aiutata e non solo crocifissa: è lei il soggetto irrinunciabile dell’educazione, nessuno può sostituirla. Poi, lo Stato, la scuola, la Chiesa, le comunità… I media, anche.

Ma se l’educazione, ormai, è un’emergenza agli occhi di tutti, perché anche su questo tema resta difficile trovare punti di intesa con il cosiddetto “mondo laico”? Si continua a ridurre tutto a «la Chiesa vuole soldi per le scuole cattoliche»…

Bisogna distinguere. Quello che lei dice emerge a livello di una certa opinione pubblica, che, purtroppo, è molto visibile, occupa molti spazi sui media. Ma a livello popolare non è così.

E quando parlo di livello popolare, parlo di vita vissuta, di buon senso, di famiglie che tirano alla fine del mese... Certo, per qualche intellettuale restano difficoltà dovute soprattutto a un fatto: la tematizzazione della debolezza della ragione. Se la ragione è condannata a essere debole, poi diventa difficile concordare in modo unitario, sereno, ragionevole su certi punti fondamentali universali. Perché tutto viene confinato nel regno dell’opinione. E la categoria fondamentale diventa la cosiddetta tolleranza. Intesa non in senso nobile, ma nel senso che qualunque posizione va bene.

Vuol dire che quando il Magistero critica relativismo e nichilismo non parla di astrazioni filosofiche: sono questioni che decidono della vita. Nostra e dei nostri figli.
In un mondo di equivalenze totali si vive male. E se tutto è relativo, è difficile un’opera educativa.

Lei parlava della necessità di un’antropologia compiuta, e quindi della fede, per educare. Ma la stessa impostazione vale per altri problemi. Anche qui, Benedetto XVI è stato netto: «Il problema fondamentale dell’uomo di oggi resta il problema di Dio. Nessun altro problema umano e sociale potrà essere davvero risolto se Dio non ritorna al centro della nostra vita». Non è una chiave utile a leggere pure la questione della presenza dei cattolici in politica? Forse il punto decisivo è questo, più che discutere se ci siano o meno cattolici doc nel governo. Il rischio è che sia messa ai margini la fede.

Il problema di Dio è fondamentale perché solo Lui è la garanzia ultima e definitiva della dignità della persona. Dove si emargina Dio, prima o poi si emargina l’uomo. Il Papa questo lo ha ripetuto spesso. Ma bisogna ragionarci di più. Bisogna andare alla radice di questa connessione inscindibile, intima, fra l’importanza di Dio e l’importanza dell’uomo. Senza Dio, l’uomo perde il suo volto. Non riesce a tener conto di dignità, valore e prospettiva della sua stessa vita.

Non si può fare politica, quindi…

Senza un’antropologia completa, integrale, qualsiasi altro problema - economico, civile, politico - è di difficile soluzione. Anche con buona volontà. Perché sarà sempre una soluzione parziale. Se si parte da una concezione della persona ridotta, ne discenderà un concetto di società parziale. Tutti i problemi inerenti alla polis saranno visti in un’ottica parziale. E tante parzialità non fanno la totalità. Il punto di partenza non è una visione unitaria della società, ma della persona. Questo è il punto dirimente per i cattolici. E non solo per loro: anche in questo caso, è una questione di ragione.

Agli occhi del solito mondo “laico”, è un paradosso che sia rimasta la Chiesa l’ultimo baluardo a difesa della ragione.

Se vogliamo, sì. Ma la Chiesa ha sempre rifiutato il fideismo, come ha rifiutato il razionalismo. Propone una visione ragionevole della fede. Non è vero che la crisi della ragione è la vittoria della fede. Non è mai stato vero. La Chiesa difende la ragione. Ma anche la ragione, se la fede è debole, si perde. Perché si ripiega su se stessa.

In sintesi, che cosa porta di originale la fede nella società - e nella politica - di oggi?

La definizione dell’uomo. Il Novecento ci ha lasciato un enigma: il compito di ridefinire che cos’è l’umano. La fede risponde a questo.

E che cosa chiede alla politica?

Di essere se stessa e servire il bene comune.

Prima del voto, Cl ha preso posizione con un documento in cui parlava delle elezioni come di «un’occasione educativa unica» per verificare «se in primo piano è veramente la fede, se ci aspettiamo davvero tutto dal fatto di Cristo, o se dal fatto di Cristo ci aspettiamo quello che decidiamo di aspettarci», come disse don Giussani anni fa. Che cosa pensa di questo approccio?

La disaffezione alla politica, di cui tanto si è parlato, non è qualcosa di cui la Chiesa è contenta. Semmai è il contrario: la dottrina sociale e la prassi educativa della Chiesa si sono sempre adoperate perché i credenti partecipino alla costruzione della cosa pubblica con tutta la propria ricchezza, il proprio bagaglio umano e cristiano. È questa la nostra linea. In questo senso, qualunque appuntamento politico è un’occasione di responsabilità civile.

Come ha visto cambiare la Chiesa italiana in questo anno e mezzo?

Forse c’è ancora più tensione alla sintesi. Nei momenti di lavoro con i confratelli vescovi lo si vede bene. La sintesi, nella Chiesa, non è certo una novità. Ma dobbiamo stare sempre attenti a non spezzettare troppo la pastorale: ci può essere un rischio di frammentazione.

Poi, c’è il magistero di Benedetto XVI. Nel suo stile di puntualità, di garbo, ma anche di grande argomentazione, sta creando sempre più attenzione alla centralità di Cristo. Il Papa non perde occasione per ricordare che gli uomini di oggi hanno bisogno sì dell’annuncio di Dio, ma di un Dio concreto, storico. Come storico e concreto è il volto di Gesù. Un Dio etereo e cosmico attira molto perché impegna poco. Cristo è un’altra cosa.

Il Papa è appena stato nella sua arcidiocesi, Genova. Prima della visita, lei ha parlato della speranza che portasse «un colpo d’ala» alla città. Non le sembra una definizione adatta a tutto questo pontificato? In pratica, è un colpo d’ala continuo…

Vero. Ed è splendido, perché con la sua personalità e il suo carisma il Santo Padre non fa che rilanciare di continuo la tradizione viva della Chiesa.

Torniamo al Meeting e a quell’idea di Chiesa «popolare». Lei sottolinea spesso questa categoria. Perché?

Per quello che dicevo prima: la Chiesa è popolare perché vive vicino alla gente come nessun altro. Questo deve essere molto chiaro. È una grande grazia che dobbiamo alla storia particolare dell’Italia, ma è anche una grande responsabilità per noi. Bisogna tenerlo presente, quando si giudicano le prese di posizione dei vescovi. I pastori non intervengono perché sono esperti di cose politiche, ma per dare voce alla loro gente. Se non lo facessero, la tradirebbero.

Eminenza, sono passati dieci anni dal famoso incontro con i movimenti voluto da Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998. Il contesto è cambiato molto. Ma quale continua a essere la missione specifica dei movimenti? Che cosa chiede loro la Chiesa italiana?

Di essere Chiesa. Sempre più Chiesa. E sempre più viva.

© Copyright Tracce luglio/agosto 2008

1 commento:

Francesco ha detto...

Grande Bagnasco!!!